Welcome back, Blink-182!

Welcome back, Blink-182!

Ognuno di noi, un giorno, potrà raccontare a chi vorrà chiedercelo di aver vissuto un’adolescenza “particolare”, a suo modo unica. E in effetti lo è stata davvero: diremo sicuramente di essere cresciuti in un mondo che sembrava aver improvvisamente aumentato la rotazione sul proprio asse, dandoci l’impressione che ogni cosa intorno stesse mutando troppo in fretta. Oppure racconteremo di come apprendevamo (in maniera più o meno diligente) le lezioni di scuola seduti dietro i banchi o quelle di vita percorrendo le strade del nostro quartiere, dove non esistevano note di merito, ma solo tante batoste propedeutiche.

Magari ci verrà anche voglia di tornare a visitare i vecchi punti di ritrovo della nostra comitiva, domandandoci “che fine avranno fatto mai quei ragazzi?” di cui forse non ricorderemo nemmeno con certezza i nomi, ma con i quali abbiamo certamente condiviso le prime grandi esperienze: le risate, gli scherzi, la noia, le prime sigarette (e non solo! ) fumate di nascosto dai nostri genitori, le storie inventate, i primi approcci al sesso e gli indimenticabili colpi al cuore del primo grande amore. Tutto questo e altro ancora che, visto da lontano, potremmo considerarlo oggi semplicemente il prodotto finale di tanti “occhi diversi”, dove il comun denominatore che sicuramente ci ha fatto sentire spiritualmente uniti (più di qualsiasi altro momento della nostra esistenza) e in qualche modo “speciali” in quell’epoca…è stata la musica. Gli anni 90 e 2000 ci hanno lasciato un’eredità invidiabile: quella di un mainstream ancora valido (nonostante i primi grandi scivoloni verso la banalità e la miseria artistica), che ogni giorno ci passava la nostra musica preferita, persino quella prodotta direttamente dalle cantine e i garage dell’underground. Ed è proprio durante il tracciato di questa linea temporale (lunga quasi 20 anni!) che la nostra mente e il nostro cuore fissavano per sempre le emozioni e le sensazioni di ribellione partorite da tutti i dubbi, le incertezze e l’impreparazione (naturale) a una vita che improvvisamente ci esplodeva in faccia, senza che avessimo ancora capito bene cosa farcene. Tutto ciò che importava per noi era rincorrere ogni cosa che fosse emozionante, stimolante e adrenalinica.

Di fronte a una simile sceneggiatura, il Pop Punk non può che essere considerato come la colonna sonora perfetta di questo “film” che ci ha visto protagonisti assoluti (al di là di gusti musicali che nel corso del tempo alcuni di noi avrebbero intenzionalmente cercato di affinare in maniera certosina e scrupolosa), e ricevere la notizia che quei “vecchi” ragazzacci dei blink-182 avevano annunciato il loro ritorno sulla grande scena mainstream (con una “nuova” formazione e un nuovo album) è stato più di un tuffo al cuore. E’ stata la possibilità di tornare una seconda volta nella vita “dietro i banchi di scuola del liceo”!

“NOBODY CARES, GO HARDER”

Il vecchio lifestyle californiano non è cambiato, l’energia nemmeno: nonostante la dipartita del cofondatore Tom DeLonge (ormai completamente assorbito dalla sua estrema passione per gli UFO!), Mark Hoppus e Travis Barker sono riusciti, dopo 5 anni dall’ultimo lavoro in studio (“Neighborhoods”, 2011), a rimettere in sesto, a dispetto di altri progetti musicali messi in piedi nel corso degli anni, quella gloriosa macchina da guerra che furono i blink-182 a cavallo tra gli anni 90 e i 2000 (confidando nella professionalità del nuovo elemento aggiunto della band: Matthew Thomas “Matt” Skiba, già voce e chitarra degli Alkaline Trio). Il nuovo progetto discografico partorito negli studi di Los Angeles uscirà il 1° luglio e si intitolerà semplicemente “California”. “Si tratta di un ritorno alle origini, ci siamo lasciati ispirare dai luoghi dove siamo cresciuti e dove tutt’ora viviamo” – racconta Travis Barker in una recente intervista. “Dalle spiagge assolate alle numerose e floride culture e subculture, passando per un clima incredibile, in California c’è tutto ciò che amiamo e che chiamiamo casa. Persone da ogni parte del mondo vengono qui per inseguire i loro sogni. E’ un posto che aiuta l’ispirazione. Per me essere nel mio studio a comporre è il massimo”. Ma più che di un vero e proprio ritorno alle origini, il nuovo disco sembra voler più ritagliarsi un posto sulla scena mainstream con quei temi già familiari che, nonostante le generazioni di teenagers succedutesi nel corso degli ultimi 20 anni (alcune di queste anche piuttosto discutibili), non smettono di far sorridere di nostalgia  noi “figli degli anni 90”, e al contempo abbracciano le giovani anime alle prese con le nostre stesse (vecchie) menate adolescenziali in questo preciso momento storico. “Bored To Death”, primo singolo estratto dall’album e già in rotazione radiofonica, è da questo punto di vista un manifesto abbastanza esemplare: il disagio, la rabbia, la confusione, la voglia di vivere al massimo, di bruciare vivi nelle fugaci storie d’amore e ritrovarsi la sera stessa con gli amici in qualche locale di periferia ad assistere al concerto della band preferita, con il volume abbastanza alto da coprire le voci nella nostra testa, far sanguinare le orecchie e battere forte il cuore. Insomma, il messaggio è: anche se cambia quello che c’è intorno, o aumentano il numero di tatuaggi e/o piercing, o le ruote dello skateboard non perdono di velocità, qualche caro vecchio demone con in quale combattere (o fare la pace) è sempre lì comunque ad aspettarci.

“LIVING LARGE, CHEATING DEATH…”

Ciò che davvero ha sempre contraddistinto i blink-182 rispetto a molti altri portabandiera del genere Pop Punk è stata sicuramente la grande capacità di abbracciare un’intera generazione proponendo brani di forte impatto e facile accesso, alternando all’irriverenza di pezzi ormai divenuti storici, come “All The Small Things”, un romanticismo viscerale che svincola dall’autoreferenzialità (si consideri “Adam’s Song”, canzone nata dalla penna di Mark Hoppus e incentrata sul tema del suicidio come sublimazione estrema del disagio giovanile). Un vero e proprio marchio di fabbrica quindi, sintesi perfetta dell’alchimia prodotta dallo scambio di versi tra Hoppus (più sentimentale) e DeLonge (“bad guy” della situazione), dai riff e le melodie di chitarra legate (più o meno vagamente) alla vecchia tradizione punk, e dal talento energico e virtuoso di Baker alla batteria. Il risultato finale ha prodotto un effetto decisamente più significativo di quello generato dai vari Green Day, Good Charlotte, Sum 41 o The Offspring, artefici sicuramente di una produzione discografica non indifferente (e più prolifica per qualcuno), ma non altrettanto “efficace” come quella dei blink-182 (seppure più limitata e meno costante). Se Billie Joe Armstrong (leader dei Green Day) raggiungeva l’apice del suo “genio creativo” con il concept album “American Idiot” (2004), i Sum 41 e gli Offspring optavano per una soluzione più hard rock (alzando i decibel di chitarre e microfoni), i Good Charlotte spalancavano le porte alla sottocultura “emo” e altri gruppi (o pseudo boy band) bussavano timidamente alle porte del mainstream nel tentativo di rimediare una poltrona d’onore (Simple Plan, Mest, Panic! At The Disco, Allister e via discorrendo), i blink restavano nel frattempo per lo più indifferenti alle esigenze del grande mercato discografico mondiale, avendo maggiore premura di conservare quella genuinità e autenticità che, a discapito di una mancata evoluzione dal punto di vista musicale e artistico, li ha però consacrati per sempre come punti di riferimento dei teenagers (passati, presenti e futuri), oltre che band simbolo del pop punk californiano.

”WHAT’S MY AGE AGAIN?”

25 anni sono passati da quando la pop punk band californiana prese il via dalle prove di rodaggio nel garage di Mark Hoppus in quel di Poway (città a nord di San Diego) per poi farsi spazio nel grande panorama musicale con una proposta che fosse accessibile a tutti, piuttosto che perseguire un intento ben più altezzoso come quello di altri gruppi (più inclini al rispetto di una tradizione sinceramente punk, che in realtà avrebbero finito col trascurare nel corso della propria carriera). E in un certo senso è stata una vera e propria benedizione per “noi” giovani anime, a quel tempo in rotta di collisione col mondo intero: finalmente si apriva di fronte ai nostri occhi una linea di confine capace di farci sentire tutti un po’ meno soli, piuttosto che infelici o addirittura presuntuosi del contesto propriamente di nicchia che fino a quel momento ci eravamo ritagliati (difendendo magari con le unghie e con i denti i nostri gusti musicali, i vestiti che portavamo in giro o semplicemente il nostro modo di essere, con la sfrontatezza poi di rivendicare uno status di solitudine che in verità avevamo contribuito a forgiare anche noi con le nostre stesse mani). Il messaggio racchiuso nelle canzoni dei blink-182 era (ed è ancora) molto semplice: accettare il fatto di crescere, ma restando vivi come meglio crediamo. Una sorta di promessa fatta a noi stessi per non lasciarci diventare mai degli automi.

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