Gibuti: un Paese in equilibrio stabile in un’area parecchio instabile

Piccolo paese di appena 23.000 chilometri quadrati, posto all’estremo est del continente africano, Gibuti è il sogno, desiderio, invidia, delle grandi potenze dall’inizio del XIX secolo, per via della sua posizione geografica. Da allora, si è affermato sulla scena internazionale come hub militare, strategico e logistico. Da questa sua posizione geograficamente eccezionale, lo Stato di Gibuti trae un incredibile profitto, in un contesto contraddistinto da una grandissima instabilità regionale. Paese di meno di un milione di abitanti, Gibuti beneficia di una posizione geografica strategica sia sul piano militare che su quello commerciale. La sua collocazione, proprio all’ingresso del Mar Rosso, permette il controllo dello stretto di Bab-El-Mandeb, passaggio fondamentale che vede il transito del 10% del traffico marittimo mondiale, ossia 25.000 petroliere e 6.000 navi container all’anno. Parallelamente, Bab-El-Mandeb assicura un legame essenziale tra i continenti asiatico ed europeo. Questo posizionamento ha di fatto favorito l’insediamento di importanti basi militari che fanno oggi una delle caratteristiche (e delle ricchezze) di Gibuti. Il Corno d’Africa è una regione che conosce numerosi conflitti, in Africa come nella penisola arabica. In constante evoluzione, è passata in venti anni da 4 a 7 Stati e Gibuti è accerchiata da vicini tra gli Stati più instabili del mondo: Somalia, Etiopia ed Eritrea. Dal 2008, un conflitto alla frontiera lo vede impegnato militarmente con quest’ultima. Inoltre, sull’altra sponda dello stretto di Bab-El-Mandeb, nella penisola araba, la guerra civile yemenita continua ad imperversare. Malgrado questa situazione regionale, Gibuti beneficia di una vera stabilità politica in parte dovuta alla presenza delle basi navali straniere e alle sue ripercussioni economiche.
Posto favorevolmente, Gibuti si afferma come collegamento primario nei giochi di potere nel Corno d’Africa. Il Paese ha fatto dell’ insediamento di basi militari il pilastro della sua influenza regionale e del suo sviluppo. Oltre alla base francese (l’indipendenza dalla Francia risale al 1977), gli Stati Uniti hanno inaugurato nel 2002 una base militare che concentra quasi 2.000 uomini addestrati per lottare contro il terrorismo dell’area. Nel 2011, è il turno del Giappone di aprire la sua prima base all’estero per proteggere le sue navi commerciali dalla pirateria del Golfo di Aden. Nel 2013 e 2014 si aggiungono italiani e spagnoli, che hanno come primo compito di appoggiare le missioni europee di lotta alla pirateria nella regione. Infine nel 2017 tocca alla Cina. Oltre all’interesse militare, la Cina ha anche ambizioni commerciali e conta esportare da Gibuti merci senza barriere tariffarie verso l’Africa orientale e australe, e con tariffe agevolate verso l’Europa. Una riflessione va fatta sull’operato delle nostre forze armate. Gibuti è un enclave desertica tra Eritrea, Etiopia e Somalia. Come abbiamo ricordato, nel 2013 viene inaugurata a Loyada, a pochi chilometri a sud della capitale e dal confine con la Somalia, la Base Militare Italiana di Supporto (BMIS) dipendente dal COI – Comando Operativo di vertice Interfoze di Centocelle, Roma – prima vera e propria base logistico-operativa italiana costruita all’estero dopo la seconda guerra mondiale. L’Italia intende così supportare lo sviluppo delle forze di sicurezza locali attraverso i suoi programmi di addestramento, la base permanente italiana è di fatto il centro nevralgico delle attività addestrative delle forze di polizia non solo gibutine, ma anche somale, nell’ambito della cosiddetta missione “MIADIT”, affidata ai reparti specializzati dell’Arma dei Carabinieri. Sino ad oggi sono stati addestrate oltre 2.600 unità appartenenti alla Polizia Somala, alla Polizia Nazionale e alla Gendarmeria Gibutiana. Si sono inoltre moltiplicati i corsi rivolti al personale delle compagnie denominate “Darawish”, le nuove unità mobili della Somali Police Force specializzate in interventi ad alto rischio, a composizione interclanica, e schierate principalmente nella capitale Mogadiscio. Potrebbero diventare fondamentali per la stabilità e tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica della Somalia. Della polizia militare somala fanno parte almeno 3500 agenti originari del Puntland, uno dei cinque Stati federali della Somalia, molti dei quali con un passato nelle milizie locali. Nel rinnovare il mandato della missione in Somalia (AMISOM) il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha previsto l’aumento del personale militare somalo sotto addestramento da 10.900 a 13.900 uomini. L’obbiettivo è quello di incorporare il nuovo personale proprio nella Polizia federale “Darwish”. Questa iniziativa ha ottenuto il plauso di USAfricom. I “Darwish” addestrati dal personale italiano a Gibuti e da formatori delle missioni UE e ONU nell’Accademia di polizia di Mogadiscio, sono stabilmente impegnati nella regione meridionale di Lower Shabelle, da lungo tempo centro di un sanguinoso conflitto tra forze armate regolari e gruppi islamisti armati Al-Shabaab. La grave e pericolosa contraddizione della decisione ONU e UE di affidare compiti bellico-securitari a queste milizie paramilitari sono state analizzate da una delle maggiori esperte di “guerre ibride”, la statunitense Vanda Felbab-Brown in uno studio del 2020 pubblicato per il Centro di ricerca politica della United Nations University di Tokyo. Secondo l’acerba-Brown, sostenere, addestrare, armare e cooptare milizie di questo genere (una sorta di guardia pretoriana che fornisce protezione e minaccia di forza contro i rivali) può condurre numerosi rischi perché la lealtà di queste milizie è fluida e le stesse sono suscettibili di essere reclutate dai loro nemici e possono mettere al primo posto i propri interessi contro quelli dello Stato. Questa lunga parentesi era dovuta, per sottolineare quante realtà complesse ruotano in un’area di grande importanza strategica. Una scintilla basta a far saltare tutto. Ma a quanto pare, Gibuti per ora riesce molto bene nel suo intento geopolitico ed economico.
Lo Stato Gibutiano utilizza la sua posizione geografica per sviluppare la sua economia che si basa in gran parte sulla rendita locativa delle basi militari, che rappresenta da sola una sostanziale fetta del PIL, senza contare le entrate indirette (lavoro per la popolazione, spese dei militari e delle loro famiglie…). Inoltre, gli Stati locatori versano importanti somme in aiuti miranti a garantire la stabilità e la sicurezza del Paese. Il “commercio” delle basi ha così permesso a Gibuti di beneficiare dei vantaggi di natura politico-securitaria che hanno, infine, facilitato lo sviluppo del complesso portuario gibutiano, che è oggi uno dei più moderni dell’Africa; il porto di Gibuti conosce da qualche anno una sensibile trasformazione con l’estensione di Doraleh. È Stato formato un contratto con il terzo operatore mondiale DP World per una nuova piattaforma petrolifera, con una capacità di stoccaggio importante, adatta a tutti i tipi di prodotti petroliferi e chimici. Questo terminal è stato costruito in vista della sesta generazione di porta container africani e renderà Gibuti uno dei più grandi porti del continente africano, ad immagine e somiglianza di quello di Tangeri in Marocco.
Questo complesso portuale è inoltre la porta d’entrata naturale del Mercato Comune dell’Africa orientale (COMESA), una realtà economica di 350 milioni di abitanti che costituisce anche un importante nodo di telecomunicazione. Infine, numerosi progetti mirano allo sviluppo di un corridoio circolare regionale che riunisce 7 Paesi del Corno d’Africa e del quale Gibuti sarà l’hub principale. Da ultimo, ma non di minore importanza, sempre per via della sua situazione geografica, Gibuti è il quarto Stato più connesso del continente africano. Il Paese ospita in totale otto cavi sottomarini, dei quali tre sono internazionali, rendendolo il territorio più connesso del mondo in proporzione alla sua popolazione. Dal 2013, accoglie anche il primo Data Center della regione. Nel Gennaio del 2020, l’operatore di telecomunicazioni gibutiano, Gibuti Telecom, ha annunciato la l’implementazione del Gibuti-Africa Regional Express (DARE1) che consiste nel realizzare un cavo sottomarino di comunicazioni in fibra ottica, che collegherà i Paesi della costa Est dell’Africa tra loro. Più globalmente, il governo gibutiano intende fare del digitale una delle principali leve del suo sviluppo, diventando anche in questo campo un hub regionale. Nonostante una scarsa popolazione e poche risorse naturali (il Paese è soprattutto desertico), Gibuti è riuscito ad trarre il massimo dalla sua privilegiata posizione geografica. Oggi, queste entrate garantiscono la sua stabilità e politica e il suo sviluppo, unici nella regione. L’incandescenza di questi giorni del Mar Rosso, ne fanno ancor più un elemento di massimo interesse e valore.





