La casa delle estati lontane – il desiderio di pace e di libertà

La casa delle estati lontane – il desiderio di pace e di libertà

“I secondi si trascinano, i minuti sono eterni, le ore scorrono lentamente, ma gli anni corrono a tutta velocità; sì, gli anni corrono a tutta velocità” ripeteva continuamente Zach (Pippo Delbono), prima di morire, alle sue tre figlie.

Calì, Darel e Asia si ritrovano catapultate nel presente, nella casa-vacanze dove avevano passato le loro estati giovanili, tra gli oliveti di Atlit, una cittadina israeliana. Sono passati molti anni dalle spensierate serate estive trascorse in giardino, e nonostante la loro maturità e la vita costruita fin qui, si riscoprono tutte e tre in cerca di uno spazio nel mondo.

È il 1995 e nell’aria aleggia una speranza di pace. Gli Israeliani e i Palestinesi sembrano avere finalmente raggiunto un traguardo comune. Dopo gli Accordi di Oslo del 1993 tutto il paese attende la fine della guerra dell’odio e dell’intolleranza.

Le tre sorelle, di origine francese, tornano per la prima volta nella loro vecchia casa dopo la morte dei genitori con la convinzione di venderla per ricavarne dei soldi. Si trovano però a fare i conti con il loro passato, i loro ricordi e i loro sogni.

Tre anime del tutto diverse. Calì (Géraldine Nakache) è la più determinata e cinica, Darel (Yaël Abecassis) è dolce e legata al tempo andato, Asia (Judith Chemla) è una sognatrice che crede nell’Ayurveda (medicina tradizionale indiana). Eppure dopo tanti anni sono costrette ad una convivenza forzata che le porta ad un viaggio interiore tra il passato e il futuro.

La casa delle estati lontane (titolo italiano del film) diventa il territorio neutrale, il paradiso intoccabile dove le tre sorelle si scambiano opinioni, consigli e condividono ricordi. Un luogo in forte contrasto con l’ambiente circostante, dove soltanto il passaggio degli aerei militari, il rumore delle armi da fuoco in lontananza, le immagini dei comizi di pace di Rabin in televisione, ci ricordano dove siamo.

Ed ecco che improvvisamente la ricerca di un compromesso sul destino di una casa diventa la metafora (in piccolo) della ricerca di un accordo di pace tra due territori. È necessario avere la capacità di condivisione e di capire le esigenze dell’altro, sia nella sfera affettiva che nella società.

La regista franco-anglo-israeliana Shirel Amitay con il suo debutto in regia, vuole portare attraverso il cinema un messaggio di speranza: “All’origine non c’è altro che un desiderio di pace. A partire da quella personale e esistenziale: la pace del singolo che si dona poi agli altri, alla famiglia, alla comunità. Per farlo occorre accettare le proprie paure, i propri limiti, i propri fantasmi e quelli di un paese intero”.

Riesce nel suo intento componendo una commedia impegnata, a tratti fantastica. La casa si ritrova popolata da fantasmi. Fantasmi “reali” con i quali le tre sorelle dovranno scontrarsi per riuscire ad affrontare le loro paure, dalle quali ripartire per andare avanti, continuando a custodire gelosamente il luogo simbolo della loro famiglia.

Nonostante momenti lenti, in cui l’attenzione dello spettatore potrebbe venire meno, risulta facile essere rapiti dalla bellezza di quei paesaggi. I fiori che crescono lungo le mura della casa, gli alberi di ulivo che delimitano i confini del giardino, il sole che filtra attraverso le finestre e illumina le stanze dal sapore e dall’arredamento francese. E le tre attrici donano una grazia insolita e piacevole ai loro personaggi, contribuendo a delineare i caratteri anche mediante le loro particolarità fisiche (il sorriso, i tratti del volto, i capelli lunghi, l’abbigliamento). Ogni sorella assume un ruolo ben preciso all’interno del film, e nonostante le evidenti diversità, ognuna di loro vuole inconsapevolmente raggiungere quel desiderio di pace e di libertà tanto sperato. Non a caso nel film viene ripetuta spesso, soprattutto come saluto, la parola “shalom” che in ebraico vuol dire “pace”.

Il film ha l’indiscusso merito di mostrarci un lato quotidiano e famigliare di un territorio che nel nostro immaginario è sinonimo di conflitto. La stessa regista afferma: “È molto difficile oggi parlare di pace, ma noi che non siamo né in Israele né in Palestina abbiamo il dovere di farlo”.

La scena in cui le tre sorelle sono in macchina di notte e apprendono alla radio la notizia dell’uccisione di Rabin, vale la visione del film. Un esempio di come le immagini senza le parole siano da sole uno strumento immenso.

Il titolo italiano omaggia Montale, che in Ossi di Seppia scrisse i seguenti versi:

La casa delle mie estati lontane,

t’era accanto, lo sai,

là nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l’aria le zanzare.

DATI TECNICI – LA CASA DELLE ESTATI LONTANE

VOTO: 7

TITOLO: La casa delle estati lontane

TITOLO ORIGINALE: Rendez-vous à Atlit

USCITA ITALIANA : giovedì 16 Giugno

REGIA: Shirel Amitay

SCENEGGIATURA: Shirel Amitay

PAESE: Francia, Israele

GENERE: Dramedy

DURATA: 91’

PRODUTTORE: Sandrine Brauer

CASA DI PRODUZIONE: En Compagnie Des Lamas, France 2

FOTOGRAFIA: Boaz Yehonatan Yaacov

MUSICHE: Reno Isaac

CAST: Géraldine Nakache, Yael Abecassis, Judith Chemla, Pippo Delbono, Arsinée Khanjian, Makram Khoury, Pini Tavgar, Yossi Marshak

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