La Corrispondenza: l’amore 2.0 di Giuseppe Tornatore

La Corrispondenza: l’amore 2.0 di Giuseppe Tornatore
Jeremy Irons

Quando Luigi Pirandello, nel 1925, scriveva i Quaderni di Serafino Gubbio operatore, già assaporava un certo grado di alienazione che stava contagiando la moderna società di massa.
Le disgraziate vicende del protagonista di quel romanzo erano infatti solamente un incipit del mondo che si sarebbe delineato negli anni a venire, profetica rappresentazione di una società feuerbachiana completamente sottomessa al dio motore.
Di corrispondenze tra quell’universo volto al futuro, ma ancora così primigenio nelle sue possibilità, ed il nuovo cosmo della rivoluzione digitale ce ne sono però a bizzeffe. E l’intento del nuovo film di Tornatore sarebbe proprio quello di mettere lo spettatore a tu per tu con una condizione di alienazione che, sin dalla Belle Époque, è maturata nella civiltà occidentale intrecciandosi con le esigenze dell’uomo e raggiungendo il suo acme proprio nella nostra contemporaneità.

La studentessa di fisica Amy Ryan (Olga Kurylenko) ha una storia con il professor Ed Phoerum (Jeremy Irons), ma la loro relazione clandestina è consumata molto raramente dal vivo ed assai più spesso su Skype, a causa della lontananza tra i due.
Le possibilità di vedersi sono così sporadiche che la ragazza verrà a conoscenza della morte del suo amante solamente per caso. Inspiegabilmente però, il professore continua ad inviarle messaggi, lettere e regali nonostante non ci sia più.

Quello che Tornatore tenta di mettere in piedi è un dramma che pone gli accenti sull’amore vissuto ai tempi delle webcam, unico vero strumento in grado di consolare la passione e rendere la distanza meno evidente. La catabasi inversa che Jeremy Irons è costretto ad interpretare, in realtà mette a nudo una sceneggiatura non proprio solidissima, che troppo si affida all’esibizione del dolore per creare sintonia con chi sta guardando.
Le incursioni digitali del professore deceduto costituiscono infatti il principale motivo per cui la narrazione perde di fluidità, sacrificando ingiustamente la buona prova della Kurylenko.
A nulla servono le stupende location in cui è ambientata la storia, girata tra York, Edimburgo ed il Lago d’Orta: la sinossi risente troppo della macchinosa iterazione che è alla base del film, facendo rimpiangere non poco i capolavori precedenti del regista siciliano, colto evidentemente da una improvvisa afasia pirandelliana.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook