Animal House, «toga, toga, toga!»

Animal House, «toga, toga, toga!»
Animal House - John Belushi (Bluto)

Stasera si toga con Animal House, precisamente alle 21.22 su Studio Universal. Un film di John Landis difficile da raccontare, che ha visto la luce in un 1978 lontano solamente negli anni ma non nel cuore.

Un film che crea dipendenza, complicato per chi l’ha visto non rigoderselo a spot, come un rituale da rispettare o un amico da ritrovare. Si ride. Si ride ancora di più la seconda volta, alla terza sei fottutamente rinchiuso nel loop delle battute attese e anticipate, e ridi da solo o in compagnia, non importa. Possono essere le due di notte o le tre del pomeriggio ma quando l’incontenibile John Belushi, alias Bluto, cappeggia goliardamente il gruppo sconclusionato della “Delta House”, si è lì con lui.

Animal House è stato l’inzio di tutto un filone, quello demenziale (orgogliosamente demenziale), che ha rischiato di estinguersi con la morte precoce di Belushi, che era un incontenibile portatore “insano” di questa comicità acuta e perspicace, capace di cogliere le assurde contraddizioni di una società fintamente puritana. Belli contro brutti, ricchi contro poveri, vincenti contro falliti, qui c’è in gioco l’intera nazione.

Prima di morire a soli 33 anni, per quel mix di cocaina ed eroina che non si è portato via solamente lui, il tocco di Belushi ha lasciato il segno, entrando nell’eterno proprio grazie ad Animal House e al magnifico The Blues Brothers, lui che con il Saturday Night Live il solco l’aveva già tracciato, e ben profondo.

Le parole sono inadeguate per un film-cult come questo, che ha seminato una serie interminabili di frasi e comportamenti entrati nella Storia, non solo del cinema. Ci sentiamo un po’ Bluto quando lo guardiamo sconsolato che ripete «Hanno portato via anche il bar! Ma vi rendete conto?!? Il bar!», o quando si ingozza in mensa o incita gli amici di questa confraternita dei falliti alla quale vorremmo appartenere «Cosa? È finita? Hai detto finita? Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi. È forse finita quando i tedeschi bombardarono Pearl Harbour? Col cazzo che è finita! E qui non finisce, perché quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare».

Gli Omega, i vincenti, sono sconfitti in partenza, non regge quella finta perfezione, non reggono quelle regole imposte, perché il fallimento è sempre un’occasione in più e mai una persa, il Toga party insegna.

Con leggerezza estrema, questo film incita alla ribellione e all’anticonfromismo se questi rappresentano perbenismo e ipocrisia. E allora via, smantelliamo l’ingessatura di una società che si sente nel diritto di giudicare ed eliminare chi non conforme ad uno standard imposto per convenienza, con dosi generose di follia e quel sano essere amici nella buona ma soprattutto nella cattiva sorte.

Buona indigestione di tutto cuore, che questo film vi rimanga attaccato e non vi lasci più, una dipendenza che fa bene alla saluta perché a volte i matti hanno ragione.

Vi lascio con un Belushi DOC, straripante, che come il buon vino invecchiando è ancora più piacevole da bere: «I miei personaggi dicono che va bene essere incasinati. La gente non deve necessariamente essere perfetta. Non deve essere intelligentissima. Non deve seguire le regole. Può divertirsi. La maggior parte dei film di oggi fa sentire la gente inadeguata. Io no».

Martedì 10 maggio Ore 21,22
*STUDIO UNIVERSAL
*Animal House
*Film (1978)

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