Steve McQueen e la sua vita spericolata

Steve McQueen e la sua vita spericolata

Milano, martedì 27 ottobre. Sono da poco passate le 21:00 quando al cinema Colosseo si spengono le luci e si accendono i proiettori per raccontarci la vita di un uomo, Steve McQueen, in accelerazione perpetua.
Difficile scorgere il limite che separa la realtà dalla finzione, il privato dal pubblico, il marito e padre dall’attore e dall’appassionato di velocità, su due e su quattro ruote, in questo film-documentario presentato al Festival di Cannes, con la regia a quattro mani di Gabriel Clarke e John McKenna. In Italia arriverà il 9, il 10 e l’11 novembre grazie I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection, proprio a ridosso del 35mo anniversario della sua morte che cade il 7 novembre.
«Steve McQueen: una vita spericolata» permette di impastarsi con l’irrequietezza ed il carisma di un’icona del cinema targato anni ’60 e ’70. E lo fa ripercorrendo l’ideazione e le riprese di un film tanto desiderato da Steve quanto osteggiato dallo star system hollywoodiano, fonte di accese discussioni ed incomprensioni: Le 24 Ore di Le Mans (1971), prodotto dalla sua stessa casa di produzione Solar.
Una lente d’ingrandimento che viaggia nel tempo, tra passato e futuro, attraverso interviste inedite e immagini di repertorio, dove si avverte il contrasto tra il ritmo frenetico delle gare e l’indugiare su sfumature e dettagli di un’esistenza sfuggente e spericolata che rifiutava i compromessi, al suono di un mantra personalissimo: «Sul set comando io. Io decido cosa è giusto e sbagliato. Io stabilisco le regole, io decido».
Un uomo considerato il «re del cool», che si sentiva però definito da una frase di Alessandro Magno, letta nell’unico libro portato a termine: «Ho conquistato il mondo ma non ho conquistato me stesso».

La determinazione di Steve McQueen andava di pari passo con la necessità di correre e superare i limiti, nella vita e sulla pista. Un bisogno fisiologico di mettersi alla prova e di dimostrare a se stesso, prima che agli altri, di essere capace di un continuo sorpasso ai traguardi raggiunti, di essere vincente, di saper guardare in faccia la paura e farsela compagna e amica.
I primi piani ci regalano uno sguardo profondo ed irraggiungibile, proprio come lui, incapace di stare rinchiuso nello stereotipo del divo di successo, eppure lui stesso soggiogato dal potere acquisito con la fama raggiunta. Da questo contrasto prese anima e corpo il sogno, trasformatosi via via in incubo, di realizzare un film, anzi “il” film per antonomasia, che mostrasse più che spiegare cosa significasse essere un pilota, sfrecciare a 300 km/h a bordo di un bolide che non offriva protezione alcuna, solo un manto di polvere ed il boato del motore a dividere con una linea sottile la vita dalla morte.
Steve aveva il massimo rispetto per i piloti, uomini che indossano la tuta come fosse la prima ed unica pelle. Ed è proprio questa necessità di non aggiungere nulla, questo bisogno lacerante di lasciar parlare le immagini realizzate con tecniche innovative per rendere ossessivamente realistico ogni secondo girato, ad esempio l’uso della Porsche 908 (compagna di una fantastica 12 ore di Sebring nella quale arrivò primo nella sua categoria e secondo assoluto con un ritardo di soli 23 secondi nonostante avesse un piede fasciato) come camera car, che creerà una sequela infinita di intoppi e rallentamenti nella lavorazione de Le 24 ore di Le Mans. McQueen era totalmente insofferente a qualunque tentativo di sceneggiatura che deviasse dal progetto iniziale, con battute superflue e storie d’amore utili solo per i burocrati hollywoodiani. Lungaggini e tensioni continue, non solo sul set ma con risvolti anche nella vita familiare, che misero a dura prova Steve McQueen, non solo artisticamente ed economicamente, ma soprattutto umanamente. Proprio in quel periodo il suo matrimonio arrivò al capolinea, e per pura fortuna, grazie alla sua sempre più dirompente passione per le donne, scampò al massacro di Beverly Hills ad opera di Charles Manson. Eventi che lo turbarono e segnarono drammaticamente per sempre.

Un film nato sulla scia di un sogno e dell’adrenalinica passione per le corse: «Mi piace la competizione, l’avversario, la sensazione di potere. Quando sei solo in auto vuoi solo vincere», che si rivelò un incubo: «Steve perse tutto. Dopo Le Mans anche la passione per la guida scemò e il mondo gli sembrò più sbiadito».
Nulla fu più come prima dopo l’esperienza di Le 24 ore di Le Mans. Un film ambizioso finito fuori controllo, che per vedere la luce dovette passare attraverso il tunnel di contrasti infiniti all’interno della troupe, a partire dal regista John Sturges che abbandonò il film in corso d’opera sentendosi defraudato di qualunque potere decisionale, oltre a mosse vissute da Steve come tradimenti e ai sensi di colpa per gli incidenti avvenuti mentre si giravano le scene, uno dei quali costò al pilota-attore David Piper l’amputazione di una gamba sotto il ginocchio.

Gli attori erano piloti veri, che avevano veramente corso a Le Mans e che si trovarono, ben pagati, a dover ripetere nella maniera più realistica e cruda la coreografia di sfrecciate e sorpassi vissuti nella gara. Steve aveva ben chiaro in testa e nel cuore l’obiettivo da raggiungere, lo spettatore avrebbe dovuto sentire gli stessi fremiti e gli stessi palpiti provati da chi teneva le mani sul volante, guardando doveva capire la passione cieca che coglie chi decide di salire a bordo di una macchina da corsa per vincere. Subodorare la tensione, la rivalità, sentire quasi il sudore colare a rivoli e le tempie pulsare, “solo” questo.
A far da sottofondo alle immagini c’è la voce roca di Steve McQueen, oltre a quelle dei protagonisti di ieri e di oggi, dal figlio Chad McQueen, contagiato pericolosamente da questo spassionato amore per i motori e per le gare, alla prima moglie Neile Adams, un coinvolgimento corale di tutte le persone che ebbero la fortuna o la sfortuna di essere partecipi in prima persona, fianco a fianco di Steve, in questa impresa cinematografica tuttora unica nel panorama cinematografico.

Quando Steve morì, stremato prima da un mesotelioma diagnosticato nel 1979, un tumore della pleura associato all’esposizione all’amianto contenuto anche nelle tute da pilota, e da un successivo tumore allo stomaco, il ricordo delle gare era ormai lontano. E non seppe mai che il film della resa e del fallimento, suo personale e ai botteghini, sarebbe diventato un film cult, incommensurabile testimonianza di un periodo d’oro nella storia delle corse automobilistiche, considerato ancora oggi uno, se non addirittura il miglior film mai girato in ambito motoristico.

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