Oliver, Stoned

Oliver, Stoned

Nel gergo cinematografico uno stoner film è un lungometraggio con al centro dei giovani colpiti dalla sindrome di Peter Pan, dediti all’ (ab)uso di droghe leggere e dementi. Girato – quasi – esclusivamente per i fan della pianta a foglie larghe cresciuti con titoli come Horror movie, Superband 3 metri sopra il pelo e affini, si tratta di film con il classico schema di gag comiche basate sul momento post consumo delle sostanze che ovviamente regala una visione annebbiata della realtà. Scala dei bisogni sottosopra, errori che si accumulano su errori, finché il protagonista, l’idiota più idiota del gruppo, seppur a fatica, risolve la situazione. Insomma… “Maria”, cilum, bong, calo del desiderio, fame chimica e momenti di gioia fanciullesca per il pop, in un circolo vizioso di 95 minuti.

E ancora… situazioni al limite dell’assurdo, incontri, scontri, sino alla risoluzione finale: la crescita. O almeno quella che ai / al protagonisti-a appare tale. Il film riassunto in una frase: “Che si goda l’anarchia dei sensi, dunque, in maniera spensierata”: ben tornata morale comune! Due esempi, in una scala di film di genere: ultimo gradino, Strafumati, lungometraggio recentemente distribuito in Italia da … . Primo gradino Il grande Lebowski. Dove Oliver, Stoned, ovviamente è fuori quota… Quasi del tutto privo di struttura, del meccanismo che appassiona, avvicina e dona riflessione allo spettatore, Oliver, Stoned ti lascia con l’amaro in bocca, che sà di occasione sprecata. La trama: un giovane sfaccendato ruba un automobile. Dopo il “fattaccio” la situazione, per lui, precipita.

Prevedibilità dovunque, anche negli sketch nonsense e nel tentativo, che risulta piuttosto goffo, di virare il lungometraggio sul multigenere (Stoner film? Sentimentale? Gangster Metropolitano?). Un mal riuscito esperimento “chimico”: nè Trainspotting, nè Kevin Smith. Solo l’ennesima parodia – per usare un termine politically correct – dell’America senza cultura, infantile e mercificata: di certo derisa e messa in ridicolo, ma, ahimè, questo resta l’unico “buon sentimento” in un film che langue dall’inizio alla fine. Per 95, interminabili, minuti.

 

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