LA CORTE – Un po’ come un teatro

LA CORTE – Un po’ come un teatro
La corte

Entriamo all’interno della corte d’Assise a Parigi, e lì scorgiamo un burbero Presidente (guai a chiamarlo Giudice!) che è pronto a chiamare la giuria e a decretare la colpevolezza o l’innocenza di un ragazzo di 27 anni, accusato di aver ucciso sua figlia di appena 7 mesi, Melissa.

La corte
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Sembra un film che parli di giustizia, ma non appena gli occhi di Michel Racine (Fabrice Luchini), ovvero il Presidente, sfiorano quelli di Ditte Lorensen-Coteret (Sidse Babett Knudsen), una dei giurati, tutto si dissolve e l’uomo tanto odiato da tutti in tribunale, diviene agli occhi dello spettatore un docile agnellino, con un amore immenso per quella donna che sei anni prima lo aveva rianimato in ospedale. La storia che ha per contorno l’accusa, la difesa, i giurati, i poliziotti e i testimoni, in realtà è una danza gentile da parte di un innamorato che cerca di conquistare la sua donna in pochi giorni.

Racine è la notte, colui che infligge domande pungenti, che non si interessa se la persona venga condannata o meno – tanto lui non si porta il lavoro a casa – , che tratta male tutti, che non vuole parlare con nessuno e che è giudicato burbero e antipatico da ogni suo collega; Ditte invece è il giorno, il sole, che con il suo sorriso scalda anche un possibile condannato, che fa domande per ricercare la verità, che cura i malati, che porge loro una mano accarezzandola dolcemente e che se finisce il suo turno chiama l’ospedale per sapere come stiano i suoi pazienti. Bella nel lato più ampio del termine, dolce e sensuale al tempo stesso.

La corte
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Lo stile del film è leggero, la fotografia e la recitazione sono naturalistiche. Anche se le inquadrature sono ben gestite e delineate, sembra quasi di spiare all’interno della corte e soprattutto della vita di Michel Racine. Quasi come se la telecamera fosse nascosta e i protagonisti, ignari di essere inquadrati, vivessero le loro vite. E infatti gli attori non sono tutti dei professionisti, alcuni sono personaggi così particolari da essere inseriti nel film proprio per interpretare loro stessi.

“Se il cast è ben fatto, l’attore ha poco da recitare”, commenta Fabrice Luchini.

Il film era già stato presentato alla “Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2015”, portandosi a casa il premio per la migliore sceneggiatura e la coppa Volpi per Fabrice Luchini.

La corte
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“La corte è un po’ come un teatro – spiega il regista Christian Vincent -, con un pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C’è un ordine prestabilito prima di essere ribaltato. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito: un luogo dove coesistono quelli che padroneggiano il linguaggio con altri che non riescono neanche a capire il significato delle domande che gli vengono rivolte. […] Quando il processo finisce, la verità a volte trionfa.”

Una delle frasi memorabili del film è quella di Racine che si siede davanti ai giurati ai quali è rimasto poco tempo ormai per decidere sulla colpevolezza o l’innocenza dell’accusato e dice: “La giustizia non è trovare la verità, ma far affermare la legge. Non sapremo mai cosa sia successo quella notte, se i fatti siano andati o meno come scritto sulla testimonianza, ma non ha importanza. Noi dobbiamo far affermare la legge, far capire cosa sia consentito e cosa no.”

Si può contestare il significato profondo di questa affermazione, ma in realtà quello che divide coloro che stanno in tribunale e chi assiste è proprio la passività rispetto alla verità. Possiamo avvicinarci, logicamente capire o immaginare come potrebbero essere andate le cose, ma avremo sempre il dubbio. Il tribunale, quindi, rimane distante da tutto ciò. La cosa importante però è che chiunque, senza pregiudizi, abbia la possibilità di avere un processo giusto e regolare.

La corte

Un film di Christian Vincent

Con

Fabrice Luchini
Sidse Babett Knudsen
Eva Lallier

Dal 17 marzo al cinema
Distribuzione Academy Two

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