I miei giorni più belli – Paul Dedalùs nel labirinto della vita

I miei giorni più belli – Paul Dedalùs nel labirinto della vita

Chissà se i film di Arnaud Desplechin riusciranno prima o poi a rompere le barriere che li separa dal grande pubblico; le sue opere continuano a essere viste e apprezzate soltanto da una stretta cerchia di persone, nonostante siano in grado di descrivere a fondo l’animo umano e le sue difficoltà.

I miei giorni più belli è la sua ultima fatica, e arriva due anni dopo Jimmy P., che aveva visto come protagonista un insolito e efficace Benicio Del Toro alle prese con la solitudine e l’incomprensione.
L’Uomo e i sentimenti sono i soggetti principali del cinema del regista francese, che si distingue dai suoi colleghi poiché racconta ogni nuova storia con ricercatezza ed estrema eleganza.

Paul Dedalùs è un antropologo francese che dopo un lungo periodo di lavoro in Tadjkistan, decide di tornare a Parigi per ricoprire un ruolo importante al Ministero degli Esteri. Arrivato alla frontiera, viene fermato da un esponente dei Servizi Segreti esteri francesi per rispondere ad alcune domande sull’esistenza di un altro Paul Dedalùs, un ebreo russo con la sua stessa identità. Paul si trova costretto a far rivivere i suoi ricordi per cercar di capire chi sia veramente. Nonostante la consapevolezza del suo nome e delle sue origini, mette in discussione la sua essenza convinto di non sapere più nulla di se stesso.

Come nel romanzo di Dickens A Christmas Carol, in cui tre fantasmi mostravano a Scrooge la sua vita passata e futura, qui Paul si serve di tre ricordi per delineare la sua personalità. Il titolo francese Trois Souvenirs de ma Jeunesse anticipa quella che sarà la struttura del film: tre capitoli principali (Enfance, Russie, Esther), accompagnati da un prologo ed un epilogo, come rappresentazione dei tre momenti più importanti della sua giovinezza.

Il primo capitolo si affaccia sulla sua infanzia nella città di Roubaix, segnata dalla malattia mentale della madre, dall’obbligo di badare ai fratelli più piccoli, e da un padre assente o troppo infelice per essere presente. Passano gli anni e il secondo capitolo si sposta in Russia, prendendo la forma di una storia di spionaggio, importante per capire la comparsa della duplice identità di Paul nel presente.

Questi salti nel tempo e nello spazio, vengono interrotti dal terzo lungo capitolo, quello importante e intimo, quello in cui si narra l’incontro di Paul e Esther e l’inizio della loro tormentata storia. Si inserisce la voce di un narratore esterno che non si limita solo a raccontare i fatti, ma ci parla dei due protagonisti e dei loro sentimenti. Li segue nell’arco di una decina di anni, nei quali la lontananza, i tradimenti, le sperimentazioni giovanili, la ricerca di una stabilità nel mondo, concorrono a rendere impossibile la loro storia d’amore. Qui il tempo e lo spazio si dilatano, Paul si perde nel labirinto della vita. Non a caso il cognome Dedalùs ricorda l’alter-ego letterario di James Joyce che nell’Ulisse era alle prese con le memorie della sua vita e la morte della madre, oltre al rimando alla figura mitologica di Dedalo, il costruttore del labirinto dove era intrappolato il Minotauro.

La storia dei due giovani è raccontata con grazia e dolcezza, il regista li ritrae mentre scrivono lunghe lettere nelle loro camere, mentre parlano direttamente allo spettatore del dolore della loro lontanza, mentre nudi sul letto sono intenti a leggere poemi greci che in tempi lontani già parlavano d’amore. Il film, che molto somiglia al Jules e Jim di Truffaut, prende l’onere di narrare la gioventù come l’importante fase della nostra vita che conduce alla maturità. E non lo fa in modo convenzionale, ma stravolge il tempo e la normale narrazione lasciandosi trasportare dalle emozioni, dai turbamenti, dalle passioni e dagli ardori propri dell’animo umano.

Paul trova una parte di se stesso in ogni luogo durante i suoi viaggi, e dall’occidente all’oriente ne raccoglie i piccoli pezzi per ricostruire la sua identità una volta tornato a Parigi. La pellicola diventa un romanzo di formazione al contrario, poiché il protagonista capisce se stesso ripercorrendo le fasi salienti della sua vita, attribuendo alla bella e irraggiungibile Esther le “colpe” dei suoi rancori e della sua insoddisfazione. Desplechin aveva già usato il personaggio di Paul Dedalùs in due precedenti film, in altre storie e in ruoli diversi. Lo prende come simbolo dell’Uomo, che al di sopra del periodo storico o del contesto sociale, deve combattere contro la solitudine e l’irrequietezza dell’animo, per trovare la via d’uscita dal labirinto della vita.

Come vederlo: il film è stato distribuito a Roma e a Bologna, ma è possibile vederlo anche on demand su Chili, Google Play, Infinity, iTunes, Mediaset Premium Play, TimVision, Wuaki.

Voto: 9

I miei giorni più belli
Titolo Originale: Trois Souvenirs de ma Jeunesse

Regia: Arnaud Desplechin
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Julie Peyr
Fotografia: Irina Lubtchansky
Montaggio: Laurence Briaud
Musica: Grégoire Hetzel
Scenografia: Toma Baqueni
Interpreti: Cécile Garcia-Fogel, Dinara Drukarova, Lou Roy-Lecollinet, Mathieu Amalric, Olivier Rabourdiné, Quentin Dolmaire
Produzione: France 2 cinema, Why not Productions
Distribuzione: BIM
Origine: Francia
Anno: 2015
Durata: 120 minuti

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