“Come fare soldi vendendo droga”

“Come fare soldi vendendo droga”

Viaggio nel mondo dello spaccio americano con il docu-film del regista Matthew Cook

Come-fare-soldi-vendendo-drogaCome in un videogioco, ma è la realtà.
Il regista, scrittore e attore Matthew Cooke trascina lo spettatore in quasi due ore di documentario che racconta, con stile incalzante, a tratti quasi vertiginoso, l’ascesa di un pusher nel mondo dello spaccio di droga made in USA, da semplice spacciatore, a narcotrafficante a capo di una rete di traffico internazionale.

Protagonisti, ex Re indiscussi del mercato di ogni tipo di droga, dalla marjuana, alla cocaina, fino a sostanze come il crack, ora convertitisi ad una vita più morigerata, anch’essa in pieno stile americano, dove, dopo le porte dell’inferno e della perdizione, spesso si spalancano quelle dell’auto- redenzione, magari dopo anni di galera e cicatrici fisiche e morali che ti ricordano chi sei stato.

L’irresistibile ascesa nel businesss della droga è narrato come un percorso ad ostacoli, talvolta mortali, di un videogame che passa attraverso azzardi e cadute per ripagare le fatiche e le miserie di vite contraddistinte dalla povertà, materiale e affettiva, dove i grandi assenti sono i genitori, vivi o meno, figure sempre incapaci di assolvere al loro compito educativo e di protezione, anch’esse schiacciate da esigenze ben più concrete, come quella di riuscire a sopravvivere. Ecco che dietro la facciata di uomini duri e senza rimorsi, si intravede il bambino che si è stati, ragazzini dall’infanzia negata che vedono nei soldi e nel lusso quel riscatto per sé e a volte anche per la famiglia d’origine, a lungo inseguito.

Non ci si faccia però ingannare dall’apparenza e dall’iniziale “stordimento” che la rapidissima successione di scene – e la quasi sconfinata massa di informazioni che piombano quasi a tradimento sullo spettatore – inducono: questo documentario non incita al consumo di droga ed è solo apparentemente attrattivo. La denuncia è molto più forte e si riassume nella figura dell’ex poliziotto, arruolato nella DEA (la squadra americana antidroga) distintosi in servizio per la particolare vocazione e dedizione alla caccia dello spacciatore e del consumatore, in un’ottica di persecuzione anche violenta di chi infrange la legge. L’amore per una ragazza, abituale consumatrice di marijuana, e la scoperta, devastante, del piacere provato quel giorno in cui, per pura curiosità, si accese uno spinello, ribalta il suo – e il nostro- punto di vista: da moralizzatore, l’uomo si trasforma in difensore dei diritti così spesso calpestati dalla polizia e dall’autorità, nei confronti di molti cittadini o dei cosiddetti “pesci piccoli” della catena dello spaccio, divenendo un fervente antiproibizionista, attivo nella lotta contro l’ingiustizia sociale che l’ascesa nel mondo della droga cela dietro di sé. Ecco venire a galla il vero tema: la profonda ingiustizia sociale che fa da terreno fertile alla delinquenza, di basso e alto livello, se così si può dire, che più che con il pugno di ferro e il richiamo ad una inesistente società ideale, andrebbe combattuta con le armi dell’informazione e dell’azione concreta tesa a appianare e ridurre le differenze tra chi fatica a stare a galla e chi nasce al posto giusto nel momento giusto e che dimostra che, da ricchi, vestire i panni dello spacciatore è un quasi gioco da ragazzi, dal quale si può uscire indenni.

Storie a cui la società americana ci ha, del resto, già abituato da quando abbiamo capito che il nero-povero-con avvocato d’ufficio è il candidato ideale alla sedia elettrica mentre il bianco residente nel quartiere vip troverà mezzi e scappatoie per uscirne pulito guadagnandosi, perché no, il suo attimo di celebrità.

Aglaia Zannetti
14 luglio 2014

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