Quando si tratta di alleanze, l’America Latina ha un problema

Il mese scorso la Colombia ha annunciato che farà domanda di adesione ai BRICS e l’Argentina ha chiesto formalmente di diventare parte della NATO. Dieci anni fa, entrambe queste affermazioni sarebbero sembrate assurde. In effetti, nel 2014, la Colombia dell’allora Presidente Juan Manuel Santos era vista come l’alleato più solido degli Stati Uniti in America Latina. Viceversa, l’Argentina di Cristina de Kirchner era un affidabile socio della cosiddetta “Pink Tide” (Marea Rosa, cospicuo gruppo di governi di sinistra nell’America Latina nei primi anni 2000), quando prendeva prestiti dalla Cina e considerava il riavvicinamento con l’Iran. I movimenti annunciati il mese scorso sono un segno del cambiamento delle alleanze diplomatiche dell’America Latina, anche se, per alcuni analisti, sarebbe un errore dargli troppo peso (New Leaders Turn the Region’s Geopolitics on Its Head, Foreign Policy, 26 Aprile 2024). Cominciando dai BRICS, dopo un ampio dibattito interno sul suo ampliamento, l’organizzazione che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ha annunciato alla fine dello scorso anno, che stava aprendo le sue porte a nuovi membri.
Come risultato degli sforzi diplomatici del Presidente brasiliano Lula de Silva, l’Argentina – guidata all’epoca da una grande alleato di Lula, l’ex Presidente Alberto Fernandez – è stata uno di quei Paesi ad aver ricevuto l’invito. Il concetto originale di BRICS – senza il Sudafrica che è entrato a farne parte solo nel 2010- è nato da un acronimo introdotto nel 2001 da un analista di Goldman Sachs in riferimento a quattro mercati emergenti con interessante potenziale di crescita. Ma dal primo vertice di leader tenutosi nel 2009, il gruppo BRICS ha assunto una propria identità istituzionale, con i suoi incontri annuali che hanno acquisito la massima priorità per i leader di alcuni dei Paesi più influenti del Sud del mondo. Il gruppo ha oggi una sua banca di sviluppo e ha più volte reclamato un’alternativa al primato del dollaro americano negli scambi e, in maniera più ampia, all’ordine economico globale guidato dagli Stati Uniti. Di conseguenza è diventato un potenziale polo alternativo agli Stati Uniti e all’Europa nel sistema internazionale, almeno simbolicamente.
Ma nella realtà, oggi, gran parte delle aspirazioni dei BRICS sono più ambizioni che realtà, per via delle grandi sfide interne esistenti in ciascun Paese, delle differenze tra i leader del gruppo e dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Tuttavia, molti Paesi del Sud del mondo vedono ancora i BRICS come un’opportunità per incrementare le loro opportunità economiche, il loro peso diplomatico e forse la loro influenza, in seno ad una organizzazione a cui la Cina pare dia la priorità. L’Argentina, che è fortemente indebitata sia con l’Occidente che con la Cina e sta affrontando una crescente crisi economica caratterizzata dai più alti livelli di inflazione del mondo, era tra i Paesi molto interessati ad entrare nei BRICS. Il governo Fernandez vedeva nell’adesione il modo migliore per avvicinarsi alla Cina e avere voce in capitolo in una organizzazione internazionale che respinge gli obblighi e le raccomandazioni del Fondo Monetario Internazionale, che molti membri del partito della maggioranza Fernandez avevano accusato per i problemi dell’Argentina. Lula ha visto l’arrivo dell’Argentina nei BRICS come il modo di rafforzare l’alleanza tra le due maggiori economie dell’America Latina, ed assicurarsi un alleato democratico all’interno dell’organizzazione e controbilanciare così i Paesi più autoritari a loro volta invitati ad aderire (ad esempio Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia, Iran). Nonostante i contrasti che andavano dal commercio mondiale al calcio, Brasile e Argentina, nel breve periodo in cui Lula e Fernandez sono stati contemporaneamente in carica lo scorso anno, sono stati molto vicini sulla scena mondiale. Ma qualcosa è andato storto. Proprio quando l’Argentina stava per essere invitata ad entrare nel BRICS, il Paese ha vissuto un repentino cambiamento politico.
Javier Milei, un outsider della politica estremamente libertario, è stato eletto lo scorso novembre Presidente della Repubblica. Favorevole al libero mercato e dichiaratamente anti-Cina, durante la sua campagna elettorale, Milei si è più volte espresso con disprezzo nei confronti dei “socialisti” e ha definito Lula e il Partito Comunista Cinese di Pechino come suoi nemici ideologici. Ha anche dato un forte sostegno dell’Ucraina nella sua guerra contro la Russia. Non sorprende che Milei abbia declinato l’invito e che, durante il suo discorso di insediamento a dicembre, abbia nettamente escluso la possibile adesione all’organizzazione in un prossimo futuro. Il disconoscimento dei BRICS è solo una piccola parte del cambiamento più ampio nelle relazioni estere dell’Argentina di Milei. Qualche settimana fa, l’esercito argentino ha annunciato l’acquisto di 24 F-16 usati statunitensi dalla Danimarca invece che jet da combattimento nuovi dalla Cina. Non sappiamo se l’Argentina abbia effettivamente bisogno di questi aerei, ma quello che è chiaro è il messaggio che ha voluto inviare. Il generale Laura Richardson, comandante del Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom), ha incontrato da poco Milei a Ushuaia, la città più meridionale del Paese. Lí i due hanno annunciato che alla Marina degli Stati Uniti sarebbe stato concesso l’accesso a una base navale dell’area, vicino allo Stretto di Magellano, e che un gruppo di aerei da combattimento a bordo della USS George Washington avrebbe fatto un’azione dimostrativa passando dallo stretto nei prossimi mesi. L’Argentina ha poi inviato una lettera di intenti alla NATO con la richiesta di diventarne partner globale. Lo status è in parte simbolico. L’Argentina non sarebbe un membro ufficiale della NATO, e l’articolo 5, che dice che la NATO risponderà collettivamente ad un attacco contro qualsiasi Paese membro, non si applicherebbe ad essa.
Tuttavia, essere un partner globale della NATO consentirebbe all’Argentina di partecipare alle esercitazioni militari, fornendo alle sue forze armate preziose opportunità di addestramento con le forze armate del Nord Atlantico, nonché la possibilità di coordinarsi su questioni di sicurezza informatica. C’è solo un altro Paese dell’America Latina con questo status: la Colombia. La Colombia è diventata partner globale nel 2017 sotto Santos e ha rinnovato questo impegno nel 2021 con l’allora Presidente Ivan Duque. Il Presidente Gustavo Petro non si è ancora tirato indietro, ma ha sicuramente cambiato il posizionamento internazionale del suo Paese da quando è entrato in carica nel 2023. Nel suo primo discorso alle Nazioni Unite ha chiesto una riconsiderazione delle politiche mondiali nei confronti del cambiamento climatico e del traffico di droga. Si è ampiamente schierato a fianco della Russia nel conflitto con l’Ucraina, chiedendo un cessate il fuoco sulle attuali linee di controllo territoriale, cosa che definirebbe le conquiste territoriali della Russia. Si è inoltre rifiutato nel vendere armi a Kiev. È di pochissimo tempo fa l’interruzione delle relazioni diplomatiche da parte della Colombia con Israele, per via di quello che Petro ha definito un “genocidio” nei confronti di Gaza.
Con un Argentina governata oggi da un Presidente filoamericano che non è più disposto ad unirsi ai BRICS, Lula aveva bisogno di un’altra Nazione amica da invitare nell’organizzazione. I cambiamenti che Petro ha portato all’orientamento diplomatico della Colombia lo hanno reso il candidato ideale. Lula conta su Petro per avere un referente democratico in grado di difendere gli interessi dell’America Latina, ora che l’espansione dei BRICS potrebbe spostare la sua attenzione su altre aree critiche. Come bonus aggiuntivo, la Colombia non affronta le stesse sfide economiche e le stesse debolezze dell’Argentina, il che significa che, se necessario, può agire in modo più indipendente dalla Cina. Tuttavia, come mostrano tutti questi cambiamenti, forse la sfida più grande per l’efficacia del loro impatto a lungo termine, sta nella durata politica dei Presidenti in carica. La stabilità delle alleanze e dei partenariati, che si tratti di BRICS o di NATO, è costruita tra Paesi e si basa sui loro interessi nazionali. Ma pare che tra tutti, i Paesi dell’America Latina siano quelli che cambiano radicalmente i loro posizionamenti internazionali ad ogni elezione, come hanno fatto la Colombia con l’elezione di Petro e l’Argentina con l’elezione di Milei. La personalità dei loro leader ha un peso notevole. Anche il Brasile è caduto in questa trappola, con Lula che lavora incessantemente per ripristinare la leadership del suo Paese del Sud Globale dopo che il suo predecessore, Jair Bolsonaro, aveva per quattro boicottato molte di queste relazioni assecondando l’ex Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Come è successo durante i suoi primi due mandati, dal 2002 al 2010, la leadership di Lula sembra molto spesso più incentrata sul suo posto personale nel mondo che su quello del Brasile. Gli Stati Uniti e la NATO accolgono con favore i nuovi partner internazionali quando si presentano, ma entrambi hanno buone ragioni per credere che l’onda Milei in Argentina potrebbe non essere così lunga da valer la pena di investirci molto. Per quanto riguarda la Colombia, per quanto possa avere tutte le carte in regola per essere un partner prezioso in un BRICS allargato, all’organizzazione potrebbe non piacere molto l’idea di ammettere un alleato di lungo corso degli Stati Uniti – avendo il Paese ricevuto miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi negli ultimi due decenni, per combattere i suoi conflitti interni – e facendo fede a decisioni prese da un Presidente con un indice di preferenze che sta intorno al 35%. Dopotutto, se le simpatie di questi due Paesi sono cambiate sotto i loro nuovi Presidenti, potrebbero facilmente ribaltarsi nuovamente con i successori di Petro e Milei.





