“Bella Addormentata” a Venezia risveglia gli animi degli italiani

“L’amore cambia il modo di vedere, non è vero che acceca, anzi” è la frase pronunciata da Maria (Alba Rohrwacher), protagonista di una delle tre storie che, pur sviluppandosi separatamente condividono il nocciolo di questo film. E forse è proprio l’eco di questa frase ad attraversare l’intera pellicola, dall’inizio alla fine. Quando ami veramente, sia te stesso che gli altri, riesci infatti ad acquisire lucidità e responsabilità nei tuoi confronti e nei confronti di coloro che da te dipendono. 

“Bella addormentata” è l’ultimo capolavoro di Bellocchio e riesce a proiettare sul grande schermo più che dignitosamente la sensibilità e l’onesta intellettuale del regista emiliano. “Ci tengo a dire che nulla è stato voluto e determinato per affermare un principio, un’idea o una tesi” – afferma quest’ultimo – “Certamente il film svela quello che io penso, ma in modo complesso e non ecumenico”.

E’ un film, si potrebbe dire, focalizzato sul tema della dolce morte, ma sarebbe interessante notare e approfondire  come, in fondo, il tema dominante sia la vita e come ognuno di noi scelga di aggrapparcisi. Sullo sfondo la vicenda di Eluana Englaro e la lotta di un padre che desidera visceralmente vedersi riconosciuto il diritto di lasciar andare sua figlia, di evitarle l’eterna sofferenza  riservandole un sonno infinito.  Tutte le vicende si svolgono infatti nei primi giorni di febbraio 2009. Contemporaneamente una tossicodipendente vuole farla finita e inciampa nel dottor Pallido determinato a tenerla in vita, una madre (splendida Isabelle Huppert), rinunciando alla sua carriera d’attrice, veglia giorno e notte sua figlia in coma e  un senatore del Popolo delle Libertà (un versatile Toni Servillo) recandosi a Roma per votare il decreto d’urgenza voluto da Silvio Berlusconi relativo alla materia  non è più sicuro della sua posizione mentre sua figlia, la Maria della frase iniziale, raggiunge la clinica “La Quiete” per manifestare contro l’interruzione dei trattamenti terapeutici. Quelli che emergono sono pertanto svariati punti di vista, molteplici sensazioni e diversi approcci all’esistenza che rasentano la filosofia pura.  La storia più toccante  è senz’altro quella di Rossa, ladra tossica, che si lascia salvare da Pier Giorgio Bellocchio nei panni di un dottore qualunque, il quale, pur rispettando le scelte dei propri pazienti ha a cura la loro vita e riesce a far chiudere definitivamente alla donna la finestra sul suicidio. Il tutto è condito con una meticolosa cura dei particolari, un’ironia sorprendente che, a sprazzi, illumina la pellicola caratterizzata sommariamente da una sacra serietà (facilitata anche dall’uso di colori seriosi) e da fatti realmente accaduti che contribuiscono a rendere le storie del film più che verosimili. Nel complesso dalla cellulosa dei fotogrammi trasuda l’impegno di Bellocchio nel realizzare un’opera particolarmente complessa, fornendo al pubblico in sala una vaga idea di cosa sia giusto e cosa non lo sia pur mantenendo dalla tematica un sano distacco tale da offrire una panoramica di posizioni. 

Chiara Cerini

20 settembre 2012

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