Una Amy Winehouse inedita per un documentario da Oscar!

Una Amy Winehouse inedita per un documentario da Oscar!

Nella storia della musica esiste un club maledetto, fondato da artisti che credevano alla loro musica al punto di farla diventare motivo di autodistruzione: il Club 27.

Nel tempo questo speciale circolo ha avuto sempre più adepti, passati a farne parte dopo una morte per overdose o ad un decesso prematuro. Unica regola fondamentale quella di condurre una vita totalmente fuori dalle righe, intreccio instancabile tra genio e sregolatezza al limite dell’adrenalina come un assolo di chitarra elettrica.

Brian Jones, Janis Joplin, Kurt Cobain, Jimmy Hendrix, Jim Morrison. Queste e tante altre glorie della musica, a partire dagli anni ’70, hanno contribuito ad alimentare il mito della morte bohémien. Ultima, non in termini di bravura, è stata Amy Winehouse, ritrovata morta nel 2011 nel suo appartamento di Camden Town.

Ma a distanza di cinque anni il ricordo di una delle più grandi icone dell’R&B contemporaneo è ancora vivo sia grazie alla sua musica, sia per la vittoria agli Oscar di Amy: The Girl Behind the Name, nella sezione “Miglior Documentario”.

La volontà del regista Asif Kapadia è espressamente manifesta già nel titolo del suo lavoro. Emerge infatti sin da subito la necessità di raccontare non la storia della sbarazzina Winehouse abituata ai riflettori, bensì quella di Amy, una ragazza problematica come tante. Ed Amy in più rispetto alle altre aveva un dono, quello della sensibilità artistica, che forse è stato anche la sua rovina.

Se si prende un’icona e la si spoglia di tutti i suoi stereotipi, cercando di guardarla negli occhi, ci si accorge che effettivamente quell’icona è fatta di carne, ossa e sentimenti.

Kapadia quindi, riproponendo del materiale amatoriale mai visto prima, accede direttamente a quell’intimismo che caratterizzava Amy, mostrandola in tutte le sue fragilità e nevrosi.

Una volta tolto il cerone, della star rimane nulla, resta soltanto una totale incapacità nel gestire la popolarità e l’invadenza dei giornalisti.

Soprattutto questo sarà il motivo della fine di Amy Winehouse: un continuo ed ossessivo rapporto con un mondo mediatico che non prese mai coscienza dello sciacallaggio che si stava facendo intorno alla donna. Tra una striscia di coca ed un bicchiere di whisky, sempre accese erano le luci delle telecamere. Sempre pronti allo scatto erano i flash dei paparazzi che, assetati di scoop, immortalavano momenti di miserabilità umana di infimo livello.

Ogni foto era ed è una frecciata che colpisce mortalmente il San Sebastiano di turno.
Ogni articolo di gossip non fa altro che contribuire alla costruzione di una gabbia dorata da cui mai nessun’artista riuscirà ad evadere definitivamente.

Ed in fondo alla piramide, la cui cima è l’Eden proibito dello star system, ci siamo noi, sempre più affamati di celebrità e notizie sorprendenti.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook