Dark Devotion – Recensione

Dark Devotion – Recensione

A sud del paradiso

Lo so, è la traduzione (probabilmente nemmeno troppo elegante) del nome di un brano degli Slayer, storica band thrash metal che, apparentemente, col nuovo gioco dello studio francese Hibernian Workshop non c’entra proprio nulla.

E infatti è così, per carità, ma l’ispirazione per la scrittura degli articoli la prendo dalla musica che ascolto, quindi tant’è. Va detto, però, che se l’idea di una templare solitaria che taglia e spacca crani di esseri mostruosi nelle viscere di un tempio oscuro non vi sembra un buon concept per un disco di heavy metal roboante e lercio, francamente non so proprio cosa potrebbe esserlo. Inoltre, pure Dark Devotion non sarebbe niente male, come titolo.

Ma non siamo qui per parlare di musica: Dark Devotion si inserisce nel ricco sottobosco del genere “rogue-lite”, cavalcando l’onda lunga del desiderio del videogiocatore moderno di essere lanciato, senza troppi preamboli, nei meandri di un dungeon pieno di mostri e trappole sconosciute, con ben pochi strumenti utili alla sopravvivenza del povero personaggio. Come dire: tu intanto vai e fatti ammazzare, prima o poi imparerai a difenderti e troverai roba più utile. Forse.

Facciamo un piccolo passo indietro e liberiamoci immediatamente dell’elefante al centro della stanza: sì, Dark Devotion è chiaramente ispirato alla saga di Dark Souls. Forse persino un po’ troppo palesemente, perché devo confessare che il mio scetticismo iniziale era piuttosto elevato. Da qualunque lato lo guardassi, il gioco mi appariva come una sorta di versione “mini” e bidimensionale di un Souls. Fortunatamente sono riuscito a superare questo ostacolo superficiale, ed ora posso sostenere che Dark Devotion sia sicuramente un omaggio (e non un plagio) alla saga di FromSoftware.

Hai mica una torcia?

Fin dalla nostra prima incursione nei meandri del Tempio, il gioco ci metterà di fronte ad un concetto molto semplice: siamo soli, nel buio. E non si tratta di una raffinata metafora pessimista sulla condizione umana nell’universo, il Tempio è immerso letteralmente nell’oscurità (quasi) totale. Non è affatto difficile capire come questo semplice dettaglio ambientale impatti sull’esplorazione di stanze e corridoi brulicanti di orrori e congegni mortali.

Correre, lancia in resta, verso un nemico parzialmente visibile o un’invitante cassa del tesoro significa, con ogni probabilità, non vedere la fossa piena di spuntoni nascosta nell’ombra poco prima. Proprio come nei cari, vecchi giochi di ruolo pen&paper di una volta, la prudenza è la migliore amica dell’esploratore di successo: avanzare pian piano, controllare sempre cosa ci attenda sulle piattaforme sottostanti e usare la vista (e l’udito!) per individuare nemici e trappole. Senza dimenticarsi dell’occasionale porta segreta o muro distruttibile, che ci frutterà qualche oggetto o power-up in più, che male non fa.

Imparare a gestire l’oscurità è una delle basi del gameplay di Dark Devotion dato che, fatta eccezioni per alcuni rari oggetti in grado di generare un po’ di luce, rappresenterà una compagna di viaggio scomoda ma costante durante le nostre avventure.

Ti avevo detto di girare a destra!

Accanto a questo interessante utilizzo degli effetti luminosi, Dark Devotion si affida ad una mappa decisamente notevole per creare nel giocatore la sensazione che il Tempio sia più di un semplice luogo. Parlando con i vari NPC potremo renderci conto di come la struttura del labirinto sia intricata al punto da spingere alla pazzia gli sfortunati templari bloccati al suo interno; fortunatamente però, in termini di gioco, l’esplorazione funziona decisamente bene: come detto in precedenza, Dark Devotion è un “rogue-lite”, pertanto quando la Templare verrà abbattuta dovrà ripartire dal Rifugio, la sola zona in questo inferno contorto nella quale potremo dirci al sicuro.

Nel Rifugio potremo equipaggiarci con nuove armi, armature, oggetti e abilità che sbloccheremo giocando; avremo anche la possibilità di accettare delle semplici quest (solitamente legate all’uccisione di particolari nemici) e prepararci al meglio per l’assalto successivo.

Una volta varcata una delle uscite del Rifugio, dovremo scegliere con saggezza il nostro percorso. Ogni porta che varcheremo nel corso di una run verrà definitivamente sigillata alle nostre spalle, rendendo impossibile il tornare sui nostri passi. Solo la morte della protagonista e l’inizio di un nuovo percorso ci permetteranno di ritentare l’esplorazione di quelle strade che abbiamo dovuto ignorare in precedenza per seguirne altre.

Per evitarci il triste destino di pazzia e disperazione che sembra colpire infallibilmente i nostri compagni templari, Dark Devotion ci mette a disposizione una mappa semplice, ma funzionale, consultabile in qualsiasi momento, che, sebbene penalizzata dal punto di vista visivo dalla grafica pixellosa del gioco, svolge più che dignitosamente il proprio compito.

Il Tempio, insomma, vi inghiottirà per parecchio tempo, se avrete la pazienza e la volontà di esplorarlo tutto.

La presenza di numerosi “Altari del Ritorno” (suona meglio di check-point, concediamoglielo) e la possibilità di sbloccare accessi diretti dal Rifugio alle varie zone del Tempio, uniti alla struttura non procedurale del dungeon, sono dei graditi segni di rispetto da parte del team di sviluppo nei confronti del tempo e della pazienza dei giocatori. L’ho già detto in altre recensioni di giochi “rogue-lite”: essere un gioco difficile è una cosa, essere un gioco ingiusto è un’altra. Dark Devotion non ha bisogno di barare costringendovi a ripartire da zero.

La dura vita del templare

Ed eccoci qui. Parliamo del gameplay di Dark Devotion: il gioco si presenta come un action-RPG, pertanto tutti gli scontri avvengono in tempo reale, sebbene vengano influenzati dalle statistiche del personaggio e del suo equipaggiamento.

Sono costretto a tirare in ballo nuovamente Dark Souls ma, come già detto, non per gridare allo scandalo del plagio, ma per elogiare un alunno che ha fatto sua la lezione del maestro, applicandola con intelligenza ai propri mezzi: al centro del sistema di combattimento di Dark Devotion troviamo la barra della Stamina (o resistenza, che dir si voglia), che funziona letteralmente da carburante per le capacità combattive della Templare.

Attacchi, parate e schivate consumano questa preziosissima risorsa, che ovviamente si rigenera automaticamente ma a corto della quale non vorrete mai ritrovarvi nel momento sbagliato. Il button smashing scellerato vi lascerà spompati come un ciclista dilettante, alla mercé del nemico, pertanto dovrete necessariamente studiare i pattern di attacco dei vari avversari.

Questi ultimi, è bene precisarlo, non vanno assolutamente sottovalutati: proprio come nei capolavori di FromSoftware, i giocatori troppo sicuri durano quanto un gatto in autostrada. Persino i nemici più comuni possono rivelarsi perfettamente in grado di uccidere la Templare, specie durante le fasi iniziali di una run, quando si hanno a disposizione solo due HP e due punti di armatura.

Le varie armi presenti offrono una discreta possibilità di scelta e personalizzazione del proprio stile in battaglia, dato che la protagonista può portare con sé due “set” di armi che possono comprendere arma a una mano e scudo (o un tomo di incantesimi), arma a due mani o l’immancabile arco. La scelta di questi loadout si rivela critica sia dal punto di vista tattico che esplorativo: per esempio, alcuni percorsi segreti sono accessibili solo colpendo un interruttore distante con una freccia.

Naturalmente, se i nemici comuni richiedono prudenza, i boss esigono tutto il rispetto del giocatore per essere sconfitti: grandi, imponenti e annunciati sempre da una sontuosa e sinistra colonna sonora, questi avversari richiedono la massima precisione nel timing delle schivate, pena un’ingente quantità di danni e un ritorno prematuro al Rifugio. La natura 2D di Dark Devotion ne limita, ovviamente, le possibilità per quanto riguarda la schivata, ma è qui che la barra della Stamina mostra tutta la sua semplice genialità, rendendo impossibile lo “spam” di attacchi e manovre evasive, evitando di trasformare gli scontri in un ridicolo balletto e mantenendo sempre alta la tensione.

Ed ora, per concludere, parliamo della meccanica più originale di Dark Devotion: la Fede. La Templare è una guerriera sacra, impegnata in un’ordalia condotta nel nome del suo dio. Una figura divina alquanto capricciosa, però, che dovremo tenere a bada e compiacere spendendo la Fede che otterremo dai nemici sconfitti presso gli Altari.

Ogni tipologia di Altare fornisce diversi benefici. Alcuni curano la Templare, altri rimuovono le malattie e le maledizioni che possono affliggerla in seguito a ferite, all’indossare un’armatura troppo rugginosa o addirittura per abuso di oggetti curativi; altri Altari forniscono invece oggetti e benedizioni utilissime. Degno di nota il fatto che, in base alla nostra performance durante una run, la divinità ci ricompenserà concedendoci benedizioni all’inizio di quella successiva. Ancora una volta, Dark Devotion si dimostra duro ma giusto.

In conclusione

Dark Devotion è un buon gioco, sebbene come tutti i “rogue-like” non certo adatto a tutti i giocatori. I numerosi accorgimenti adottati dagli sviluppatori per mitigare l’asprezza del fallimento, tuttavia, lo rendono uno degli esponenti del genere più onesti ed affrontabili che io abbia mai provato. La grafica in stile pixel art è piacevole e riesce a creare un’atmosfera cupa ed opprimente che aiuta a calarsi nel Tempio a fianco della Templare.

Forse i giocatori più giovani o quelli che si sono disabituati al 2D potrebbero trovare scomodo il sistema di combattimento, ma il senso di soddisfazione che si prova nell’imparare a maneggiare un nuovo tipo di arma e nello scovare il punto debole di un nuovo nemico sono incentivi più che validi nel voler proseguire la discesa nelle profondità del Tempio.

Infine, è giusto ricordarlo, il gioco è uscito ufficialmente il 25 di Aprile e verrà molto probabilmente aggiornato con nuovi contenuti. Se pensate di avere il coraggio necessario, unitevi alla Templare.

E buona fortuna.

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