Stanley Kubrick, lo psicologo della cinepresa

Stanley Kubrick, lo psicologo della cinepresa

A quasi novant’anni dalla nascita di uno dei più grandi del cinema mondiale, di cui oggi ricorre l’anniversario, ci apprestiamo a tracciare e descrivere la personalità del Maestro Stanley Kubrick. Difficile riportare la sua rocambolesca e intensa esistenza in poche righe: già di per sé il racconto di un mito non può esser ridotto ad un breve articolo; quando poi mito e pietra miliare del panorama cinematografico moderno si sovrappongono e si fondono in una sola cosa, è lì che tutto si fa più complicato.

E, allo stesso modo, tratteggiarne figura e spirito poliedrico in un angusto spazio non renderà di certo giustizia al fenomeno Stanley Kubrick, indiscusso Maestro del cinema contemporaneo.

La sua personalità è assimilabile ad un caleidoscopio: quell’aggeggio, attraverso il quale è possibile distinguere molteplici colori e figure, è comparabile alla varietà di vedute di cui l’immenso regista ha dimostrato di esser portatore. Mi riferisco al talento nell’affrontare e saper condurre al successo generi cinematografici assolutamente differenti. E non è necessario essere un esperto cinefilo per capire che da “Arancia Meccanica” (satira fantascientifica) a “Full Metal Jacket” (guerra/drammatico), da “2001:Odissea nello spazio” (fantascienza) a “Shining” (horror), tutti sono stati incredibili capolavori.

Ma andiamo per ordine.

Stanley ha un’infanzia tranquilla: nasce a Manhattan nel 1928; l’unica particolarità, che giustifica poi l’estroso carattere del regista, è rappresentata dall’avversione verso gli insegnanti e la scuola, che lo porterà a saltare frequentemente le lezioni per recarsi al cinema vicino. “L’errore più grande delle scuole è di cercare d’insegnare ai bambini un po’ di tutto, e di usare la paura quale motivazione di base”. Riceve in regalo dal padre, per il suo tredicesimo compleanno, una macchina fotografica ed è da quel momento che affiora la passione per la fotografia e da lì la conseguente voglia di immortalare ogni singolo istante. Ed è indubbio che quest’indole variopinta provenga dal suo stesso animo osservatore. Comincia dunque la carriera da giovane fotografo, per poi passare ai primi cortometraggi, fino a diventare regista di fama mondiale. Di Kubrick si ricorda più spesso il carattere burbero e la gelosia nutrita nei confronti dei colleghi registi; gelosia alimentata dalle fobie di un uomo che – a quanto si narra – detestava stare tra la gente perché ne avvertiva il timore. Spirito inquieto e tormentato, desideroso di trasporre su pellicola ogni minimo dettaglio dell’animo umano. Un perfezionista.” Stanley era uno che pensava a lungo alle cose. Ogni tanto mi diceva “ti farò sapere”. Quando mi telefonava, una settimana dopo, mi teneva al telefono per tre ore per discuterne nei minimi dettagli” – dice di lui l’amico Steven Spielberg. Ossessivo, al punto da pretendere da Tom Cruise ( in “Eyes Wide Shut”) la ripetizione di una scena ben 93 volte.

E questo suo esser maniacale si riflette nella scelta dei temi trattati, sempre accorto nel descrivere il sensibile universo interiore e nell’analizzare con estrema precisione i più complessi stati d’animo; la furia omicida, la violenza, l’adolescenza bruciata e la disumanità che trapelano dai suoi film di maggior successo, fanno sì che Kubrick venga considerato un regista sui generis; egli è studioso dei comportamenti umani e grande conoscitore del singolo individuo. E’ l’uomo dai mille volti e dalle innumerevoli sfumature. E’ lo psicologo della cinepresa.

“If it can be written, or thought, it can be filmed”.

 

 

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