Code Vein Recensione – Non è Dark Souls ma ha una sua identità

Code Vein Recensione – Non è Dark Souls ma ha una sua identità

Dopo due anni e mezzo dal suo annuncio, Code Vein è finalmente arrivato sul mercato lo scorso 27 settembre.

Prodotto e sviluppato da Bandai Namco, che a giudicare dal primissimo teaser trailer di Code Vein, sembrava puntare a replicare, tramite questo gioco, il successo della saga di Dark Souls, dei quali è stata publisher.

La software house nipponica si è così affidata al team Shift, autori della saga di God Eater, per la realizzazione del suo nuovo Souls-like. Tra un rinvio, un Network Test di pochi giorni, e una demo pubblica, Bandai Namco è sembrata davvero volersi assicurare il meglio per la sua nuova IP.

Code Vein nella sua versione completa, ha in realtà preso un’altra strada rispetto a Dark Souls, nel bene e nel male.

La rovina dopo la Grande Rovina

In Code Vein, il mondo fu devastato da un evento denominato Grande Rovina: dal sottosuolo spuntarono colossali spuntoni, i Rovi del Giudizio, che devastano la Terra insieme a creature mostruose chiamate orrori.

Metà degli esseri umani fu sterminata, i superstiti si difesero tramite una nuova scoperta: i parassiti BOR, originariamente utilizzati come nuovo sistema curativo, vennero modificati per creare i redivivi, esseri umani resuscitati pronti a combattere gli orrori.

Tuttavia i redivivi hanno bisogno di sangue per sopravvivere, altrimenti la sete li porterà a trasformarsi in mostri folli chiamati corrotti.

I problemi della sete di sangue furono risolti tramite il progetto QUEEN, nel quale una ragazza fu sottoposta ad esperimenti. Questa ragazza, chiamata la Regina, non riuscì a sopportare il peso degli esperimenti, e alla fine si trasformò in una potentissima creatura assassina.

Per fermare la scia di morte della Regina, i redivivi diedero il via all’Operazione Destituzione. Vinsero, ma i problemi non terminarono qui: dopo la sconfitta della Regina, comparve una misteriosa nebbia rossa a circondare Vein, la terra dei redivivi, isolandola dal resto del mondo.

Attraversare il miasma è impossibile, in quanto aumenta terribilmente la sete di sangue, trasformando facilmente i redivivi in corrotti. Persino nelle aree in cui il miasma è meno denso i redivivi hanno bisogno di speciali maschere respiratorie.

Soltanto il Vischio, misteriosa pianta che produce gocce di sangue, è in grado di purificare il miasma, ma anche queste piante stanno morendo e il pericolo si intensifica per i redivivi, che rischiano così di perdere anche la loro principale fonte di sangue.

La soluzione potrebbe essere proprio il protagonista del gioco: un redivivo privo di ricordi, con l’incredibile capacità di far germogliare nuovamente le piante di Vischio…

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La storia di Code Vein presenta chiaramente lo stile di uno shonen. Al di là della grafica a mo di anime giapponese, i protagonisti sono più o meno i classici personaggi del genere: lo studioso, il ragazzo robusto pronto all’azione, il veterano, la bellezza, la ragazza peperina, l’innocente prosperosa (c’è più di una sola ragazza prosperosa), il bello e dannato, ecc.

Tutte le loro storie sono ben caratterizzate, e fanno vivere momenti toccanti. Anche in questo caso i temi trattati sono i classici del genere: amicizia, fratellanza, amore, sacrificio, ecc. Il tutto condito da un’azione che si traduce in una serie di dure prove da superare.

La narrazione, in particolare la parte riguardante i personaggi secondari, viene assistita anche dai vestigi: frammenti di ricordi perduti dai redivivi ogni volta che questi muoiono e risorgono.

I vestigi permettono di sbloccare anche nuove abilità, risultando così un ottimo metodo per assistere la narrazione tramite il gameplay.

Tutti questi elementi narrativi non sono proprio l’eccellenza della loro categoria, ma presentano comunque un certo valore, e il loro insieme va a creare una trama di qualità. Tuttavia, non si può negare che sarebbe bastato poco per ottenere davvero una grandissima trama, in particolare migliorando il climax degli eventi.

Il gioco presenta anche il New Game+, che permette di scegliere se giocare con difficoltà aumentata o meno, e finali multipli.

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Un altro elemento degno di nota è senza dubbio la creazione del personaggio giocante, la quale presenta un editor tra i migliori in assoluto, permettendo di modificare il volto del protagonista davvero nei minimi dettagli. Inoltre, sarà possibile accedere nuovamente all’editor dalla hub di gioco, sebbene non sia possibile, in quel caso, modificare i tratti somatici del proprio avatar.

Nella hub è presente anche una sorgente termale, nella quale è possibile riposarsi e riassumere i momenti avvenuti durante le cutscene del gioco, oltre a poter ripassare alcuni elementi fondamentali della storia. C’è da dire che sarebbe stato molto meglio poter guardare direttamente le cutscene ancora una volta.

La sorgente termale permette anche di recuperare metà della foschia persa dopo essere morti, ma l’altra metà sarà perduta per sempre. La foschia è la moneta del gioco, il suo funzionamento con la morte del personaggio giocante è quello tipico dei Souls-like.

“Souls lite” ma non troppo

Il più grande dubbio sul gameplay di Code Vein durante le versioni di prova, riguardava la difficoltà, decisamente bassa per essere quella di un Souls-like.

Il gioco completo ha confermato una teoria ipotizzata dopo la prova del Network Test: così come God Eater è considerata una saga di hunting games dal gameplay più accessibile rispetto alla concorrenza, lo stesso vale per Code Vein nei confronti dei Souls-like.

I nemici infliggono un danno elevato, anche se non è difficile evitarli e abbatterli, ma l’elemento che rende più agevoli gli scontri è l’onnipresente compagno di squadra, anche offline, in grado di farcela quasi da solo in qualsiasi situazione, oltre al fatto che ogni partner possiede un’abilità curativa in grado di rianimare il protagonista, sacrificando parte dei propri PS, non appena i suoi PS andranno a zero.

Tuttavia, la difficoltà aumenta man a mano che si prosegue nell’avventura, proponendo nemici sempre più forti e con nuove abilità, e soprattutto più numerosi (gli attacchi in gruppo rappresentano, in genere, i problemi maggiori).

La difficoltà arriverà al punto da richiedere al giocatore di giostrarsi nella componente GDR di Code Vein, anche a costo di cambiare arma, utilizzare nuove abilità, o cambiare proprio la build.

Inoltre, capiteranno situazioni in cui è facile che il compagno di squadra subisca una sconfitta, in genere a causa di un gruppo di nemici forti, di un’area pericolosa, o di un boss, ed è in questi momenti che si capisce quanto sia difficile in Code Vein giocare da soli.

In queste situazioni è il personaggio giocante che deve assicurarsi di tenere o riportare in vita il compagno di squadra, tramite le stesse abilità curative usate anche dal proprio partner. Queste abilità, però, oltre a richiedere il sacrificio di una parte dei PS, hanno un tempo di recupero; bisogna dunque evitare di finire a zero PS per due volte a breve distanza l’una dall’altra.

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L’elemento migliore del gameplay è proprio la componente GDR, che permette al giocatore di creare liberamente qualsiasi build.

Questa possibilità è dovuta al codice sanguigno del protagonista, l’elemento che determina le statistiche e le abilità apprendibili, chiamate doni. Il protagonista è un redivivo con l’abilità unica di cambiare il codice sanguigno a suo piacimento con quelli ottenuti dal sangue o dai vestigi di altri redivivi.

Il codice sanguigno determina anche le statistiche necessarie per equipaggiare le armi. Oltre a due slot per le armi, è possibile equipaggiare anche un Velo di sangue, ovvero la giacca del redivivo, che modifica ulteriormente le statistiche, a patto di possedere, anche in questo caso, le statistiche necessarie per equipaggiarlo, tramite il codice sanguigno.

Il codice sanguigno e il Velo di sangue determinano anche il peso massimo per le armi, una statistica che determina il tipo di schivata possibile con l’arma utilizzata. Il peso delle armi equipaggiate non va a sommarsi.

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I doni utilizzabili e apprendibili sono determinati dal tipo di codice sanguigno, ma saranno utilizzabili anche con tutti gli altri codici sanguigni dopo aver sconfitto un certo numero di nemici, mentre i doni in questione sono equipaggiati.

In alternativa, è possibile sbloccare l’uso di un dono per tutti i codici sanguigni pagando un costo di foschia (la moneta del gioco) e un determinato numero di un certo tipo di oggetti.

È possibile equipaggiare fino a otto doni attivi, e fino a quattro doni passivi.

Ogni singolo dono attivo richiede un costo di icore ogni volta che si decide di utilizzarlo; l’icore si ricarica ogni volta che si colpisce un nemico, oppure utilizzando un attacco prosciugante, più efficace, che può essere usato in combo, in backstab, o con il “parry”.

Gli attacchi prosciuganti aumentano anche il numero massimo di icore cumulabile; questo aumento permane finché non si muore o non si riposa presso un Vischio (l’equivalente dei falò in Dark Souls).

I doni passivi, invece, hanno effetto semplicemente venendo equipaggiati e non richiedono alcun costo. Risultano molto utili per migliorare alcune situazioni, ad esempio potenziare ulteriormente le statistiche.

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Vein: un mondo tormentato

La grafica di Code Vein è realizzata con il semplice ed efficace motore Unreal Engine, con 60 fps, purtroppo tutt’altro che stabili.

Il mondo di gioco è caratterizzato prevalentemente da ruderi della civiltà distrutta dalla Grande Rovina, e dai Rovi del Giudizio. Purtroppo questo è uno scenario che si ripete quasi sempre in Code Vein, anche se viene differenziato pesantemente da alcuni elementi.

Un punto a favore è che tutti gli scenari sono coerenti con la storia raccontata, e che il mondo di gioco, ad eccezione della hub, è perfettamente collegato, seppur con una progressione lineare dell’avventura.

Un altro difetto grave del level design, sono gli ostacoli “alla Dark Souls II”, ovvero scorciatoie bloccate e altri luoghi inaccessibili che, in pratica, sono tali semplicemente perché il gioco non permette di saltare e aggrapparsi.

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Separati dal mondo di gioco, troviamo i livelli delle Profondità. Si tratta di luoghi sotterranei in cui il mondo di Vein è andato ad espandersi, a causa della nebbia rossa che impedisce l’accesso alle altre aree della Terra.

Le Profondità sono paragonabili ai Calici visti in Bloodborne; per sbloccare questi livelli è necessario trovare le mappe delle Profondità e consegnarle a Davis.

I livelli delle Profondità si sviluppano in maniera piuttosto lineare e richiedono di trovare alcune chiavi per sbloccare la porta del boss. Purtroppo, a differenza dei Calici in Bloodborne, non c’è alcun boss esclusivo delle Profondità, ma solo copie di nemici comuni o boss già affrontati nella main quest.

Le Profondità sono un contenuto per l’endgame, ma almeno le prime mappe raccolte durante l’avventura possono anche essere giocate subito, senza il rischio di diventare troppo forti.

Quanto è meritevole Code Vein?

L’idea di Bandai Namco di proporre Code Vein come il suo nuovo Dark Souls, è probabilmente scemata da molto tempo. Code Vein non vuole essere Dark Souls.

Il team Shift ha chiaramente dato una propria identità a questo nuovo Souls-like, proponendo alcune novità molto interessanti per questo genere, e inserendo alcuni elementi ispirati alla saga di God Eater.

Code Vein è un ottimo Souls-like per chi vuole approcciarsi al genere senza subire troppo la difficoltà di gioco, e per chi vuole godersi una buonissima trama narrata in maniera classica.

I fan della difficoltà elevata e del level design maestoso potrebbero storcere un po’ il naso, ma potrebbero anche apprezzare la trama e la libertà permessa dalla componente GDR.

Un sequel migliorato di Code Vein sarebbe ancor più interessante, per il momento c’è da sperare solo in una modalità PVP ben strutturata, in aggiunta alla già presente co-op (senza infamia e senza lode). Il PVP sarebbe un grosso arricchimento per l’endgame di Code Vein.

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