Thimbleweed Park un piccolo mostro sacro

Thimbleweed Park un piccolo mostro sacro

Tra le mani oggi abbiamo un titolo che siamo fieri di aver ricevuto e di poter recensire: Thimbleweed Park. È difficile mettere da parte l’emozione del sottoscritto e cercare di scrivere in maniera imparziale qualcosa su un titolo di Ron Gilbert, creatore di sogni videoludici che, per un bambino di circa sei anni, rappresentarono intere giornate piene di divertimento.

Primo fra tutti l’amatissimo Monkey Island, con Guybrush, il Grog, Le Chuck, Elaine. Sono passati tanti anni dalla LucasArts, fallita definitivamente nel 2013, ma lo spirito dei punta e clicca è rimasto sempre vivo seppur in una flebile lucina, e così eccoci di fronte a Thimbleweed Park.

I punta e clicca sono morti

È inevitabile. I punta e clicca, almeno come li si intendeva negli anni 90’, non esistono più, perché sono cambiati i giovani, il mercato, i medium videoludici. Il punta e clicca, pensate un po’, richiede un mouse ed è per questo che qualsiasi tentativo di integrarli in una console o in versione mobile sullo smartphone, non è riuscito a far breccia, con il risultato di una frustrante esperienza semplicemente per aprire una porta.

La grafica non è mai stato il cavallo di battaglia dei punta e clicca e in un’epoca in cui viviamo il 4k risulta difficile farli accettare. Ma soprattutto è cambiata la concezione di esperienza videoludica, perché oggi anche il gioco più semplice ci permette di fare in totale libertà tantissime azioni. Non siamo più abituati a seguire dei binari precisi della storyline, ma ci piace spaziare, andare oltre, vedere cosa c’è dietro quel muro. Attenzione, non è una critica, ma vogliamo sottolineare un dato che è innegabile: i punta e clicca non ci rendono liberi. Qualche ragazzo un po’ attempato sicuramente starà vomitando sulla tastiera cercando il nome dell’autore di questo articolo per riempirgli il PC di virus, ma aspetta un secondo.

Il punta e clicca ci costringe a seguire un percorso preciso, ma è proprio questo il bello, non trovate? Prendere un oggetto e provare a farci qualsiasi cosa puntandolo ovunque, cercare di entrare nella testa dello sviluppatore per chiedersi quale assurda azione ci sia da fare per poter proseguire, e non ditemi che sapete sin da subito cosa fare con un pollo con la carrucola in mezzo! Signore e signori siamo davanti alla caratteristica principe di un genere videoludico: la narrazione. Il punta e clicca ci racconta sempre qualcosa e lo fa trasportandoci, come fa un libro, dove non decidiamo noi le parole che ci sono scritte, in un mondo tutto da scoprire.

Si, ma Thimbleweed Park?

Avete ragione, forse ci siamo dilungati troppo, ma è bene fare queste premesse per cercare di capire se Thimbleweed Park rispetta le aspettative, sopratutto quando i videogiocatori si aspettano qualcosa di un certo calibro, paragonandolo con le perle del passato.

Prima analizziamo quali sono le novità e, un pochino, la trama. Innanzitutto non controlleremo soltanto un personaggio, ma arriveremo a ben cinque, tutti da controllare simultaneamente. Questo rende le cose più difficili, perché la tattica punto-ovunque-tutti-gli-oggetti-vediamo-che-succede funzionerà decisamente di meno, avendo cinque inventari da dover controllare. Ognuno seguirà una propria storia che, senza temere alcuno spoiler, si congiungerà alla storyline principale, ma non vi diremo di più, promesso!

Il gioco inizierà con due agenti federali che dovranno indagare su una misteriosa morte in una misteriosa cittadina: Thimbleweed Park. Sin da subito noteremo molte cose strane, molti personaggi ambigui e, nemmeno a dirlo, sarà compito nostro parlare con ognuno di loro ed interagire il più possibile con l’ambiente circostante per cercare prove ed indizi.

Il taglio è, come sempre, umoristico, nonostante si parli di indagini e di agenti federali, e sono numerosissimi i riferimenti ai vecchi punta e clicca che, per ragioni di copyright, sono celati da nomi fantasiosi. Occhi aperti allora! Da sottolineare la presenza di due difficoltà di gioco, per dare ai più esperti la possibilità di mettersi alla prova. La grafica fatta di pixel e pochi bit ci riporta nel passato così come l’epoca in cui è ambientato il gioco: gli anni 80’.

Come sta in mezzo ai mostri sacri?

Tutti gli amanti del genere se lo sono domandato: come ci sta Thimbleweed Park tra Maniac Mansion e The Secret Of Monkey Island, ad esempio? Possiamo dire senza indugio che ci sta molto bene. Non vogliamo fare paragoni azzardati e, a nostro avviso, fuori luogo.

Non si può paragonare un videogioco del 2017 con glorie del passato che hanno scalfito il nostro immaginario. Il sottoscritto quando pensa ad un pirata non pensa ad un essere losco, con la bandana e la barba incolta, ma ad un certo Guybrush Threepwood che cerca il tesoro di Big Whoop.

Ma Thimbleweed Park, a differenza di altri tentativi di riportare in vita i punta e clicca da parte di altri autori, si fa rispettare molto bene e riesce a creare un ponte tra presente e passato. Dopo l’entusiasmo iniziale in cui si cerca da tutte le parti il dente d’oro di Barbagialla, o altri indizi, ci si dimenticherà di tutto questo e si vivrà un’esperienza tutta nuova ed originale che non fa di Thimbleweed Park un semplice elogio ai punta e clicca. Non vive alle spalle dei suoi predecessori e riesce con una narrazione intelligente e divertente a dire la sua, e con delle novità, come quella dei cinque personaggi, che ci metteranno a dura prova. Thimbleweed Park, in definitiva, è un gioco riuscito e che ci piace da morire! Ayo!

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