THE HELP – L’AIUTO ANONIMO (2011)

REGIA: Tate Taylor. CAST: Emma Stone, Viola Davis, Octavia Spencer.

Come un abile impressionista dalla sua tavolozza, il regista Tate Taylor attinge dal romanzo The Help (2009) di  Kathryn Stockett e realizza quella che sarà nel 2011, una «tela» cinematografica dalle tinte crude e commoventi. Pellicola che riporta lo stesso titolo del romanzo da cui è tratta e che riceverà molteplici riconoscimenti: 5 candidature ai Golden Globes del 2012 e ben 4 ai premi Oscar 2012. Viola Davis e Octavia Spencer ottengono, rispettivamente, il premio Oscar come Migliore attrice protagonista e quello come Migliore attrice non protagonista. Il tema del film? Uno tra i più scomodi: la questione dell’apartheid nell’America degli anni ’60. Siamo a Jackson (Mississippi) ed Eugenia Phelan (Emma Stone), detta Skeeter, terminata l’università ritorna nella sua città, dai suoi ricchi genitori. Giovane single convinta e impegnata nel suo lavoro di giornalista, la nostra Skeeter viene avvolta dalla nube tossica di ipocrisia e razzismo che circonda le sue amiche, rigorosamente sposate e madri di bambini che sfiorano di rado. Figli, che ricevono cure e teneri abbracci adiposi, dalle loro tate: le domestiche di colore. Donne private dei fondamentali diritti umani, tenute a distanza perché presumibilmente portatrici di malattie, ma paradossalmente adatte a fare da madri putative ai figli dei loro padroni. Una logica senza senso che si palesa nell’assurda proposta della detestabile Hilly Holbrook (interpretata da una davvero credibile Bryce Dallas Howard), di far costruire per ogni famiglia bianca che si rispetti, una toilette per soli servi negri. Le domestiche possono, anzi devono, occuparsi della crescita di quanto più prezioso esista al mondo (un bambino), ma sono costrette ad urinare a debita distanza. Nauseata, Skeeter, decide di dar voce alle domestiche di colore in un libro/raccolta delle loro testimonianze: The Help – L’aiuto anonimo, contro l’omertà e il finto perbenismo di un’America, ipocrita paladina dei diritti civili. Skeeter, la Giovanna d’Arco della macchina da scrivere, imporrà alla sua comunità di guardare in faccia il letame sociale che vi serpeggiava e di cui non si poteva ignorare il tanfo. Il razzismo però non perdona e la tata Aibileen Clark (Viola Davis), pioniera insieme alla pungente Minny Jackson (Octavia Spencer) del coraggioso progetto editoriale, perderà il lavoro, accusata ingiustamente di furto. Un lungometraggio che mette a dura prova i freni inibitori della commozione, ma che non va visto come il solito «polpettone» anti-razzismo: è piuttosto una legittima ed accorata denuncia che, senza forzati pietismi, spinge e sospinge al  cambiamento di una realtà socialmente primitiva. Un cast formato da diverse e mirabili perle di uno stesso gioiello, che urlano con la potenza di un solo sguardo, il dramma della libertà negata. Cito, doverosamente, il vibrante monologo finale di Aibi, appena dopo l’ingiusto licenziamento, seguita dal pianto disperato della bimba che accudiva:

«Dio dice di amare il nostro nemico, ma è difficile. Nel giro di 10 minuti, quella che era la mia vita era scomparsa. Si può iniziare però, col dire la verità. Quando ho detto la verità, mi sono sentita libera. Mio figlio diceva sempre, che nella nostra famiglia ci sarebbe stato uno scrittore: credo che sarò  proprio io quello scrittore.»

E parafrasando la locandina del film: «Il cambiamento inizia con un sussurro.»                            

Sarah Jay De Rosa
30 novembre 2012

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