Abbiamo ucciso il Punk!

Abbiamo ucciso il Punk!

Mettiamo un pomeriggio passato dietro i banchi di una prestigiosa “università della musica” nascosta nelle zone del centro storico di Roma, in veste di “imbucato” sotto le mentite spoglie di uno studente. Mettiamo una lezione interamente dedicata alla “Storia del Rock”, con tanto di film-documentario in lingua originale opportunamente commentato a più riprese dal professore di turno onde facilitarne la comprensione agli alunni meno ferrati con la terza lingua più diffusa al mondo. Mettiamo anche l’attenzione piuttosto labile di parecchi di questi stessi alunni, più presi a scambiarsi tra loro battute, risate, pareri e osservazioni sui propri profili social cliccati sul cellulare che non a seguire i 120 minuti e rotti di pellicola trasmessa su telo videoproiettore senza cadere preda della “noia”. Inevitabile per un individuo esterno accorso appositamente in quell’aula per seguire la suddetta lezione non chiudersi in qualche spontanea riflessione di fronte a quella sorta di generale deficit. Forse perché il film-documentario in questione verteva in particolare sulla “Storia del Punk”, uno dei movimenti culturali et musicali degli ultimi 40 anni più controversi, esplosivi e (ahimé!) più snobbati dalla società contemporanea, oltre che da buona parte della nuova leva di aspiranti musicisti. Giri di accordi essenziali e spesso ridondanti, testi sovversivi e provocatori (più urlati che cantati) e uno stile comportamentale, nonché di abbigliamento, troppo estremo, a tratti quasi no sense. O per lo meno questi sarebbero gli argomenti di chi proprio non riesce a (o non vuole) considerare una visione più ampia del tema in questione: che lo si voglia ammettere oppure no, il genere “punk” è stato forse l’ultimo vero esempio di “rivoluzione” che ha sconvolto società a livello mondiale, producendo una serie di effetti che (per quanto globalizzati e/o incastrati dentro qualche catalogo di “fashion style”) ancora oggi non hanno esaurito il loro riverbero. Eppure, seduto lì dietro quei banchi fingendomi uno studente durante una lezione di “Storia del Rock”, tra il brusio generale di alunni distratti, la domanda è sorta spontanea: “è davvero morto il Punk?”

“GOD SAVE…JOHN LYDON”. Confesso di essere stato fra quelli che non hanno potuto fare a meno di storcere il naso quando, circa tre anni fa, i social media più importanti contribuirono a diffondere uno spot pubblicitario (peraltro risalente al 2008) che vedeva protagonista nientepopodimeno che John “Rotten” Lydon, storico leader della punk rock band Sex Pistols e icona indiscussa di quello stesso movimento culturale esploso alla metà degli anni 70. E sì che scoprire che Mr. “il Marcio” aveva prestato la propria immagine e voce alla “Country Life” (nota marca di burro britannica) è stato un colpo al cuore non indifferente per qualunque amante del rock n’ roll e cultore del genere punk. Una reazione istintiva e del tutto sincera, per chiunque possegga un minimo di comprensione. Insomma…stiamo pur sempre parlando di uno degli artefici della canzone simbolo del punk rock inglese quale è “God Save The Queen”, con il suo testo provocatorio e il riff di chitarra martellante. Fortuna che il tempo è galantuomo e mai di parte (che si tratti di rallentare o andare più veloci), permettendoci così di poter dare adito alle giuste riflessioni ogni qual volta lo si ritenga necessario e si voglia sviluppare un proprio pensiero cosciente non conforme alla massa. Perché tanto per il genere punk, quanto per qualsiasi altro movimento culturale o corrente di pensiero, credo sia fondamentale comprendere una cosa: non contano tanto le icone che a loro tempo contribuirono a diffondere un certo tipo di messaggio, quanto il senso del messaggio stesso nel suo contesto storico. Troppo spesso le masse commettono l’errore di associare alle grandi rivoluzioni la pura e semplice immagine dei suoi protagonisti tralasciando l’importanza delle loro parole e/o azioni e finendo con il sacralizzarli e lasciarsi ispirare per le ragioni sbagliate (si consideri il “mercato della moda”, ad esempio). Dimenticando soprattutto che i più grandi cambiamenti operati nel corso della storia (dalle guerre, ai grandi movimenti culturali) non sono mai opera di chi le comincia, ma di chi le porta avanti. E i musicisti, le rockstar o chi per loro hanno il diritto e dovere di portare avanti il loro mestiere comunque lo ritengano più opportuno: siamo noi “comuni mortali” che decidiamo un bel giorno in maniera più o meno collettiva di eleggerli a super eroi della nostra più grande rivoluzione (qualunque essa sia). Loro non hanno mai scelto di esserlo. “La mia reputazione è un’invenzione dei media”, ripeteva sempre Mr. John Joseph Lydon, oggi sessantenne borghese, ma sempre arrabbiato come un vecchio punk.

IL PUNK E’ MORTO…E “NOI” L’ABBIAMO FOTTUTAMENTE UCCISO! La gloriosa “Èra del Punk”, caratterizzata essenzialmente dal moto di ribellione al “sistema” in ogni sua forma (dalla musica all’abbigliamento, dalle creste ai tatuaggi, ai piercing), non ha potuto fare altro che veder precipitare la curva discendente della propria parabola giù dove finiscono tutte le ideologie e i movimenti culturali caduti in preda della corruzione: nel pozzo dove ogni cosa viene banalizzata, mistificata e ridotta a pura e semplice “questione di apparenza”. Perché essere punk non significa certo (o almeno in primis) mettere su calzoni e magliette sdruciti, coprirsi di piercing e tatuaggi dall’intento provocatorio, ostentare creste esagerate o capelli colorati in maniera più che eccentrica e ascoltare a tutto volume i Ramones (USA) o i Sex Pistols (UK). Mi piace, in questi casi, andarmi a rileggere una massima pronunciata dal leader dei Green Day, Billie Joe Armstrong“Un giorno un ragazzo mi chiese cosa fosse il punk, allora io diedi un calcio a un bidone e dissi: ‘Questo è punk’. E allora lui fece la stessa cosa e mi chiese: ‘Questo è il punk?’, e io risposi: ‘No, questa è solo imitazione…’”. Tralasciando il fatto che di puramente punk al signor Armstrong sia rimasto davvero poco (fermo restando un sincero apprezzamento da parte di chi, come me, è cresciuto con la produzione dei Green Day e ha potuto, grazie a questo primissimo spunto, procedere a ritroso alla scoperta delle radici del punk), bisogna però rendergliene atto di una simile osservazione e accettare il fatto che, sostanzialmente, il Punk (la sua filosofia, il suo significato, il suo scopo più alto) sia davvero morto. E noi l’abbiamo ucciso! Non i musicisti costretti a confrontarsi con un mercato discografico che non lascia loro molte possibilità di scelta (a meno che tu non faccia parte della vecchia leva, quella delle grandi rockstar immortali), ma proprio noi che un bel giorno ci siamo costretti al ruolo di “comuni esseri umani” lasciandoci assoggettare alle esigenze dei sistemi politico-societari più beceri e diventando incapaci del più semplice e banale gesto di rivoluzione (come potrebbe sembrare anche tirare calci a un bidone senza averlo visto fare da qualcun altro prima di noi). Tutto quel che resta oggi (forse) potete trovarlo sicuramente a Londra, in quel di Camden Town, dove quel flebile eco proveniente dagli anni 70 e 80 non finisce ancora di disperdersi nell’aria solo grazie a una buona dose di nostalgia e alle storie raccontate dai veterani testimoni di quell’epoca.

Al bando i musicisti altezzosi e i modaioli influenzabili come pecore al pascolo: sentirsi diversi, essere considerati “robaccia” agli occhi dei più è molto più di un semplice vanto da portare con orgoglio. E’ probabilmente l’ultimo vero segnale che qualcosa di rivoluzionario sia ancora possibile, che nuovi potenti messaggi possano essere ancora diffusi, che la musica (e il rock in particolare) possa ancora riabilitare la sua immagine e prestarsi come il “miglior canale di comunicazione” (attraverso il virtuosismo strumentale più complesso o il giro di accordi più semplice), oltre che restare un’arte in grado di elevare l’essere umano alla dimensione spirituale più alta. Questo significa davvero essere punk, e una simile consapevolezza è probabilmente l’unica possibilità che resta per mantenere ancora in vita la sua ideologia.

“Il Punk è uno stato mentale” (cit. Patti Smith).

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