Transumanesimo nei videogiochi – un monito alla nostra contemporaneità

Transumanesimo nei videogiochi – un monito alla nostra contemporaneità
Fonte immagine: usgamer.com

ADAM, innesti, chip corticali e programmi di potenziamento genetico: il mondo dei videogiochi brulica di espedienti narrativi (e di gameplay) che incarnano il topos del transumanesimo, più o meno dichiaratamente.

D’altronde, il videogioco è rappresentazione, figurazione, evidente punto di contatto tra il reale e il canone dell’onirico, della fantasia – lo stesso che si presta a definire lo slancio narrativo verso lidi di storie post-umane, ora con la rivisitazione del superuomo di Nietzsche trasposto nell’immagine del soldato infallibile senza macchia né paura, ora con la non meno romantica, ma anche preoccupante promessa di un mondo che sappia trascendere i limiti imposti dalla natura fragile delle cose terrene.

Si passa così dal progetto Spartan II della serie Halo ai nemici creati dai Combine in Half-Life 2, approdando alle trame sommerse di BioShock dove ci si ricombina con l’ADAM fino a sceneggiature di più recenti produzioni come Observer e il tanto discusso Cyberpunk 2077 – titoli che attengono ad un filone letterario, quello ideato da Gibson e Sterling, che per anni è stato grande incubatore del pensiero transumanista.

Ma c’è un titolo che più di ogni altro testimonia questa tendenza ad abbracciare le connessioni filosofiche e le innumerevoli implicazioni etiche e sociali cui demanda il sempre più esasperato sviluppo tecnologico fino a metterne in campo le estreme conseguenze in uno scenario che non potrebbe essere definito altrimenti se non transumano. E il caso vuole che sia anche lo stesso titolo che ha concretato de facto l’adozione di questo paradigma stilistico nel panorama videoludico: Deus Ex.

Le origini della saga

Il franchise porta la firma di Warren Spector, talentuosissimo autore noto ai videogiocatori di lungo corso per aver preso parte, tra le altre cose, alla realizzazione di alcuni capitoli della serie Ultima – gioco di ruolo considerato un vero e proprio mostro sacro del genere – e per aver contribuito in maniera significativa allo sviluppo di Dark Project: L’Ombra del Ladro (oggi meglio conosciuto come Thief) e System Shock.

È infatti con la sua figura e nell’operato di Looking Glass Studios che prende forma il concetto di immersive sim, i cui tratti peculiari già si potevano riscontrare in alcuni aspetti di Stygian Abyss. Elementi essenziali del genere sono l’eterogeneità delle situazioni di gameplay e la proprietà combinatoria dell’approccio simulativo che connota l’interazione con l’ambiente di gioco; oltre alla centralità della diegesi, articolata spesso su più livelli, le cui rotte convergono in una progressione non necessariamente lineare.

Il 26 giugno dell’anno 2000, dopo non poche peripezie finanziarie, Spector riesce a plasmare il proprio sogno nel cassetto dando alla luce il primo Deus Ex, il traguardo di un lungo percorso creativo, dal quale attinge a piene mani.

DeusEx
Fonte immagine: mobygames.com

Lo scenario è quello di un futuro distopico in cui le corporazioni hanno pieno controllo sugli apparati governativi – uno dei temi principali della corrente cyberpunk – dove, per far fronte alla minaccia terroristica delle Forze Nazionali di Secessione (NSF) vestiremo i panni di JC Denton, un agente speciale dotato di esuberanti innesti cibernetici atti a conferirgli abilità sovrumane, nonché l’onere di scongiurare l’epidemia della Morte Grigia programmata e diffusa proprio dai terroristi.

Seguiranno poi i capitoli di Invisible War (2003) – ambientato 20 anni dopo; Human Revolution (2011) e Mankind Divided (2016) – binomio che costituisce il lungo prequel nel quale farà la sua entrata in scena Adam Jensen, ex S.W.A.T. salvato da morte certa proprio grazie alla massiccia installazione di protesi ipertecnologiche.

La filosofia di Deus Ex

Quello che la serie conserverà in tutto il suo cammino è indubbiamente la natura esistenzialista delle riflessioni che si dimostra capace di innescare lo storytelling persuasivo con l’intreccio di gameplay ed estetica del mondo di gioco. Risultato che difficilmente sarebbe stato possibile raggiungere senza la preziosa integrazione di un sistema di scelte morali. Benché la storia di Deus Ex e dei suoi successivi capitoli non risponda ad un tipo di narrazione aperta come quella di Detroit: Become Human, i bivi narrativi posti in essere da determinate situazioni implicano punti di svolta oltremodo coraggiosi per la linearità del plot.

Affrontare diatribe interiori nell’evolversi delle sequenze ludiche è infatti il fulcro di una costante ricerca della risposta intellettuale, tanto che il giocatore sperimenterà a più riprese la necessità di ponderare bene i risvolti che potrebbero avere le proprie decisioni.

In questa dimensione vengono così presi in esame gli obiettivi del gioco – e cioè della missione, con le ricompense che ne derivano – e gli sviluppi alternativi della quest-line; ma più di ogni altra cosa, è l’etica del giocatore a essere chiamata in causa perché per quanto possa essere confinato nei limiti irriducibili dell’audiovisivo, il portato valoriale di questa apprezzabilissima linea di game design riesce a farsi sentire in tutta la sua imponenza: trascesa la staticità dei modelli poligonali, giunge all’interiorizzazione così come l’uomo al divino con il supplemento dell’interfaccia – rivelando come il medium stesso sia in fondo la vera mechanè.

Transumanesimo
Fonte immagine: mobygames.com

La deliberata mancanza di personalità del primogenito JC, d’altro canto, non fa che attuare già di per sé un presupposto transumanista, richiamando la coscienza del giocatore affinché si esprima per mezzo e dunque nei parametri del suo alter ego digitale, così da plasmarne il guscio vuoto con un meccanismo che rimanda direttamente a Ghost in the Shell.

Un’anima transazionale

Anno 2027, le nuove scoperte della biotecnologia permettono alle persone di potenziare le proprie capacità fisiche e mentali. A patto che abbiano abbastanza denaro. Sta nascendo una nuova specie, metà macchina, metà essere umano e, almeno a Detroit, non tutti approvano la cosa.”

La retorica di Deus Ex trionfa nella commistione di una fantapolitica asservita alle teorie cospirazioniste e l’irreversibile corsa di un progresso che (per contro) non è più etico, morale – non è più umano, ma anzi, impietoso nei confronti delle leggi stesse dell’uomo, a cui viene venduto però come panacea. Un progresso prettamente tecnologico che nella sua crudele avanguardia sussume a una lotta di classe mai in realtà sopita. Da una parte ci sono i potenziati e dell’altra i puristi. L’unico precetto che regoli il confronto delle due fazioni è la violenza. Una violenza che noi – attraverso Adam – viviamo e siamo costretti ad affrontare, a sfruttare, a capire, in qualche modo.

Deus Ex è un prodotto transumanista poiché umano, prima di tutto.

Il leitmotiv è quello di una società che rincorre il progresso senza mai affrancarsene, subendo angherie e ingiustizie, obnubilata da un’informazione che non attiene più alla libertà di stampa, quanto più allo spettro del controllo ingegneristico e che trova nella figura squisitamente emblematica di Eliza Cassan il volto di una confortevole bugia universale – a sua volta riflesso di una generalizzata sfiducia nei confronti delle istituzioni.

DeusEx
Fonte immagine: steamcommunity

Ma se la distopia è definita più che inequivocabilmente, l’approccio dell’esperienza è tutt’altro che monolitico. Viene posta anzi grande enfasi sulle sfumature di contesto, sulle sbavature delittuose, sulle controversie di personaggi rimasti impigliati nel gigantesco tritacarne avanguardistico che è la Detroit di Human Revolution. Adam stesso non prende una posizione netta nei confronti degli innesti: in bilico tra la doverosa gratitudine per avergli dato una speranza di vita e la consapevolezza del rischio che ne comporta l’uso sconsiderato, egli non si pronuncia mai chiaramente a favore né contro i potenziamenti. È invece la sua natura umana – che insiste scalpitando sotto la fredda cromatura – a indirizzare il focus sull’empatia, sul coraggio necessario per essere migliori in un mondo che non ha più bisogno dell’umanità.

Al netto dell’ovvia premessa catastrofista di un’opera di fantasia che ricorre a situazioni chiaramente estremizzate, Deus Ex pone interrogativi scrupolosissimi sull’annosa questione dell’avanzamento tecnologico e della sua ibridazione con la vita umana. Lungi dall’essere problematiche avulse dalla società contemporanea, i temi affrontati dalla saga sono più attuali che mai e smuovono, grazie alle scelte imposte dal gameplay, il bisogno di una riflessione profonda sulla deriva che in un modo o nell’altro stiamo tutti imboccando, esposti come siamo all’indifferenza di una cultura parametrica in cui non sembra volerci essere più un posto per l’essere umano: dove le già presenti spaccature sociali rischiano di acuire al punto da ridurre il futuro ad un bene elitario.

Articolo di Michelangelo Casto

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