Iron Maiden…il tempo passa per tutti

Iron Maiden…il tempo passa per tutti

Lo ammetto. Domenica 24 luglio sono uscito fuori di casa in compagnia di una considerevole dose di aspettative, arricchita da uno spettabile gruppo di amici complici di un pomeriggio degno di essere ricordato (da una parte). Aggiungeteci un’attesa lunga 9 anni, un lasso ti tempo che se percorso a ritroso mi riporta inevitabilmente a quel 19/06/2007, ovvero all’ultima volta che gli Iron Maiden sono passati dalle parti della Capitale (riempiendo lo Stadio Olimpico con la partecipazione “straordinaria” dei Motorhead di Lemmy Kilmister, Machine Head, Mastodon, Sadist e Lauren Harris). E in ultimo, aggiungete al “calderone” una tutt’altro che discreta risonanza mediatica legata agli eventi del concerto dello scorso 22 luglio al Mediolanum Forum di Assago (prima tappa italiana del “Book Of Souls World Tour 2016”), frutto più dell’impegno di giornalisti (o presunti tali) di tessere a tutti i costi le lodi della gloriosa band heavy metal del Regno Unito – millantandone a tutti i costi “l’eterna giovinezza” – piuttosto che della loro reale capacità di recensire in maniera sincera l’appuntamento indoor in quel di Milano, andato sold out in pochi mesi.

Inutile dirvi che la risultante di tutti questi fattori non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il mio profondo senso di delusione rispetto a quella serata vissuta al “Postepay Rock in Roma” appena una settimana fa. Armatevi di pinze, naturalmente: per quanto le mie vi potranno sembrare più o meno delle buone ragioni, quella che leggerete è e resterà semplicemente l’opinione di uno dei tanti fan sfegatati degli Iron Maiden, che però ha visto le proprie aspettative frantumarsi sul prato bagnato dell’Ippodromo delle Capannelle lo scorso 24 luglio.

HEAVY METAL RAVE PARTY”

Le migliori aspettative sono in grado di generare sempre una poderosa energia, che magari riesci anche a ben distribuire nell’arco di un intero pomeriggio insieme ai compagni di viaggio che ti sei scelto per l’occasione e/o che il “destino” ha voluto benevolmente farti ritrovare, riunendovi inconsapevolmente sotto la gloriosa bandiera del “New Wave of British Heavy Metal”. Ecco che allora diventi parte di una specie di vera e propria occupazione di massa dell’Ippodromo delle Capannelle, mandi giù fiumi di birra e cibo spazzatura con un’invidiabile nonchalance, ridi alle intemperie e le rendi parte di questa epica cornice heavy metal scandita in maniera costante da gruppi come “A Perfect Day”, “The Wild Lies”, “The Raven Age”, “Sabaton”, “Saxon” e “Anthrax”. Un vero e proprio rave, insomma, dove il cuore batte pesante a tempo con la musica, l’air guitar di qualche sognatore si spreca, il pogo si conferma un rito sacro, i più fortunati si tengono stretti la propria partner per esaltare ancora di più l’importanza di una simile giornata, ed altri ancora si divertono invece a improvvisare danze condite di carica erotica con qualunque ragazza quel giorno avesse scelto di essere la loro “rocket queen”. Migliaia e migliaia di anime in attesa febbrile del momento in cui Bruce Dickinson (voce), Steve Harris (basso, cori, tastiera), Dave Murray (chitarra), Adrian Smith (chitarra), Janick Gers (chitarra) e Nicko McBrain (batteria) saliranno sul palco in compagnia della loro storica mascotte “Eddie the Head” e di tutta quella carica leggendaria a cui ci hanno abituato sin dal 1980 (anno di pubblicazione dell’album di debutto omonimo, che subito li ha resi uno dei gruppi più rappresentativi della scena metal contemporanea). Così frementi da non riuscire a credere che un bagaglio di aspettative, oltre che di energia, così importanti possano mai essere messe in discussione. Figuriamoci deluse

NOSTALGIA CANAGLIA”

Ore 21: le luci si abbassano, mentre si alzano le urla di liberazione che fanno quasi tremare l’aria, la scenografia lentamente si rivela per la presenza dei svariati sfondi che (si sapeva) avrebbero ripercorso durante lo svolgimento della serata (ad ogni canzone) la carriera delle “Vergini di Ferro”, prendendo spunto dalla loro prolifica discografia (primeggiata ovviamente, e come sempre, dal faccione mostruoso di Eddie the Head). E, personalmente, ho provato persino a illudermi che alcuni dei pezzi contenuti in “Fear of the Dark” (1992) che mi fecero innamorare di Harris e soci (“Afraid to Shoot Strangers”, “From Here to Eternity”, “Wasting Love”) potessero correre il rischio di far parte della scaletta.

Ad impattare, una volta che la band rivela di aver preso possesso del main stage, è “If Eternity Should Fail” (traccia di apertura dell’ultimo album “The Book Of Souls”, 2015), dal tiro interessante (almeno per me che non ho ascoltato il disco), ma non all’altezza delle vecchie cavalcate metal “Made in Iron Maiden”. Si passa a “Speed of Light”, il brano che ha aperto la strada alla distribuzione di “The Book of Souls”, e già comincio a sgranchire le gambe per prepararmi a qualche “pogata” eventualmente in arrivo. Se non fosse che una buona parte delle persone intorno a me sembravano essere cadute in uno stato di passività totale, come protesa unicamente all’ascolto del concerto piuttosto che al suo “vero” godimento. Non sono convinto, dev’essere un caso, aspettiamo che arrivi il tempo per i brani storici. Ed è con questo atteggiamento pseudo positivo che, dopo aver faticosamente mandato giù altri brani come “Tears of a Clown”, “The Red and The Black” o “Death or Glory”, posso provare a tirare un sospiro di sollievo sulle note di “Children of the Damned” (1982), “The Trooper” (1983), “Powerslave” (1984). Ma il tentativo fallisce, miseramente. Non si riesce a capire cosa stia cantando Dickinson, c’è qualche fuori tempo di troppo della sezione ritmica (chi è musicista può capire), gli assoli di chitarra sono poco chiari e a volte super arrangiati sul momento (con risultati discutibili), “Fear of Dark” viene eseguita in maniera troppo timida per dei “colossi” del genere, e solo la scenografia poderosa (con tanto di “fiammate” in vari punti del palco) sembra a malapena accendere veramente gli animi . Il timore, in tutta sostanza, diventa un dato di fatto: i Maiden non sono più i Maiden. Non quelli di una volta, sicuramente, quando l’adrenalina raggiungeva picchi vertiginosi perché ben ripagati dal talento della band inglese. Non quelli che avrebbero lasciato con così tanta semplicità una moltitudine di persone immobile e per niente scossa anche solo lontanamente dall’epicità dell’evento. Come se l’unica immagine possibile da cavare fuori da una simile cornice fosse semplicemente quella di un “maledetto raduno di irriducibili nostalgici degli Iron Maiden”.

Risanare un malcontento di questa portata con qualche appunto del tipo “Bruce Dickinson ha dovuto comunque fare fronte a ben due tumori (uno dei quali alla lingua)”, oppure “Ma sicuramente sarà stata colpa dei fonici e degli altri responsabili del settaggio dei volumi” non può avere grosse probabilità di successo, questa volta. Parliamo degli Iron Maiden, non degli ultimi arrivati! Non spendo 80 euro di biglietto tanto per passare un pomeriggio all’insegna della migliore produzione metal possibile, ma per essere partecipe di un grande evento legato ad uno degli stili musicali per me più importanti e significativi, e che sin dall’inizio non ho potuto fare a meno di identificare con il mitico faccione mostruoso ideato dall’illustratore inglese Derek Riggs. Non si giunga rapidamente alla conclusione che il mio intento è puramente quello di ridurre l’intera questione ad un mero discorso economico.

C’è una presa di coscienza di fondo, di quelle che (se glielo lasci fare, naturalmente) ti mettono più di fronte ai segni dell’età di quanto farebbero mai le rughe sul tuo viso: il tempo passa per tutti, anche per le rock band più indistruttibili e longeve. E chiunque si ritenga un ottimo fruitore della musica in generale dovrebbe concedersi il coraggio di un punto di vista diverso rispetto all’esecuzione del concerto tenutosi lo scorso 24 luglio al “Postepay Rock in Roma” (salvo per qualcuno l’essere estremamente convinto che sia stato effettivamente un grandioso show). Nessuno vorrebbe mai veder sparire dalla scena i propri miti, ma se proprio un giorno dovessimo accettare la triste realtà sarebbe sicuramente meglio lasciare che siano “loro” i primi a farci intendere che qualche luce del palcoscenico è bene che la si cominci a spegnere. Dopo svariati anni di fedeltà incrollabile, noi fan ce un po’ ce lo meritiamo.

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