Recensione: This must be the place

(2011-reg. Paolo Sorrentino- cast: Sean Penn, Frances McDormand, David Byrne) 

Verrebbe da dire che l’amore a prima vista esiste davvero. Quel buon vecchio «colpo di fulmine» di cui ci parlavano le nostre nonne, nell’atmosfera sognante dei ricordi passati. È proprio quello che è successo tra il regista italiano Paolo Sorrentino (noto scrittore e sceneggiatore: autore del romanzo Hanno tutti ragione, classificato al terzo posto al Premio Strega 2010) e la star del cinema americano, Sean Penn. I due si conoscono al Festival di Cannes del 2008 quando Sorrentino vince  il premio della giuria con la pellicola Il Divo; tra i giurati c’è anche Penn. Colpito dal soggetto di Sorrentino e dalla sua maestria nel rappresentarlo sul grande schermo, Penn si ripropone di lavorare ad un nuovo progetto col nostro regista. L’occasione giunge presto, quando l’attore aveva già deciso di concedersi un anno sabbatico lontano dalle scene; una volta letta però la sceneggiatura di This must be the place, non può che accettare.

Film icona della grande musica anni ’80, in particolare del punk rock/goth di cui si fa portavoce proprio il protagonista John Smith (Sean Penn), in arte Cheyenne Wyoming leader dei The Fellows, prende il titolo da una nota canzone dei Talking Heads. La scena si apre con uno Cheyenne già cinquantenne e ben lontano dai palchi assediati da fans esultanti e in delirio, che avevano caratterizzato la sua carriera. Sono passati trent’anni dal suo debutto e ora Smith ha soltanto il trucco e l’abbigliamento della rock star dannata. Ora c’è l’essere umano, in tutta la sua disperazione di non trovare un proprio posto nel mondo, una propria utilità nella realtà quotidiana. A Cheyenne manca un progetto di vita, una sua «creazione» a cui apporre il proprio spirito e  in grado di dare finalmente un senso al suo esistere. Lo spirito non di uomo adulto, lontano dalla sua America, sposato e benestante con sua moglie a Dublino, ma quello di un bambino, di una creatura fragile e impaurita, la cui crescita si è cristallizzata all’età dell’adolescenza. Un’adolescenza difficile per il nostro Cheyenne, segnata dall’inesistente rapporto col padre ebreo, dall’incomprensione dell’uomo nei confronti di quel figlio diverso dagli altri, singolare soprattutto nella difesa della sua intimità, celata da un ombretto scuro sulle palpebre e da un velo di porpora sulle labbra. Una maschera: il cerone, l’eyeliner, un vero look da duro (ispirato a quello di Robert Smith, leader della band dark-goth degli anni ’80, The Cure) che nasconde in realtà un’anima «soffice» come panna montata. L’interpretazione di Sean Penn è studiata nei minimi particolari: la sua rappresentazione della depressione, sentita e vibrante, è plasmata da ogni piccolo particolare fisico. L’uso di un falsetto cantilenante mentre pronuncia delle vere e proprie perle di saggezza: quella tipica saggezza pessimista (ma forse cruda e realista) che viene dopo la sofferenza più atroce, un attimo dopo la caduta nel baratro. E Cheyenne ci è già caduto: alcolizzato ed eroinomane un tempo, adesso beve solo succhi di frutta con la cannuccia e non fuma sigarette (il fumo: uno degli indicatori del passaggio all’età adulta). Lo sguardo: nell’azzurro degli occhi contornati da rughe di Sean Penn, si intravede il senso di smarrimento e apatia del protagonista. La mimica facciale: ricorda l’interpretazione di Penn in Mi chiamo Sam, film che affrontò il crudo tema del disagio mentale di un padre affetto da ritardo, ma in grado di amare con tenera ipersensibilità la figlioletta. Il modo di camminare: Cheyenne procede curvo, trascinando un trolley per le strade assolate degli U.S.A. Il padre è morto ed è questa la chiave di volta del film: Cheyenne torna in America e fa i conti col suo passato, con un padre che non ha mai conosciuto. Scopre che l’uomo aveva vissuto gli orrori dell’Olocausto e che in vita, ebbe solo un unico obiettivo: rintracciare il soldato nazista che lo aveva umiliato. L’episodio: il padre non risponde col saluto romano ad un appello nel campo. Urina sul pavimento e viene sbeffeggiato da Aloise Lange. L’umiliazione: ben poca cosa forse, rispetto alle macabre brutture dei campi di concentramento, ma la rivendicazione di una vita per il padre di Cheyenne. Smith decide quindi di vendicare quel genitore con cui non aveva parlato per trent’anni: continua la sua ricerca in un lungo viaggio on the road, che lo porterà a contatto con diversi personaggi. C’è il compositore David Byrne, leader dei Talking Heads (che interpreta se stesso), amico di Cheyenne ma estraneo alla sua disfatta umano/artistica. Il dialogo tra i due è una tra le scene più significative del cinema internazionale: Byrne ascolta lo sfogo di Cheyenne il quale, come un fiume in piena, parla della sua depressione e del senso di colpa lancinante per il suicidio di due suoi fans, ispirati dall’atmosfera lugubre delle sue canzoni; del rapporto con la moglie, una stupenda Frances McDormand che con la sua positività e ironia, dona tutto il suo amore al marito, non comprendendo però, la gravità del suo stadio depressivo. Varie frasi nella pellicola sono degne di nota: quasi degli amari aforismi in cui tutta la sensibilità di Cheyenne trasuda letteralmente. Riporto doverosamente un dialogo tra il protagonista e l’ignara nipote del criminale nazista, Rachel: 

“Lo sai qual è il vero problema Rachel?”

“Quale?”
“Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò cosi…” all’età in cui si dice “è andata così…” 

Alla fine del viaggio, Cheyenne troverà l’aguzzino di suo padre. È un vecchio, curvo, ossuto, isolato: a fargli compagnia, ricordi e rimorsi di una vita indegna. Come promesso, il protagonista attua la sua vendetta. Lo uccide? No. Esiste qualcosa di peggiore della morte e Cheyenne lo sa bene: è l’umiliazione. Una sorta di «Legge del Taglione» in grande stile. La rockstar dall’adolescenza anacronistica, simboleggiata da quel gesto così eloquente di Sean Penn che con uno sbuffo allontana la ciocca di capelli che gli ricade sulla fronte, è cambiata e torna nella sua Dublino. Via il trucco, via l’acconciatura punk: ora c’è John, l’uomo, con la sua nuova vita. Redenzione, voi direte. Io dirò, autoconsapevolezza e speranza che ci possano essere per tutti nuove albe, nuovi progetti, nuovi sogni da realizzare. Perché, come recita nel film Eve Hewson, figlia del leader degli U2 Bono Vox, nel ruolo della fan sedicenne e migliore amica di Cheyenne:

“Il dolore non è la destinazione finale.”

Sarah Jay De Rosa    

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