Oltre il giardino-la vita è uno stato mentale. O no?

Oltre il giardino-la vita è uno stato mentale. O no?

oltre-il-giardino«Disponibile nel mio giardino, o altrove. Chance il giardiniere.» quando lo scrittore Jerzy Kosinski riceve questo telegramma, firmato a nome del protagonista del suo romanzo “Presenze”, decide di comporre il numero telefonico che vi trova in calce. Dall’altro capo, risponde Peter Sellers. È il 1979 e nasce così Being There -in italiano Oltre il giardino- penultima interpretazione di Sellers che valse all’attore un Golden Globe e una candidatura all’Oscar. La storia è semplice e si presenta come una classica commedia degli equivoci basata su dei personaggi da commedia di carattere: il Semplice Giardiniere, il Ricco e Potente Ammalato, la Moglie del Ricco e Potente Ammalato, e da contorno, in un progressivo espandersi di notorietà del protagonista, la Stampa, la Cia e, nientedimeno che, il Presidente degli Stati Uniti. A muovere tutto è l’ingenuità, o per meglio dire, la totale passività, di Chance: vissuto dalla nascita nella casa del suo ricco padrone, senza aver mai ricevuto alcuna istruzione o contatto col mondo esterno, tutte le sue occupazioni si dividono fra il guardare la tv e curare il giardino. Alla morte del suo datore di lavoro, Chance è costretto ad abbandonare la casa e, vestito elegantemente come al suo solito, si trova a vagare per Washington senza meta finchè non viene tamponato da una limousine a bordo della quale c’è Eve Rand (Shirley  MacLaine), moglie di Benjamin Rand (Melvyn Douglas, Oscar come Miglior attore non protagonista), ricco industriale influente politicamente, ormai in fin di vita; mentre viene trasportato da Eve nella tenuta dei Rand, per medicare la contusione ricevuta nel tamponamento, Chance viene scambiato per un ricco gentiluomo e, il suo parlare stentato, per criptici aforismi. Da qui inizia a dipanarsi l’equivoco del film, destinato a ingigantirsi, fino a rendere di volta in volta Chance guru della finanza, spia e, infine, candidato alla presidenza della Casa Bianca.

Snodata la trama, questa può apparire come un banale intreccio giocato sul binomio semplicità-saggezza incarnato dal protagonista: il povero, ignorante e ingenuo giardiniere che mette in subbuglio una classe dirigente smaliziata e istruita. È davvero così? Non del tutto, perché la forza del film è infatti nell’assoluta disonestà intellettuale con cui i personaggi principali si rapportano a Chance. Se la commedia degli equivoci in senso classico mette a parte lo spettatore dell’inganno che si sta svolgendo a danno dei personaggi, qui invece sono i protagonisti stessi che, con tutte le loro forze, si affannano a nutrire il raggiro di cui sono vittime, poiché la visione delle loro vite così come esce dall’inganno è più semplice e rassicurante di quella reale. È confortante per il Ricco e Potente Ammalato credere che ciò che rende Chance impassibile di fronte al dolore e la morte sia la sua solidità e non la sua anaffettività, è comodo per la Moglie pensare che Chance sia un amante distaccato ma rispettoso piuttosto che un uomo che non prova alcun interesse per lei, ed è funzionale che l’Opinione Pubblica veda nel  compassato signore, che risponde con metafore botaniche a domande di economia, un navigato broker e non un inconsapevole domestico.

Proprio questa inconsapevolezza va costituire il secondo punto di forza del film, anche qui rompendo con lo schema classico della commedia degli equivoci: norma vuole infatti che il personaggio che da’ il via alla catena di fraintendimenti sia o una povera vittima travolta dagli eventi o qualcuno di astuto che agisce volontariamente; in entrambi i casi però lo spettatore entra in empatia con il personaggio, sentendosi, all’occorrenza, solidale o complice. Ora, questo, con Chance, non può accadere. Infatti, sebbene appartenga palesemente alla tipologia della “vittima” , lo spettatore non riesce a provare per lui alcuna simpatia, mai. Non la prova quando lo vede entrare nell’enorme tenuta Rand e lo ritrova da servitore a servito, non la prova quando lo vede ricevere le avances  di Eve, né quando, impacciatissimo, si trova a tu per tu con il Presidente degli Stati Uniti. Ed è proprio qui la grandezza dell’interpretazione di Sellers: se si fosse limitato a farne una macchietta, un buffo e adorabile giardiniere catapultato nel jet set, il film si sarebbe limitato a essere l’ennesima variazione sul tema dello scambio d’identità a sfondo moraleggiante (le persone semplici sono buone, le persone ricche per essere buone devono ritrovare la semplicità); rendendo invece Chance un personaggio totalmente neutro e privo di qualunque tonalità emotiva, Sellers permette all’opera di avere più ampio respiro. Proprio l’essere inerme del giardiniere infatti permette agli altri personaggi di proiettare su di lui le proprie aspettative e, allo spettatore, di guardarne, candidamente ma senza trasporto, il triste balletto. Alla fine dunque, l’ “autismo” è di Chance ma anche di Eve, di Benjamin e di chi guarda il film: tutti rimangono chiusi in loro stessi, nessuno ha rapporti veri e nessuno ne esce innocente,  pulito, migliore.

Perlomeno fino agli ultimi dieci secondi del film.

 

Eliana Rizzi

21 aprile 2013

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