Elezioni presidenziali in Egitto: un’illusione ottica

Il capo di Stato egiziano uscente, Abdel Fattah al-Sisi, ha vinto, a mani basse, come previsto, le sue terze elezioni Presidenziali, ottenendo un nuovo mandato a capo del Paese arabo più popolato del mondo, con più di 105 milioni di abitanti e un boom demografico continuo. Rimarrà in carica fino al 2030.

Ancora prima che uscissero i risultati ufficiali e nonostante il fatto si fossero presentati altri tre candidati, la vittoria di al-Sisi era annunciata su quasi tutta la stampa. Due personaggi forti membri dell’opposizione avevano cercato di presentarsi ma sono stati prontamente scartati. Oggi, uno di loro è in prigione e l’altro in attesa di processo. I tre contendenti superstiti sono praticamente degli sconosciuti al grande pubblico: Farid Zahran, a capo del Partito egiziano democratico e sociale (sinistra), Abdel-Sanad Yamama, del Wafd, Partito fondato nel XIX secolo, ma diventato marginale e Hazem Omar del Partito Popolare repubblicano. La loro presenza si limita soprattutto alla facciata, che vuole mostrare pluralità in nome di una certa apertura di campo politico annunciata nel 2022 dal Presidente al-Sisi. Malgrado le difficoltà dell’Egitto, nessuna opposizione seria sembra poter esistere sotto l’egida di Al-Sisi, quinto Presidente proveniente dai ranghi dell’esercito dal 1962 e che governa il Paese in modo inflessibile dopo aver ripreso il potere dalle mani di Mohamed Morsi proveniente dai Fratelli Musulmani, dopo il colpo di Stato del 3 Luglio del 2013.
Al-Sisi rimarrà al potere almeno fino all’Aprile del 2030, data alla quale il suo mandato si esaurirà ufficialmente e, teoricamente, l’ultimo secondo le modifiche della Costituzione approvate attraverso un referendum (senza quorum e con un tasso di partecipazione del 44%) nel 2019. Per quanto riguarda la partecipazione, indice considerato dagli osservatori come un indicatore chiave della popolarità di al-Sisi, la Commissione elettorale ha confermato, già la sera dell’11 Dicembre, che il tasso di partecipazione era stato “particolarmente elevato” e che tra domenica 10 e lunedì 11 si era raggiunto il 45% del totale. Per “incoraggiare” gli egiziani a votare, l’organizzazione egiziana Dar Al Iftaa, detta “Casa della Fatwa d’Al Azhar”, il centro di formazione islamica più prestigioso del mondo sunnita, ha emesso una fatwa (parere legale) per avvertire che “coloro che non fossero andati alle urne sarebbero stati giudicati dei peccatori”. Durante la sua campagna, il Presidente al-Sisi non si è espresso sul bilancio del suo mandato e non ha partecipato a nessun incontro politico: nel mentre, l’economia egiziana sprofonda. L’inflazione ha raggiunto il 40% e i prezzi degli alimenti sono schizzati alle stelle. Secondo i dati della Banca Mondiale, quasi il 30% della popolazione vive sulla soglia della povertà. Le origini di questa crisi risalgono al 2016, frutto di progetti d’infrastrutture legati alla costruzione della nuova capitale, investimenti molto costosi che lo Stato non è riuscito ad ammortizzare. Inoltre, crisi esogene come il Covid, la crisi del Sudan e il conflitto tra Hamas e Israele hanno peggiorato la situazione. Economia a terra e società civile repressa, non pare mettano in discussione la popolarità del Presidente uscente che preferisce girare lo sguardo verso la guerra tra Hamas e Israele, guerra della quale intende essere un attore inevitabile per diverse ragioni, una tra tutte è il fatto che la causa palestinese cementa gran parte della popolazione egiziana. All’indomani dei terribili attacchi di Hamas contro Israele, il Presidente egiziano si è sforzato di mostrare un sostegno assoluto ai palestinesi. Il 20 ottobre, il potere egiziano ha organizzato importanti manifestazioni in tutto il Paese per sostenere la striscia di Gaza, quando manifestare è generalmente illegale. Decine di migliaia di persone sono scese per le strade scandendo “pane, libertà, Palestina araba”, riferendosi a uno degli slogan della rivoluzione del 2011 che rovesciò il Presidente Mubarak. Pare esserci in al-Sisi, nel momento in cui il suo Paese attraversa una gravissima crisi economica, la volontà di appropriarsi del malcontento popolare e convogliare l’energia verso “altro”. I cortei trasmessi in diretta dai media vicini al potere sono stati un mezzo per dimostrare che gli egiziani esprimevano tutto il loro sostegno al Presidente. Per via della frontiera di dodici chilometri che l’Egitto condivide con Gaza e l’avamposto di frontiera di Rafah, che controlla, nel sud del territorio palestinese, l’Egitto diventa un attore-chiave del confitto. Al quindicesimo giorno di guerra, i primi camion di aiuti umanitari sono transitati dall’Egitto in direzione della striscia di Gaza, dove più di due milioni di abitanti sopravvivono senza acqua, né elettricità, né carburante. Tonnellate si aiuti alimentari e medici arrivati dal mondo intero sono stoccati a El-Arich, capoluogo del Sinai egiziano, frontaliero a Gaza. Il regime ha anche organizzato una campagna di doni, una raccolta sangue e il reclutamento di volontari.
Lo scorso 24 novembre, durante un discorso dal titolo altisonante “Viva l’Egitto, risposta del popolo in solidarietà con la Palestina”, il Presidente al-Sisi si è congratulato con se stesso per il suo ruolo nella guerra e ha dichiarato che “il sangue egiziano è stato mischiato al sangue palestinese”. L’Egitto non si limita alla sola gestione degli aiuti umanitari a Gaza. Da anni, Il Cairo è un intermediario tradizionale nel conflitto israelo-palestinese per via dei legami storici che il Paese intrattiene con le due parti. L’Egitto ha occupato la striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967 ed è il primo Paese arabo ad aver normalizzato le relazioni con lo Stato ebraico nel 1979. Durante le guerre del 2013, 2018 e 2021, ha riunito attorno ad un tavolo i belligeranti per firmare vari cessate il fuoco ed ha organizzato la cooperazione internazionale per ricostruire Gaza. Su questa scia, Abdel Fatah al-Sisi ha convocato lo scorso 21 ottobre il “vertice della Pace” al quale sono stati invitati tutti i paesi che volevano lavorare per il cessate il fuoco. Ricordiamo che tra le personalità presenti c’erano il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, i dirigenti europei Charles Michel e Josep Borrelli, il re di Giordania Abdallah II, il presidente dell’Autorità palestinese Mahmud Abbas, i ministri degli esteri di Francia, Germania e Regno Unito, e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Grandi assenti: gli Stati Uniti. Anche si i rappresenti occidentali e arabi non sono riusciti ad arrivare ad un’intesa per un testo comune, questo attivismo diplomatico è stato il mezzo per al-Sisi di ricordare al mondo intero il suo ruolo fondamentale nella stabilizzazione del conflitto. Così come il Qatar, Il Cairo si è reso indispensabile per mettere in sicurezza il procedimento di scambio di ostaggi israeliani detenuti da Hamas in cambio di prigionieri palestinesi. L’Egitto ha ricevuto una delegazione di Hamas, diretta dal suo leader Ismail Haniyeh e il capo dell’intelligence interna israeliana Ronen Bar. Questo attivismo è molto importante per il regime egiziano perché la sua influenza nella regione è nettamente diminuita negli ultimi decenni: i margini di manovra diplomatica dell’Egitto dipendono molto dall’approvazione di Stati Uniti e Paesi del Golfo.
Impegnandosi nella risoluzione della guerra di Gaza, il Presidente al-Sisi cerca anche di controllare le sue potenziali conseguenze per il suo paese. Il regime teme in effetti un ingestibile afflusso di rifugiati attraverso la sua frontiera. Secondo “The Cairo Review of Global Affairs”, lo scorso ottobre alcuni funzionari israeliani avrebbero affermato che una parte dei profughi palestinesi avrebbero potuto ricollocassi nel Sinai egiziano. Affermazione prontamente respinta da al-Sissi che l’ha ritenuta una “bomba a orologeria”. Al termine della guerra, se Gaza fosse interamente distrutta, dove andrebbero i superstiti? I funzionari egiziani temono che il Sinai divenga una terra di rifugio per i palestinesi, quando il paese si trova già in grande difficoltà nell’accogliere le decine di migliaia di esiliati in arrivo dal Sudan.
Ricordiamo che il Paese accoglie già tra i 50mila e 70mila rifugiati palestinesi, arrivati sul suo territorio dopo le guerre israelo-palestinesi del 1967 e 1973 e che non sono mai rientrati a casa. Le autorità egiziane non vogliono che la penisola del Sinai diventi il territorio alternativo degli abitanti di Gaza. L’idea del trasferimento di popolazione palestinese nel Sinai è un “vecchio” piano delle autorità israeliane per mettere finirla una volta per tutte con questo territorio ribelle. La guerra in Israele è senza dubbio un altro brutto colpo per l’economia egiziana che ha visto le entrate provenienti dal turismo flettere vertiginosamente. La carta del nazionalismo e della forza diplomatica non guarirà la fame. Il paese, a corto di liquidità, negozia con tutte le sue forze con il Fondo Monetario Internazionale per l’esborso di tranche di aiuti da 700 milioni di dollari e un potenziale aumento del programma di aiuti in corso di 3 milioni di dollari. Un equilibrismo non privo di pericoli.





