Quel burlone di Fosco Maraini

Sedici Fanfole scritte, suonate, cantate, declamate

Che volesse beffeggiare il lettore quando scrisse “Gnòsi delle Fànfole”? Può darsi. Fosco Maraini, padre della più famosa figlia Dacia, compose quel libretto per divertimento. Ne stampò solo 300 copie per gli amici e conoscenti. Le poesie si fregiano di una strana lingua “il fanfolese” e sciorinano parole sconosciute dove è il suono a farla da padrone e non il significato. Ne esce una poesia metasemantica (come la chiamava il suo inventore) di gradevolissima lettura. 

Corredano i testi tutta una serie di note nelle quali Fosco si divertì a calcar la mano, dando strampalate spiegazioni degli aggettivi, verbi, azioni. Eccone un esempio:

IL LONFO
Il lonfo non vaterca né fluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.
E’ frusco il lonfo! E’ pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto:
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

Nelle note si legge: “Mai cionfare davanti a un lonfo! E’ segno di mancanza di rispetto. E’ buona regola cionfare quando i lonfi, specialmente quelli giovani e irruenti, sono impegnati nella sbatarchiatura o nello sgrondolìo”.
Poi in “ ..e tu l’accazzi – dice –  solo chi ha provato sa quanto sia pericoloso, e nello stesso esaltante, accazzare un lonfo…”.  E’ difficile dire se siano più gustosi i poemetti o le loro noticine narrative.

Le “fanfole” non furono solamente scritte ma anche musicate e cantate. Massimo Altomare e Stefano Bollani inventarono un linguaggio musicale zeppo di rimandi della canzone italiana d’antan,  di polke russe, di ballabili cha cha cha, di ritmiche marcette che accompagnano i testi burloni. Il tutto s’ascolta nel CD allegato al libro, un vero regalo per chi non vuol affaticarsi nell’incomprensibile lettura.
Fosco Maraini, nato nel 1912, fu alpinista, viaggiatore, scrittore, fotografo, antropologo, insegnante di lingua e letteratura giapponese all’università di Firenze; amava definirsi CITLUVIT ossia cittadino della luna in visita d’istruzione sul pianeta terra.  Visse in Giappone, scalò le montagne del Karakorum, fotografò il Tibet nel quale si recò la prima volta nel 1937, inventò la poesia metasemantica, morì nel 2004 e volle essere sepolto in un piccolo cimitero della Garfagnana.  L’ascolto delle sedici scherzose composizioni si apre con la voce toscaneggiante dello stesso Fosco che declama   “Il giorno ad urlapicchio”:

“…. è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio,
in cui m’hai detto t’amo per davvero”.

di Cinzia Albertoni

18 gennaio 2012

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook