Body Positivity nei Videogiochi: era proprio necessario?

Body Positivity nei Videogiochi: era proprio necessario?
Fonte immagine: interna @lory.giuntini

Ho pensato per molto tempo a come iniziare questo articolo, quali parole usare, quali definizioni, quali fonti. Ma poco più di una settimana fa, un mio caro amico mi ha mandato questo video e vorrei che anche voi lo guardaste e ascoltaste come ho fatto io: fidandomi del consiglio, a scatola chiusa e con attenzione.

Leonardo Mendolicchio, psichiatra e psicanalista, è il Direttore Sanitario di Villa Miralago, clinica per la cura dei disturbi alimentari di Cuasso al Monte, provincia di Varese. Ho letto il suo libro “Prima di aprire bocca” durante il lockdown di marzo, quando mi sono occupata per la mia tesi di un piccolo paragrafo sul rapporto tra disturbi alimentari e musicoterapia. Ripendendolo in mano adesso, ho notato di aver evidenziato con enfasi questa frase:

Si può esistere solo nella dimensione dello sguardo dell’altro, il quale si porta dietro un corteo di parole che ci permette di comprendere che posizione occupiamo nella vita del nostro partner, di nostra madre, di nostro padre, dei nostri simili.”

L’Altro da noi si fa di nuovo portavoce di una realtà condivisa che ci riguarda direttamente, esattamente come già spiegato in “Gamification e Alfabetizzazione Emotiva”: l’altro, attraverso i suoi atteggiamenti, le sue parole e gli sguardi, ci rende in parte “noi”, ci aiuta (o ci distrugge) nel costruire la nostra identità in quanto persone e esseri umani. Esistiamo perché l’altro esiste, ma esistiamo anche a prescindere dall’altro. È un concetto di “equilibrio sociale”, per così dire, difficile da mettere in pratica.

Nel video, Mendolicchio pone l’accento su molte questioni diverse. Nonostante tutte meriterebbero di essere approfondite (e magari succederà, perché no, in altre sedi), vorrei soffermarmi su un’affermazione in particolare, che ribadisce più volte anche in Prima di aprire bocca.

Ipertrofia dell’Immagine e malattie del nuovo secolo

Il caso ha voluto che tutti noi nati a cavallo tra i due secoli, siamo in realtà anche nati in sella a due millenni diversi. È probabilmente per questo che definire “nuovo” questo secolo ormai iniziato da vent’anni non suona così assurdo e anacronistico come potrebbe sembrare.

Il dottor Mendolicchio, nel video per TEDex, si discosta dalla definizione comune (trita e ritrita) dei “disturbi alimentari come malattia del nuovo secolo”, modificandola:

Noi siamo malati di una malattia che ho definito ipertrofia dell’immagine. (…) Quando ci mettiamo di fronte allo specchio, cerchiamo di rendere la nostra immagine un’ideale, un’immagine di noi diversa da quello che siamo. Questa è la malattia di questo secolo: essere schiavi di un’immagine che diventa totalmente la nostra identità.”

La prova è lampante, sotto gli occhi di tutti- o quantomeno di tutti gli utenti che utilizzano i social, soprattutto Instagram, con una certa frequenza. Nell’ultima decade, infatti, il movimento della Body Positivity ha fatto parlare di sé praticamente di continuo. La stessa “ideatrice”, Stephanie Yeboah, stilista e scrittrice francese, definisce il movimento come necessario per tutte quelle persone con un corpo che non viene considerato “bello”.

Ma la domanda giusta è: È così necessario dover parlare sempre della bellezza?

Pochi giorni fa Vice ha pubblicato un articolo molto interessante dal titolo chiaro e forte: Non dobbiamo parlare diversamente della bellezza, dobbiamo parlarne meno. Circa a metà, l’autrice scrive con tono provocatorio “se non sei bella, quantomeno ti ci devi sentire”. Perché se non ti ci senti, sei stupido, figlio del patriarcato e succube di non si sa quale astrusa politica vecchio stile.

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Fonte immagine: noteworthy

Molti (indifferentemente dal sesso) sentiranno un senso profondo di connessione con questo malessere di fondo. Perché a tutti è capitato di esternare sentimenti di disagio nei confronti di sé e del proprio corpo a qualcuno che, invece, faceva della sua autostima, sventolata al mondo, il suo baluardo, il suo biglietto di sola andata per un mondo fatato dove l’accettazione di sé passa necessariamente attraverso il sentirsi belli.

Vi svelo un segreto: accettarsi vuol dire anche rendersi conto che ci saranno dei giorni in cui, guardandoci allo specchio, ci faremo bellamente schifo.

L’ipertrofia dell’immagine di cui parla Mendolicchio, forse, è anche questo: un corpo ostentato come un bazooka, un suo utilizzo per provocare una reazione tra i propri utenti social, che sia di ammirazione o di ribrezzo. Una mercificazione al contrario, che invece di prevedere canoni specifici verso modelli ideali ne prevede altri psicologici, mentendo sulle dinamiche sane del volersi bene davvero, come se l’autostima fisica fosse l’unica cura per tutto.

Body Positivity e la dittatura del mostrarsi

Esattamente come il Vitangelo Moscarda di Uno, Nessuno, Centomila, che scopre il suo difetto al naso e cade in una crisi-viaggio esistenziale verso la consapevolezza del sé, in questo secolo ci stiamo riscoprendo deboli, con fianchi (e nasi) scoperti, ma ancora ben lontani dalla coscienza di noi.

Tutta questa attenzione maniacale al corpo e alla bellezza, che sia come paladini delle imperfezioni o come cultori delle diete, è molto probabilmente in realtà il sintomo di quel “nessuno” che tanto spaventa il personaggio di Pirandello.

La necessità odierna di dover “apparire” sempre e comunque ha soppiantato quella di doverlo fare in un certo modo. Il passaggio da tv a social, in altre parole, ha permesso alle persone di diventare protagonisti del mondo virtuale, molto più che di quello reale, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo. Non importa come ti mostri, ciò che importa è che lo fai.

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Fonte immagine: destructoid

L’apparire nel senso di esistere, di esserci, di essere presenza (fisica e intellettuale) è stato soppiantato dal mostrarsi, sia per come si è che per come gli altri vorrebbero che fossimo; come in una bulimia dell’essere fisicamente riconosciuti come rilevanti, in cui il rigetto avviene attraverso i pensieri negativi su se stessi, che non devono esistere e devono perfino essere estirpati dal proprio patrimonio genetico per non essere biologicamente trasmessi ai figli.

Se è vero, quindi, che in questo bisogno di essere corpo visto (nessuno), approvato o disapprovato ma tangibile, si nasconde una forte necessità di combattere in qualche modo il disagio ancestrale di non essere accettati dall’altro (centomila), è pur vero che il corpo visto non è necessariamente un corpo vissuto (uno), cioè reale, quello che ti fa alzare dal letto la mattina, che ti permette di correre per prendere il treno se sei in ritardo, o quello che ti tiene in piedi saldamente sulle metro strapiene a Milano in ora di punta.

Sentirsi belli non coincide quasi mai col viversi come tali, perché passeremo metà del nostro tempo a convincere gli altri di doversi sentire come noi, un quarto a sforzarci di sentirci belli sempre e l’altro quarto di fronte allo specchio a ripetercelo.

La frase: “l’aspetto fisico non conta, sei bello come sei” è stata travisata in “il tuo corpo va bene per quello che è, è come dico io”, anche se a te, di convincertene, nemmeno interessa.

Corpo estetico, corpo etico e corpo reale

Matteo Lancini, psicoterapeuta e professore della Bicocca, ha espresso chiaramente una questione importante che riguarda gli adolescenti di oggi (ma non solo):

(…) il corpo è diventato estetico. Non è un caso che Fortnite fatturi milioni di dollari ogni mese vendendo skin, cioè orpelli con cui abbellire i propri personaggi senza modificarne le prestazioni in game. Oggi, più di altro, sembra contare la rappresentazione di un corpo bello, nel senso di visibile e ammirato, il che riporta a una tematica anche più estesa che riguarda ognuno di noi: la rappresentazione del nostro sé, la percezione dei limiti e di una supposta onnipotenza, un nodo etico complesso.”

Il corpo, cioè, non è più semplice biologia, mezzo sensoriale per conoscere il mondo e gli altri, ma un vero e proprio modo di comunicare che si sta affiancando alle parole e al linguaggio verbale, come fosse una tela su cui dipingere, un oggetto. Che sia questa, in realtà, la tanto allarmante “oggettificazione del corpo” di cui si parla da anni, anche nel mondo videoludico?

Ne è la prova la necessità di Animal Crossing: New Horizons di aggiungere nuovi pattern e texture che ripropongono sugli avatar di gioco forme fisiche particolari, come la vitiligine o le smagliature. Leggendo l’articolo di SpazioGames, non ho potuto fare a meno di dissentire con ciò che l’autore scrive, ritenendo che sia una cosa abbastanza inutile. È un gioco. In quanto tale ci si può sentire liberi anche di avere i capelli blalli senza necessariamente pensare di poterli avere nella vita reale.

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Fonte immagine: GameScore

Temo che si stia facendo molta confusione tra reale e virtuale e credo sia dovuto alla questione che un corpo estetico ormai è anche un corpo etico, perché è eticamente giusto mostrare il proprio corpo come si preferisce. È un diritto sacrosanto, e questo nessuno lo mette in dubbio.

Ciò che metto in dubbio personalmente è la funzionalità di farlo in un videogioco nel momento in cui non ha alcun contesto sensato. Ho amato Ellie, Dina ed Abby fisicamente perché il loro essere asciutte o muscolose era giustificato all’interno del gioco da un senso logico di trama, non perché fossero semplicemente “ragazze normali”.

Ma forse è proprio la normalità che ci spaventa tanto. Quando una cosa non ci sorprende, non ci lascia stupefatti, non ci fa fare un balzo dalla sedia soltanto guardandola, non ha senso di esistere. Tutto ciò che è normale, come un corpo reale che fa le cose per cui esiste, ci sembra banale e non si confà a un mondo che corre così veloce che ha sempre necessità di qualcosa di nuovo e di sensazionale.

Fu sensazionale Lara Croft con le tette a punta nei primi 2000 così come ora sono sensazionali le smagliature di Animal Crossing: New Horizons, perché diciamocelo, i videogiochi sono sempre figli dei tempi che corrono.

Sarebbe bello tornare a una divisione un po’ più netta (e con meno magheggi di marketing) tra realtà e virtuale, in cui non ci sia bisogno di farsi paladine delle smagliature per salire sull’isola di qualcun altro, ma semplicemente crearsi un avatar che nemmeno ci rispecchia fisicamente, perché dai, è un gioco. È solo un gioco.

Però poi spegnere la console, alzarsi dal divano e ringraziare il proprio corpo reale per quel movimento. Ringraziare noi stessi per prenderci cura di lui e non perché sia più bello, non perché possiamo mostrarlo al mondo senza vergogna, ma perché, anche se a volte vorremmo cambiarne qualcosa, capiamo che la sua funzione più grande di tutte è tenerci in piedi.

Perché essere belli non importa. Ma essere vivi sì.

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