Il consulente risponde: gli strumenti di analisi del risparmiatore

I bisogni di un risparmiatore possono essere quantificati dalle spese che devono essere alimentate dalle entrate. Se descriviamo questi flussi di denaro, in uscita e in entrata, su un arco temporale, diciamo entro un anno, otteniamo il primo, semplice e fondamentale, strumento di analisi: il CONTO ECONOMICO DEL RISPARMIATORE.

Questo strumento aiuta anche a identificare cio’ che si potrebbe definire il “saldo di cassa”, cioè la differenza tra le entrate e le spese che, ci auguriamo sia sempre di segno positivo, genera il RISPARMIO.

Il risparmio realizzato annualmente si cumula in ricchezza e quindi va a costituire le attività del risparmiatore, le risorse destinate a consumi futuri. Nel caso il risparmiatore sia indebitato, allora si dovrà considerare le sue passività. La rappresentazione. delle passività e attività costituisce dunque il secondo strumento di analisi dei bisogni: lo stato patrimoniale , che permette di identificare la “ricchezza netta”, ossia la differenza tra attività e le passività.

 

Le attività sono vocate a sostenere le spese, attuali e future, del risparmiatore. Per questo motivo è indispensabile interpretare gli strumenti finanziari nei quali sono allocate le risorse in funzione del consumo. Le spese, attuali o future, richiedono la ragionevole certezza della disponibilità delle risorse. Ciò significa che le risorse dovrebbero essere messe, in qualche modo, al riparo dal rischio di “fluttuazione”, ovvero della perdita del potere di acquisto, ed è per questo motivo che le risorse utili a coprire le spese immediate, o comunque quelle da realizzare in un arco di tempo relativamente breve, come le spese annuali, dovrebbero risultare disponibili in strumenti coerenti con un’esigenza di liquidità.

Gli strumenti finanziari tipici di questa categoria sono rappresentati, ad esempio, da conti correnti, conti di liquidità, depositi di risparmio, titoli di Stato a breve termine, fondi monetari, certificati di deposito e obbligazioni con vita residua inferiore ai 2 anni. Generalmente questi strumenti garantiscono l’efficacia, ossia la certezza di poter effettuare le spese previste.

Oltre all’esigenza di liquidità troviamo quella di riserva, ovvero di effettuare un’operazione finalizzata innanzitutto a realizzare una scorta finanziaria reale, dunque al riparo dall’inflazione, che fornisca la tranquillità della copertura di eventuali imprevisti, di eventuali prelievi periodici e delle uscite programmate dai 12 ai 36 mesi. Gli strumenti tipici di questa categoria sono rappresentati, ad esempio, da titoli di Stato, certificati di deposito e obbligazioni con durata superiore ai 2 anni, nonché da fondi e gestioni obbligazionarie.

L’esigenza di accantonamento è finalizzata a risorse per prelievi occasionali o periodici o per spese programmate dai 36 ai 60 mesi. Le tipologie di strumenti finanziari coerenti con questa esigenza si può’ pensare a fondi e gestioni bilanciate, ossia orientate in maniera paritetica verso titoli obbligazionari e azionari.

L’esigenza di accumulazione risulta invece del tutto orientata a incrementare genericamente la ricchezza o a spese programmate oltre i 60 mesi. Tipici strumenti finanziari di questa categoria possono essere i fondi e le gestioni azionarie e flessibili.

Pertanto, la quantificazione del risparmio e dei bisogni attuali e futuri, assieme alla definizione degli obiettivi da raggiungere ricoprono la parte fondamentale del processo di allocazione delle proprie risorse monetarie.

ESISTONO INVESTIMENTI SENZA RISCHIO?

Aver quantificato i bisogni del risparmiatore significa aver risolto il 50% del problema di “investire al meglio”. Infatti, la distribuzione delle risorse sulle varie categorie di esigenze risponde al “perché'” degli investimenti. Ma non al “come”.

Innanzitutto, la necessità di diversificare gli investimenti. Infatti, non avrebbe senso identificare diverse esigenze per  definire un singolo investimento, per quanto diversificato. Di norma, non esistono soluzioni semplici a problemi complessi.

Semplificare per non correre il rischio di perdere una una tentata vendere a causa di una proposta complessa che il risparmiatore potrebbe non comprendere.

SEMPLIFICARE E’ MOLTO PIU’ SEMPLICE E MENO FATICOSO CHE SPIEGARE IL PRESUPPOSTO RAZIONALE DI SCELTA DI TALE PRODOTTO RISPETTO AD UN ALTRO.

I concetti razionali di ogni discorso di scelta degli investimenti si riferiscono ai termini di “rischio” e “rendimento”. Ma che cos’è il RISCHIO? Come può essere rappresentato e misurato? Qual’e’ la relazione che lo lega al RENDIMENTO? E come governare il rischio/rendimento di un portafoglio? Purtroppo, a queste domande vengono spesso fornite risposte insufficienti, e talvolta pericolose.

Valutare esteticamente un investimento significa stimare o apprezzare un profilo rischio/rendimento esclusivamente per l’aspetto esteriore. Ad esempio, e’ diffusa la credenza che il mercato obbligazionario sia meno rischioso rispetto a quello azionario. In linea di massima ciò corrisponde al vero, ma la generalizzazione di questo assunto può divenire molto pericoloso. La valutazione estetica degli investimenti appartiene a una cultura finanziaria premoderna, che interpreta i principali fattori dell’investimento (rischio, rendimento, diversificazione) in maniera scorretta e, quindi, induce a comportamenti controproducenti. Se tali comportamenti sono del tutto giustificabili e comprensibili per un risparmiatore che non ha, di sè, l’obbligo di conoscere ed agire in maniera professionale, diverso è per gli operatori di settore, che hanno la responsabilità di educare il risparmiatore e proporre investimenti corretti, almeno sotto il profilo tecnico. Anche per individuare i “portatori sani” di questa patologia degli investimenti sarà opportuno rimarcare quelli che sono dei veri e propri “miti” che non sortiscono ciò che si prefiggono di fare: controllare il rischio degli investimenti.

DIVERSIFICARE RIDUCE IL RISCHIO

La diversificazione degli investimenti rappresenta comunemente  la modalità che consente di ridurre il rischio di un portafoglio. L’idea è nota a chiunque; “Non mettere le uova nello stesso paniere”. Tuttavia, non sempre e’ sufficiente per ottenere lo scopo voluto. Non e’ sufficiente valutare la riduzione del rischio di un investimento dal numero dei mercati e prodotti aventi in portafoglio.

DIVERSIFICARE CON DIFFERENTI TIPI DI INVESTIMENTI RIDUCE IL RISCHIO

Un’altra credenza è che un portafoglio ben diversificato sia quello che utilizza un alto numero di “panieri” con diverse caratteristiche. In altre parole, diversificare per tipologia di titoli, mercati geografici, mercati settoriali e cosi via. Questo approccio parte dal semplice assunto che il rischio si distribuisce su più attività e ciò consente meccanicamente la sua riduzione: maggiore e’ il numero delle diverse componenti del portafoglio, maggiore e’ la diversificazione e minore è il rischio. Questo principio non è necessariamente vero.

LA CONCENTRAZIONE DEGLI INVESTIMENTI RIDUCE LA DIVERSIFICAZIONE

In qualche caso è da mettere in discussione la credenza che la diversificazione dia gli effetti desiderati, laddove è possibile che convogliare gli investimenti in un’unica soluzione sia una strategia maggiormente sicura. Elaborando un indice statistico, R QUADRO, che misura il grado di vicinanza o similitudine dei due portafogli al mercato azionario internazionale, risulta che il portafoglio concentrato nel mercato azionario Usa presenta un R QUADRO pari al 94,3%, mentre il portafoglio equamente diversificato evidenza un R QUADRO pari al 91,3%. Questo dato dimostra che investire esclusivamente nel mercato azionario statunitense equivale a investire nel 94,3% del mercato azionario internazionale. Di contro, ciò che appariva un portafoglio piu’ equilibrato e diversificato ha un indice di diversificazione sensibilmente basso.

AGGIUNGENDO INVESTIMENTI RISCHIOSI A UN PORTAFOGLIO SE NE AUMENTA IL RISCHIO

La valutazione superficiale dei fenomeni comporta, in genere, illusioni cognitive straordinarie. In breve, quel che importa, è importante focalizzare la ratio della diversificazione, ovvero semplificando, titoli inversamente correlati tra loro (se uno scende l’altro sale) tendono a produrre una stabilita’ di portafoglio mentre la diretta correlazione tra gli stessi espone l’investitore al rischio di seguire passivamente un trend di mercato.

 

LA RIDUZIONE DEL RISCHIO RIDUCE ANCHE IL RENDIMENTO 

L’assunto più dannoso, nel senso che impedisce di cogliere opportunità di investimento, è la credenza che la riduzione delle performance sia uno scotto da pagare, necessariamente, per ridurre il rischio. In realtà, la riduzione del rischio al grado minimo necessario comporta, implicitamente, un maggiore rendimento.

Alla fine di questo piccolo viaggio sul tema della diversificazione possiamo ammettete che LA REALTA’ E’ MOLTO PIU’ COMPLESSA DI QUEL CHE CI SI IMMAGINA E LA SEMPLICITA’ SPESSO NON PAGA.

 

Dott. Marco Monte

Financial Advisor presso principale gruppo bancario internazionale

Napoli – Latina – Roma

[email protected]

N.B. Questo documento non contiene offerte, inviti ad offrire, messaggi promozionali o sollecitazioni all’acquisto o alla vendita di strumenti finanziari rivolti al pubblico.

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