Aspettando gli Oscar, ecco perché facciamo (comunque) il tifo per Sorrentino

Aspettando gli Oscar, ecco perché facciamo (comunque) il tifo per Sorrentino

aspettando-la notte-degli-oscarOra che ci siamo, che siamo arrivati alla notte degli Oscar, che tra poche sapremo se il mondo ha amato, più di quanto abbiamo amato noi italiani, il film più discusso tra le nostre candidature alla Academy Awards, sarebbe bello se l’Italia intera facesse il tifo per La grande bellezza lasciando da parte, per oggi, divisioni e polemiche, cifra stilistica (e di sostanza) dell’italianità, caratteristica tra le tante, che proprio il film evidenzia, senza mai strizzare l’occhio ai nostri vizi, elencandoli nella loro “magnificenza”.

Dalla Dolce Vita romana di Fellini, chiamata in causa come pietra di paragone (non sempre calzante) per il film di Sorrentino, sono passati 53 anni, ma ciò che La grande bellezza ripresenta ai nostri occhi, ci dà una sensazione di “eterno ritorno dell’identico”, misto di decadenza e suprema bellezza incantatrice che è ancora oggi il nostro paese. Fellini scelse di trasfigurare in sogno , utilizzando, non a caso, il bianco e nero, Sorrentino dipinge, sornione, una realtà roboante e a colori dove la superficie delle cose appare in tutta la sua contraddizione, in tutta la sua incoerenza: inafferrabile e sfuggente come tutte le cose belle che amiamo, con struggente nostalgia, anche quando non le abbiamo conosciute.

In entrambi i film l’appello alla “redenzione” è nel volto e nello sguardo ancora puro di una giovane donna ed è qui che Fellini e Sorrentino divergono veramente: l’alter ego felliniano Mastroianni risponde all’appello della ragazza in riva al mare con il disincanto e la rinuncia consapevole di chi sa che redimersi non sarà possibile, l’alter ego di Sorrentino, Servillo, decide che vale la pena andare avanti a scrivere e crederci e sta allo spettatore decidere se si tratta di un’illusione e se davvero è ancora possibile, in pieno decadimento, ritrovare il filo e il senso delle cose.

Le accuse tutte italiane al film (troppo lungo, senza sceneggiatura, senza trama, incompiuto, a tratti criptico e via dicendo) all’estero sono state viste come qualità, dove proprio la frammentarietà e la struttura a scene del film convince in quanto in grado di creare quel senso di circolarità , un collage dove alla fine tutto torna e si esce dalla sala più con una sensazione, una percezione che con un’idea chiara e fissa in testa. Un approccio che scava nella nostra emotività e che consegna alla nostra memoria la potenza di molte scene che arrivano al cuore e, solo dopo eventuali analisi, anche alla ragione. Per molti, un motivo in più per abbandonarsi alla discontinuità della narrazione, perdendosi , insieme a Jep Gambardella, nella Roma di oggi e anche di ieri, godendosi il potente spettacolo di noi, come eravamo e come continuiamo ad essere.

di Aglaia Zannetti
2 marzo 2014

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