Garrone torna con “Reality”, uno specchio doloroso

E’ uscito nelle sale il 28 settembre, il nuovo film di Matteo Garrone “Reality” , vincitore del premio giuria del Festival di Cannes.  Sperimentandosi in una commedia tragica, il regista di “Gomorra” riesce anche questa volta a lasciare il segno e quella che piomba sugli spettatori è una doccia fredda senza precedenti.

Luciano Ciotola (Aniello Arena) è il tipico uomo comune. Vive a Napoli con sua moglie (Loredana  Simioli), i suoi figli e la sua numerosa famiglia, con la quale condivide un enorme palazzo che sfiora i limiti del fiabesco. E’ un egocentrico pescivendolo e la sua monotona vita ondeggia tra la pescheria, le piccole truffe che gestisce con sua moglie e i suoi doveri di padre, sempre pronto a rallegrare i suoi figli vestendo gli abiti del buffone tra una festa e l’altra.

Ed è proprio per non deludere i suoi bambini che Luciano decide di affrontare i provini de “Il Grande Fratello”, dando il via a una trasformazione iperbolica del nostro protagonista, culminante nello smarrimento totale nel labirinto della pazzia. Fiero della sua mini performance, Luciano si crede già attore, già famoso, già arrivato. Privo di certezze, affronta la sua vita come se ne avesse; convince la moglie a vendere la pescheria e resta in attesa di una telefonata che non arriverà mai. Trascorre i suoi giorni negando la realtà e nonostante gli “scetate!”  della povera compagna, Luciano non ne vuole sapere. Il programma inizia, facendo sprofondare il pescivendolo napoletano in una depressione abissale. Consuma la sua esistenza sul divano col televisore acceso, innescando una vera e propria mimesi tra i suoi sentimenti e quelli dei partecipanti al reality e accantonando, fino alla fine della pellicola, la sua vera vita. E se quello di Orlando era finito sulla luna, il senno del protagonista risulta introvabile al pubblico che guarda, che non può fare a meno di mettere in moto una minima e spontanea introspezione, conscio di vivere nell’era del consumismo, dell’imitazione, delle apparenze.

Quella descritta è la storia di un uomo dei nostri tempi, sedotto dal successo e dalla obsoleta felicità che un paradiso artificiale come un reality può regalare.  Il protagonista risulta essere perfettamente integrato in una società che mira ad apparire, al sembrare, al riflettore ad ogni costo. Il film realizzato da Garrone è un odiato specchio che il regista pone davanti forzatamente. L’amarezza dilaga tra le poltrone perché quello che gli spettatori ammirano non è altro che se stessi.  Luciano è una persona che si barcamena quotidianamente nel tentativo di distinguere i bisogni veri da quelli falsi, finendo per cedere a questi ultimi e giungendo a quella che Marcuse definiva “un’euforia nel mezzo dell’infelicità”. E’ un’occasione per dare una svolta, ma come al solito si mira al colpo di fortuna. Come al solito non ci si impegna, non si fatica, non si guadagna. Si mira al tutto e subito, al successo facile, alle scorciatoie. Il regista descrive un’Italia stupida e credulona, che si illude e continuerà a illudersi per molto tempo ancora, un paese che non ha nemmeno diritto a una catarsi. Non c’è purificazione nel film, non c’è guarigione per malattie del genere.

Emerge in modo fulminante la meticolosa attenzione del regista nella scelta degli interpreti. Quelle che dominano il film sono infatti maschere indossate dai giusti volti e quello proiettato sul grande schermo è l’effetto voluto. Gli attori danno esattamente l’idea di persone ordinarie in attesa di una scossa che alteri le loro vite monotone  e questo è ancora più messo in evidenza dalla loro stazza, dalle loro smorfie facciali e dai loro sguardi spenti.  Aniello Arena, “volto tra De Niro e Totò” come lo definisce lo stesso Garrone, domina  la scena in modo indiscusso  regalando alla macchina da presa una scarica di energia dalla durata di 117 minuti. Nonostante la grande performance dell’attore detenuto de “La compagnia della fortezza” , la scelta di Arena appare piuttosto forzata, come uno sfizio personale del regista. Non potendo ricorrervi in “Gomorra” per ragioni giudiziarie, viene così catapultato in questo nuovo progetto dal sapore drammatico, che non avrebbe potuto avere di meglio o forse si.

Le musiche di Alexandre Desplat contribuiscono a rendere ancora più fatiscente l’atmosfera rifinendo quello che già risulta essere un interessante, acuto progetto.

Chiara Cerini

7 ottobre 2012

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