Videogiochi e riflessione – Detroit: Become Human

Videogiochi e riflessione – Detroit: Become Human

Recentemente, grazie ai giochi mensili del Playstation Plus, ho recuperato Detroit: Become Human rimanendone fortemente stupito. Non sono un grande fan delle avventure grafiche ( Detroit: Become Human e Life Is Strange sono stati gli unici titoli del genere che ho portato a termine), ma fortunatamente una sera, durante un mix di noia e indecisione su quale gioco iniziare, mi sono trovato, quasi per caso, ad approcciarmi questo titolo pieno di androidi e ingiustizie, senza sapere a cosa stavo andando incontro.

Nonostante il gameplay delle avventure grafiche non mi andrà mai a genio (poca azione, per i miei gusti), Detroit: Become Human mi ha subito rapito per le tematiche base del gioco: razzismo ed emarginazione, trattati come non avevo mai visto prima.

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Androidi e razzismo

Nel titolo sviluppato da Quantic Dream, il giocatore si trova a vestire i panni di 3 androidi in una Detroit futuristica in cui queste macchine dalle fattezze umane sono al completo servizio degli uomini, finché le cose non prendono una brutta piega; ma questo articolo non vuole essere una recensione, se volete saperne di più, vi invito a leggere la recensione di Fabio Montefiori.

In questa Detroit del domani, gli androidi sono vittima di segregazione, razzismo e ingiustizie da parte degli uomini: maltrattati e demonizzati, sono spesso considerati la causa di tutti i problemi della società.

Gli androidi vengono trattati in modo molto contraddittorio dalla popolazione, per prima cosa non sono considerati esseri viventi: durante la storia si sentirà parlare spesso di androidi rotti, malfunzionanti o da smantellare, mai feriti o da curare, inoltre vengono chiamati con appellativi come “testa di metallo” o “uomini di plastica” e dipinti come essere ignoranti privi di iniziativa personale, amore e di tutti i valori che rendono gli essere umani tali.

D’altro canto però, agli androidi viene addossata la colpa della maggior parte dei problemi della città: disoccupazione, povertà, aumento del crimine…tutta colpa degli androidi.

Esseri considerati inabili di pensare e provare emozioni, vengono dipinti come abili cospiratori atti a ordire machiavellici complotti contro gli uomini per impossessarsi della società.

Durante le mie sessioni di gioco su Detroit: Become Human, non ho potuto evitare di sbuffare più e più volte pensando che sono cose, purtroppo, già viste e sentite.

Molto più di un semplice spettatore

L’aspetto fantascientifico di Detroit: Become Human, gli permette di trattare il razzismo in modo molto crudo e violento.

Infatti, essendo il giocatore stesso in controllo dell’androide, per estensione, è lui stesso vittima di razzismo e violenze, sono i suoi “simili” che vengono sfruttati dalla società e considerati rottami senza un coscienza, ed è questo il punto forte di questa avventura grafica: non si limita a parlare di una tematica molto forte e dura, ma la trasmette in prima persona al giocatore.

Il giocatore, durante il corso degli eventi, è portato a dover pensare come un androide grazie ad un semplice, ma molto astuto, stratagemma: nelle prime ore di gioco è costretto a subire le angherie e le ingiustizie degli umani, dovendo svolgere la semplice funzione di androide di servizio, comprendendo a pieno la situazione degli androidi e la loro vera natura (infatti, piccoli dettagli fanno capire che non sono semplici macchine).

Questo processo iniziale di impersonificazione peserà molto sulle spalle del giocatore che, sentendosi parte di una comunità oppressa e discriminata, verrà fortemente influenzato durante le svariate decisioni da prendere durante il gioco, talvolta scegliendo solamente spinto dalle emozioni e non dalla logica.

Solo un gioco”

I videogiochi sono nati come mezzo di intrattenimento e ancora oggi mantengono questa funzione, ma negli ultimi anni questo medium si è ramificato assumendo nuove forme: alcuni videogiochi sono utilizzati come strumento di studio, altri hanno funzioni educative, ma quello che mi ha sempre colpito è l’abilità di trattare certi argomenti in un modo totalmente differente rispetto ad altri mezzi di comunicazione.

Alcuni videogiochi trattano tematiche serie coinvolgendo fortemente il giocatore, il quale deve concentrarsi e contribuire in prima persona allo svolgimento degli eventi subendo, in un certo senso, ciò che accade su schermo, invece di svolgere il compito del semplice spettatore passivo.

Le tematiche che possono essere trattate nei titoli videoludici sono svariate: in Paper Please il giocatore veste i panni di un ispettore di frontiera in tempo di guerra addetto al controllo immigrazione, catapultandolo in una realtà in cui un errore può essere pagato con la propria vita, ma non sempre la logica riesce a vincere sulle emozioni.

In Hellblade: Senua’s Sacrifice, il giocatore è in grado di sentire i pensieri della protagonista afflitta da psicosi, venendone costantemente disturbato e ostacolato.

Questi pochi esempi sono solo la punta dell’iceberg di tutta la pletora di titoli videoludici che, durante una sessione di gioco, possono far riflettere il giocatore su certi argomenti, talvolta molto controversi come il razzismo, facendogli vivere realtà scomode e spesso viste solo esternamente.

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