The Hateful Eight, lo schiaffo di Tarantino

The Hateful Eight, lo schiaffo di Tarantino

Tre anni dopo “Django Unchained”, Quentin Tarantino resta nel contesto del vecchio west e in quel periodo colloca la sua ultima creatura “The Eightful Hate”, il suo ottavo lungometraggio. Un film che si svolge qualche anno dopo la guerra di secessione. Una buona occasione per richiamare alle armi alcuni tra i suoi fedelissimi come Kurt Russel, Bruce Dern, Samuel Lee Jackson e Tim Roth. Questo film ha seriamente rischiato di non vedere la luce. Qualche tempo fa parte del copione finì in rete (si vociferava fosse stato Michael Madsen) e il suo autore era deciso ad abbandonare questo progetto. Fortunatamente, Quentin è tornato indietro decidendo di andare avanti.

TRAMA

Nel cuore delle montagne dell’Ovest americano, precisamente nel Wyoming si trova un rifugio in legno. Un luogo che ha visto riunirsi otto autentici bastardi (detestabili appunto) intenti a ripararsi dalla bufera di neve. Tra loro il cacciatore di taglie John Ruth e la sua prigioniera da 10 000 dollari Daisy Domergue, il maggiore Marquis Warrenm, Chris Mannix, il nuovo sceriffo di Red Rock, il confederato americano, il messicano, il cowboy e il boia. Tra loro si nasconde un complice di Daisy intento a liberarla. Una squadra di personaggi direttamente usciti dalla fantasia del regista pulp. Ispirandosi a serie come sixties, The Virginian o Bonanza, il buon Quentin decide di rimanere nel vecchio west per ambientare un’altra delle sue storie.

È palpabile l’indiscutibile rivoluzione artistica ma anche il grande amore del regista per il mondo del cinema. Probabilmente questa è la sua opera più matura. Il sale del suo cinema – dialoghi ampi e fantasiosi, formidabile fotografia, violenza e sangue sparsi qua e là – ci sono intendiamoci. Tuttavia, questa pellicola è stata realizzata con un altro approccio professionale. In questo film, Tarantino è spietatamente cinico e distribuisce diversi messaggi a sfondo politico. Un cambiamento nell’impostazione che si respira anche nella sublime colonna sonora composta dal maestro Morricone.

Non c’è un personaggio per il quale fare il tifo. No, davvero. Si tratta semplicemente di otto persone tutte responsabili di atti orrendi dei quali non sono minimamente pentiti peraltro. Tutti i tratti pessimistici emergono nell’evoluzione di una trama che ricorda le Iene per lo stesso luogo in cui si svolge il film (Tarantino l’ha definito alla conferenza stampa di presentazione a Roma come: “Le Iene in chiave western”). Un distillato di problemi dannatamente attuali. Uno su tutti: il razzismo nei confronti degli afroamericani ma anche la violenza contro le donne e l’abuso di armi e uno dei grandi problemi dell’America di oggi ricordato dalle parole del boia Osvaldo Mobray che spiega come la “Giustizia sia senza passione”.

L’approccio a questo film è decisamente audace con l’impiego dell’Ultra Panavision 70mm. Il film dura quasi tre ore ed è lento “come la melassa” ma diabolico nella sua evoluzione fino a scoppiare in un epilogo frustrante e perverso sullo fondo di una suspense poco eclatante. Un gioco al massacro che rispetta la tradizione del suo regista. La cinefilia si mescola abilmente con la storia. Uno script suddiviso in sei capitoli e due macro parti, una lenta, l’altra veloce entrambe ossessionate dalla nozione di identità.

I protagonisti passano il loro tempo a studiarsi. Si ritrovano immersi in un ambiente in cui le comunicazioni sono ridotte e dove non smettono di esibire le loro referenze con l’intento di accertare la propria identità. E devono essere credibili in quello che dicono di essere. Sono davvero quello che dicono di essere? È amico? Oppure no? Ci si può fidare di lui? Il clima post guerra civile contribuisce a conferire un’atmosfera tesissima. Una convivenza forzata tra nordisti e sudisti che è l’essenza di una nazione e che gira intorno all’eroe nero che si pone tra spettatore e film (una chiave di lettura che ricorda Dostoevskij). “The Hateful Eight” colpisce proprio dove vuole colpire. Un gioco al massacro sorretto dalla costante imprevedibilità dello scenario. La lettera di Lincoln è l’oggetto chiave del film. Un oggetto talmente prezioso che non importa se sia vero o falso. Semplicemente da piacere nel momento in cui è contemplato. Nella sequenza finale, lo spettatore è invitato a conoscere l’integralità di questa lettera. Un elemento con il quale Tarantino riunisce l’America bianca con quella nera.

IL TRAILER

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