Bella ciao. Le mille declinazioni di un fiore

Bella ciao. Le mille declinazioni di un fiore
Il lanciatore di fiori (Banksy) - Fonte: Greenme

Risulta complesso, se non impossibile, parlare di un canto come Bella ciao senza riuscire a sfiorare temi politici. La musica non può prescindere dalla società, e quest’ultima è legata a doppio filo alla politica. Molte canzoni hanno tratto la loro linfa vitale dal mondo reale, il suo nutrimento era la voce del popolo stesso. Il jazz non sarebbe mai esistito senza i dolorosi canti degli schiavi afroamericani. La Resistenza non la racconteremmo nello stesso modo se non avessimo Bella ciao.

Un canto figlio di un matrimonio infausto

Noi italiani, così facili all’oblio, dovremmo ricordare soprattutto che Bella ciao ha per madre la guerra e per padre il fratricidio. Fortunatamente, dai matrimoni infausti possono nascere figli splendidi. Durante la Resistenza, il canto partigiano per eccellenza è sbocciato sulle bocche di chi ha lottato per liberarci dal nazifascismo, per donarci la possibilità di essere, forse per la prima volta, davvero liberi e padroni di noi stessi.

Non si può sentire Bella ciao, senza immaginarsi un fazzoletto rosso, o ancor meglio, un fiore vermiglio; il rosso e il sangue non sono mai menzionati, ma in una sinestesia sensoriale il sangue di quel partigiano colora di cremisi il fiore sotto l’ombra del quale giace:

«E seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior. […]

È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»

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Fonte: Ticino Notizie

Le tante versioni di un inno alla libertà

Innumerevoli sono stati gli artisti che l’hanno riproposta, infinite le voci che l’hanno cantata. Scegliere una versione e proporla come originale è davvero ostico, se non ingiusto. Di certo, questo canto ha l’innata capacità di riproporsi – vestendosi sempre di un fazzoletto, una bandiera, uno sguardo fiero – sulle labbra di chi una lotta vuole ricordarla, o peggio, è costretto ancora a combatterla.

Lo scempio commesso nei Balcani, in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, lo ricordiamo tutti, questa la versione del musicista Goran Bregovic, che ha saputo trovare tra le rovine della sua terra martoriata le note allegre e travolgenti tipiche dei popoli che la abitano; le sue incantevoli e caldissime note gitane ci ricordano che la musica unisce sempre.

Ma Bella ciao, emigra anche oltreoceano, e da buon italiano all’estero, trova modo di esprimersi nella versione di Diego Moreno – fate attenzione, il web è pieno di video in cui la sua versione è attribuita a Manu Chao, diffidate – questa la versione del musicista argentino che abbraccia l’inquieta America Latina.

Un’inaspettata fortuna è giunta infine dalla tanto amata e al contempo discussa serie Netflix La Casa de Papel. Non meravigliamoci, Bella ciao non perde la sua essenza, ma la rinnova in una palingenesi sempre originale. In fondo, il professore e la sua banda inneggiano a una resistenza (non) violenta che vuole colpire uno Stato ingiusto, e quale posto migliore se non la Spagna, che di Franco non si è mai dimenticata.

Così, da canto del Dopoguerra, è in grado ancora oggi di uscire fuori dagli ipad di tanti adolescenti, che forse non conoscono la sua origine, ma almeno la cantano con rinnovato ardore, ingenuo certamente, ma le rivoluzioni sono primavere e devono essere giovani.

In Italia, ciecamente, continuiamo ad associarla a quel comunismo morto e sepolto che a stento riusciamo a ricordare, indubbio è che le versioni più toccanti restano quelle di coloro che hanno sposato l’eco di quei valori.

Non siamo in grado di dire chi l’abbia scritta e in fondo è giusto così, è un canto popolare. È di tutti e tutti dovremmo ricordarla, valorizzarla per quello che è, patrimonio culturale italiano. Una voce intangibile che non vuole abbassarsi, che in Italia continuiamo a confinare a contesti politici, manifestazioni e giornate del 25 aprile; nell’attesa però, continua a essere cantata in tutto il mondo per quello che è, il canto di ogni Resistenza.

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