Il Grande Gatsby

Il Grande Gatsby

Il-Grande-Gatsby-nuovo-trailer-italiano-due-spot-tv-e-10-locandine-620x350Siamo nel 1922: un giovane quanto scialbo ragazzo del Middle West, Nick Carraway, ci racconta la storia del suo misterioso vicino, tale Jay Gatsby, celebre per essere molto ricco e ospitare tutti i weekend delle grandiose feste. Ma la figura del milionario è enigmatica e sfuggente, tanto da alimentare voci e pettegolezzi. Che segreto nasconde il sorriso apparentemente rassicurante di Gatsby? Qual è la verità sul suo passato? Quale evento «molto triste» cerca di dimenticare- o di rivivere?

Molto atteso e altrettanto pubblicizzato, il nuovo film di Baz Luhrmann ha aperto il Festival di Cannes il 15 Maggio. La scelta di Di Caprio nel ruolo del protagonista si rivela perfetta: fascinoso all’inizio, aperto, sorridente e allo stesso tempo algido, distante, quasi inquietante. Con l’avanzare del film e con il ritrovamento di un grande amore il sorriso si fa sempre più incerto e i modi più impacciati; è un barlume di umanità che esplode alla fine con toni isterici e gesti sempre meno controllati. Di Caprio è abile nell’assecondare la lenta decostruzione del personaggio rispettando i tempi, seguendo tutti i passaggi. Gatsby è un uomo/maschera che crolla lentamente, scena dopo scena, incontro dopo incontro.

Nella prima parte il nostro protagonista è l’unico punto fermo di un film vorticoso, quasi snervante. L’amore di Luhrmann per il frastuono, il colore, i barocchismi e il pacchiano viene totalmente rinnovato. Stavolta però l’atmosfera di festa sembra meno riuscita rispetto al capolavoro del 2001, Moulin Rouge. I due film si accostano per l’andamento ritmico (molto sostenuto all’inizio e poi sempre più lento e teso fino alla tragedia della scena finale) e utilizzano espedienti molto simili (la voce narrante dello scrittore Nick Carraway ricalca perfettamente quella del bohemien Ewan McGregor). Questa America degli anni Venti ci fa pensare tanto al Moulin Rouge senza raggiungere, forse, il suo stesso livello.

Possiamo almeno rassicurare gli amanti della fedeltà delle trasposizioni cinematografiche: troverete quasi tutte le scene del romanzo di Fitzgerald e buona parte dei dialoghi sono trasposti quasi letteralmente. Al solito, certe suggestioni letterarie non possono essere ricreate da una voce narrante, e non per colpa di attori e registi: fa parte dei limiti delle espressioni artistiche e delle rispettive capacità evocative.

Laddove è stato efficace, Luhrmann è riuscito tuttavia a far risuonare le parole di un autore mai troppo conosciuto e a imprimere ancora una volta la sua cifra, esasperando i toni (sia cromatici che musicali) e reiterando la sua personalissima religione del kitsch.

Ma Luhrmann è così. La scelta di non divinizzare lo stile di un’epoca per riproporlo in modo perfetto può andare incontro a giudizi diametralmente opposti: o si è molto coraggiosi o molto pretenziosi. O si ha molto estro, o si è sopra le righe. Al peso di propendere per una delle due soluzioni si risponde con la comoda scappatoia del “gusto personale”.

Martina Perseli

23 maggio 2013

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