Intervista a Eva Ferri, editor delle edizioni E/O

Intervista a Eva Ferri, editor delle edizioni E/O

Come si scelgono i libri giusti

Per la casa editrice E/O Eva Ferri si occupa, tra le altre cose, di valutare e selezionare i manoscritti. È stata lei a “scoprire” alcuni autori di successo come Fabio Bartolomei, dal cui primo romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” il regista e attore Edoardo Leo ha tratto la commedia “Noi e la Giulia”, e Massimo Cuomo, di cui i lettori hanno molto apprezzato “Piccola osteria senza parole”.
Ma come si scelgono i libri giusti tra le migliaia di proposte che arrivano in una casa editrice? E una volta pubblicati, quali strumenti e strategie si mettono in campo per promuoverli? In questa intervista ci siamo fatti raccontare questo e molto altro.

Eva, tu lavori presso la casa editrice E/O sia come editor che nella selezione dei manoscritti. Immagino riceviate molte proposte. Cosa deve avere un testo per colpirti e avere una possibilità di essere pubblicato?

Io mi sto specializzando di più sulla selezione dei romanzi però sì, faccio anche degli editing sugli autori italiani, anche se il grosso del lavoro sui testi è affidato a Claudio Ceciarelli, il nostro senior editor. È lui che ha curato i libri della Ferrante e in realtà quasi tutti i romanzi di E/O.
Per quanto riguarda i criteri di selezione, certamente l’intuito è uno strumento fondamentale ma in realtà io seleziono ciò che reputo bello. Da noi funziona così: pubblichiamo i libri che ci piacciono veramente, la valutazione commerciale è un po’ a valle della decisione. A volte ci arrivano romanzi bellissimi di cui sappiamo che venderemo al massimo trecento copie, ma noi li pubblichiamo lo stesso.
Forse è anche una questione di esperienza: essendo cresciuta in mezzo ai libri, con i miei genitori che me ne parlavano continuamente, credo che il mio gusto si sia formato in parte sul loro. Poi fortunatamente mi piacciono anche cose molte diverse, così riusciamo ad avere uno sguardo più ampio.
Per darvi qualche numero e un senso delle proporzioni, in due anni ho valutato ottomila proposte e tra queste ho selezionato solo i libri di Massimo Cuomo e Fabio Bartolomei, due autori che abbiamo amato da subito e che poi hanno avuto una storia molto fortunata nelle edizioni E/O. Ho fatto una fatica incredibile perché arrivavano manoscritti di tutti i generi, però quando ho incontrato i libri di Fabio e Massimo è stata una cosa istantanea, mi hanno colpito fin dalla sinossi, si capiva che sapevano raccontare, poi la lettura del libro ha confermato la prima impressione. Forse è una questione di grandi numeri, mano a mano si impara ad affinare la propria capacità di giudizio.

Su ottomila proposte ne hai selezionate due, una percentuale minima. Tra tutti quei libri rifiutati quanti erano davvero impubblicabili e quanti invece hai scartato perché non rientravano nel tuo gusto o nella linea editoriale di E/O?

Io di solito scandisco il lavoro in tre fasi: faccio una prima scrematura, poi un’ulteriore selezione, tengo gli ultimi e infine mi faccio mandare il manoscritto completo. Di richieste di manoscritti completi ne avrò fatte a occhio e croce una cinquantina. In realtà oltre a Fabio Bartolomei e Massimo Cuomo c’era un terzo libro che avevo scelto ma che aveva bisogno di un serio intervento da parte dell’autrice prima di poter pensare a una pubblicazione. Quello non sono riuscita a pubblicarlo a causa di un fraintendimento, l’autrice l’aveva già consegnato a un’altra persona.

Qual è l’aspetto che valuti principalmente in un romanzo?

Dipende, ogni libro ha un suo proposito. Sia nel caso di Fabio (Bartolomei) che di Massimo (Cuomo) la storia è un elemento portante, però ad esempio ho selezionato anche il primo libro di Viola Di Grado, “Settanta acrilico trenta lana”, e in questo romanzo a mio parere è la forma a essere centrale. Io vengo da una famiglia molto attenta alle storie, soprattutto mio padre (Sandro Ferri), che è “ossessionato” dalle trame. Se in un libro non c’è la storia lui si innervosisce. Quando gli dico “ti porto una cosa molto bella” so già che la sua prima domanda sarà “di che parla?” o “come va a finire?”.

Come sapevamo, e ci hai appena confermato, Fabio Bartolomei è stato una tua “scoperta”, se così possiamo dire. Cosa ti ha fatto pensare che il suo primo romanzo “Giulia 1300 e altri miracoli” dovesse essere pubblicato?

Innanzitutto mi ha colpito il tono della sua mail rispetto a quello di tutte le altre. Aveva scritto semplicemente “Cari editori, vi mando il mio romanzo. Fabio”, una sobrietà che mi aveva colpita, e poi credo che la cosa più bella dei libri di Bartolomei, a parte le sue invenzioni pazzesche, sia l’idea di lavorare su personaggi emarginati, “sfigati” che però riescono a unirsi e a fare delle cose straordinarie. Mi sembra che abbiano un messaggio molto positivo. A me piace l’idea che un libro cambi qualcosa nella vita di chi lo legge, non concepisco la lettura come una semplice forma di intrattenimento, e i libri di Fabio, in maniera semplice e leggera, lo fanno. Ti lasciano qualcosa di positivo.

Sappiamo che sei una filosofa. Da dove viene il tuo interesse per la filosofia e quanto è utile nel tuo lavoro?

La filosofia ti può distruggere completamente oppure ti può aiutare molto, dipende. Io sono una scettica, quindi vado sempre un po’ in punta di piedi, non mi radicalizzo mai in una posizione anche se naturalmente questo atteggiamento a volte è in conflitto con il bisogno di fare delle scelte estetiche. La filosofia mi ha permesso di costruirmi un sistema di pensiero, e dare significato alle cose che faccio mi aiuta in tutte le mie scelte, anche nel campo editoriale. Io ho un’idea abbastanza precisa di cosa debba essere un libro, e questo l’ho messo a fuoco pensando. Come formazione filosofica ho spaziato abbastanza: non sono molto d’accordo con la filosofia analitica, ho studiato tanta storia della filosofia, soprattutto rinascimentale. Mi ha sempre affascinato tantissimo la varietà dei sistemi di pensiero e anche il modo in cui ogni sistema di pensiero è legato a una biografia, come nel caso di Pasolini o Giordano Bruno. Per quanto riguarda l’origine del mio interesse, forse un po’ di Edipo c’è, nel senso che credo che mio padre sia laureato anche in filosofia. Al liceo andavo male in questa materia ma facevo sempre dei grandi dibattiti con i miei compagni di classe, chiedevo sempre il perché delle cose. A quattordici anni volevo studiare fisica però mi ero un po’ innervosita perché non capivo come mai la fisica spiegasse le cose ma non dicesse perché succedessero. Continuare sulla strada dei perché mi è sembrata la cosa più giusta da fare.

Per E/O ti occupi anche dell’organizzazione degli eventi. Oggi è indispensabile, se non obbligatorio, creare occasioni di incontro per far conoscere i libri e favorirne le vendite. Spesso però è difficile andare oltre il solito schema della classica presentazione. Pensi che sia ancora uno strumento efficace?

Proprio a questo proposito, noi di E/O da tre anni gestiamo Ergo Bar Culture, uno spazio nella manifestazione estiva lungo il Tevere in cui organizziamo presentazioni, incontri, musica dal vivo, e abbiamo allestito anche una piccola libreria. Il fatto di inserirci in un contesto come quello dell’estate romana è molto importante, c’è un sacco di gente a cui non interessano i libri che in questo modo li scopre, magari non li compra, però si incuriosisce. In queste occasioni incontriamo un pubblico che non è quello che entra nelle librerie o ci conosce, quindi possiamo avvicinare potenziali lettori ma anche capire come appariamo presso un altro tipo di pubblico. È molto interessante.

Insomma bisogna andare a cercare fuori i lettori.

Sì, bisogna andare a cercarli fuori, cercare di capire come ci vedono e proporre cose diverse, come la musica dal vivo per esempio. La musica è sempre stata una grande passione di tutti, ci stiamo affacciando ora su questo mondo ed è una cosa che ci piace molto, ci divertiamo, in qualche modo creiamo comunità.
Per quanto riguarda l’efficacia della presentazione, dipende da molte cose: dall’autore, dal pubblico, anche dal posto in cui la fai, ci sono molte variabili. Credo che l’età media del pubblico delle presentazioni non sia inferiore ai quarantacinque anni, per avvicinare i ragazzi bisogna studiare un altro modo. Noi per esempio abbiamo provato a fare degli incontri tematici in un locale della Garbatella, è stato un esperimento abbastanza riuscito. L’idea era scegliere un argomento, anche di attualità, invitare un autore a parlarne e fare una chiacchierata tra pari, diciamo. Ai giovani non arrivi con i canali classici, è più complicato. Oggi ci sono dei blogger che scrivono delle cose pazzesche e attraverso il web hanno effettivamente riavvicinato molti ragazzi a un’idea di lettura. E poi, certo, ci vogliono i libri giusti. Comunque il modo di leggere, e in realtà tutto il mondo dei libri, cambierà nei prossimi anni.

C’è qualche editore indipendente che ti piace particolarmente e che segui?

Stimo il lavoro di Antonio Sellerio, e gli voglio anche molto bene. In Sellerio sono tutti veramente seri e bravi, alcuni dei loro titoli meno conosciuti sono pazzeschi. Poi c’è SUR, c’è Voland (che non è solo la Nothomb!), ci sono i ragazzi di Duepunti, per esempio, che sono degli eroi. Mi piacciono anche gli editori piccoli piccoli, appena nati, che hanno delle storie singolari e molto belle. Spesso però pubblicano un bel libro e poi purtroppo chiudono. Quello dell’editoria è un settore complicato in cui i grandi hanno mezzi economici maggiori e a volte usano i piccoli come scout. Gli autori spesso passano con i grandi editori, tentati da maggiori guadagni e dall’idea di raggiungere un pubblico più ampio. Quando succede a noi, è una cosa che ci ferisce, anche se cerchiamo di capire gli autori.

Ti è mai capitato di non scegliere un libro e poi mangiarti le mani?

No, in realtà no, forse perché non è mai capitato che i libri che non ho selezionato siano finiti nelle mani di qualcun altro. Di recente mi è capitato di leggere una cosa veramente meravigliosa che però era già stata venduta a un altro editore. In quel caso ci sono rimasta davvero male. Questa è stata la cosa più traumatica che mi è capitata.

Il libro che avresti voluto selezionare e pubblicare?

Io sono un’amante di libri fantastici e crossover che con E/O non c’entrano niente, e ultimamente ne ho letti di veramente belli. Per esempio “Annientamento”, un romanzo di Jeff Wandermeer pubblicato da Einaudi. Si tratta di una trilogia stranissima, distopica, kafkiana… molto interessante, molto nuova.

Hai tre libri da consigliare ai nostri lettori?

Sarò campanilista, sono tre libri di E/O. “Estate artica” di Damon Galgut, che è la biografia dello scrittore E. M. Forster. Galgut sa raccontare molto bene il viaggio, la scoperta e soprattutto la solitudine, il suo è un libro molto letterario ma pieno di sentimento.
“Non fidarti, non temere, non pregare”, un libro che racconta la cattura e la prigionia degli Arctic 30, un gruppo  di attivisti di Greenpeace che hanno attaccato una piattaforma petrolifera russa. È un libro molto attuale: sappiamo cosa sta succedendo al clima e sarebbe bello che questo argomento entrasse un po’ di più nella letteratura, che oltre a parlare di noi e dei nostri tormenti di trentenni, buttassimo lo sguardo su cosa succede nel mondo.
E poi “Lola Bensky”, di Lily Brett. Un memoir divertente ma intenso di una giornalista musicale australiana che negli anni Sessanta ha incontrato tutte, tutte le star del rock’n’roll. Fantastico!

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