ROBINÙ | Quando morire giovani è il miglior futuro

ROBINÙ | Quando morire giovani è il miglior futuro

Stavolta non si parla di una serie tv, di finzione: Robinù è il racconto nudo e crudo della guerra tra bande che avviene a Napoli. Il fatto è che le bande non sono composte da camorristi adulti ed esperti, ma da giovanissimi ragazzi che a quindici anni imparano a sparare, a vent’anni sono dei killer e a trent’anni non si sa nemmeno se ci arrivano. La chiamano la “paranza dei bambini”, perché come quando i pesci si buttano velocemente nella rete uno dopo l’altro, così questi ragazzi iniziano fin da subito a compiere i primi reati.

Il documentario di Michele Santoro ci porta alla scoperta di questa verità agghiacciante. Ci avevano detto che il problema di Napoli sono le sue periferie, così affollate ma lontane dal centro cittadino, abbandonate al loro degrado, senza vie d’uscita. Ma non è solo lì il problema: nel cuore pulsante della città, dove di giorno si affollano i turisti, di notte si radunano questi giovani “Robinù”. Esatto, Robin Hood li chiamano. Perché in molti casi gli abitanti dei quartieri li difendono, li giustificano, li proteggono e li nascondono, per loro sono dei ragazzi, che sbagliano ma non fanno niente di troppo cattivo; rubano ai ricchi per dare al quartiere, alla comunità.

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È evidente che non tutti sono così, le persone per bene ci sono, quelle che si svegliano all’alba e vanno a fare i lavori più disparati, lavori umili per mantenere le proprie famiglie, per permettere ai figli gli studi e un futuro migliore. Ma l’unico futuro migliore sembra raggiungibile solo scappando via: ma non da Napoli, bensì all’estero, il più lontano possibile. Perché in una città come Napoli puoi essere la persona più onesta del mondo, ma se hai legami con qualcuno il lavoro neanche lo trovi. A Napoli, la maggior parte di questi ragazzi non ha speranze in un futuro migliore, perché le vie d’uscita neanche le conosce, non le ha mai viste e non sa come perseguirle. E si accontenta dei soldi facili, spesi subito e senza esitazioni. Non c’è tempo per i progetti futuri, per mettersi a fare gli imprenditori: i soldi bisogna averceli in tasca e pronti all’uso, perché il tempo a disposizione fuori dal carcere (o addirittura, quello ancora da vivere…) è poco, e bisogna goderselo.

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Più che un documentario, Robinù è una testimonianza, un racconto realista, senza fronzoli e buonismi. Quello che succede viene spiegato dai diretti interessati: ragazzi che si sentono eroi con in mano un kalashnikov o una pistola carica puntata contro un carabiniere; ragazzi che a 19 anni sono capoclan e vengono uccisi a sangue freddo da coetanei, per poi diventare dei santi tra la gente del proprio quartiere; mogli, madri, sorelle, costrette a prostituirsi e a spacciare per mantenere i famigliari dentro e fuori dal carcere, in una vita che sa di prigionia ancor di più che da dietro le sbarre. Robinù è un film che fa male al cuore ma è tristemente necessario, perché abbiamo bisogno di conoscere la verità, senza nascondersi dietro ai luoghi comuni e ai pregiudizi.

VOTO 7

Dati tecnici di Robinù

TITOLO: Robinù
USCITA: 6-7 dicembre 2016

REGIA: Michele Santoro
SCENEGGIATURA: Michele Santoro, Maddalena Oliva, Micaela Farrocco
DURATA: 91 minuti
GENERE: documentario
PAESE: Italia, 2016
CASA DI PRODUZIONE: Zerostudio’s, Videa Next Station
DISTRIBUZIONE (ITALIA): Videa
FOTOGRAFIA: Marco Ronca, Raoul Garzia

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