Emilia, quando il presente si svuota per la rimozione del passato

Emilia, quando il presente si svuota per la rimozione del passato

Lei, Emilia, Giulia Lazzarini, la grande signora del teatro italiano, avanza sul palco del Piccolo Teatro di Milano verso il pubblico, con i suoi gesti soavi e sapienti, inclinando la testa leggermente, mormorando parole, leggera nella sua precisione e determinazione come solo i grandi riescono a fare.

Racconta da subito di sé, di qel luogo da cui parla, dove sono più le cose che si ricordano di quelle che accadono.

Si chiama Emilia; il suo nome è un tributo alla vecchia zia morta prima che lei nascesse, che aveva allattato sua mamma. E lei ha passato una vita a sentirsi in debito con la zia, con la vita, con gli altri e anche con Walter, cui offre il suo ultimo gesto da donna libera.

Si muove con grazia, tra casse e oggetti ammonticchiati l’uno sull’altro. La scena sembra un magazzino, un deposito dove si sono ammassate, nella fuga dalla vita, cose che dovrebbero dare sicurezza.

É la nuova e grande casa dove Walter si è appena trasferito con la sua famiglia: Caro, una donna bella e assente e Leo un ragazzo adolescente. É li che Walter accoglie Emilia, la sua vecchia tata ritrovata per caso per strada, che ora vive un mometo di difficoltà. Sembra un uomo benestante e felice perchè circondato da solidi affetti

Emilia fatica a nascondere l’emozione e si perde nel racconto della sua esistenza passata a crescere quel figlio non suo, amato più di quello da lei partorito.

Con parole quasi sussurrate riporta in vita la parte che Walter ha rimosso del suo triste passato di bimbo solitario, pauroso, taciturno e balbuziente, marchiato dall’assenza dell’affetto della mamma, scivolata in una profonda depressione e di quello del padre, inaffettivo e dall’ego smisurato.

E più lei elenca episodi rimossi da Walter, come quello del suo pestaggio da parte di compagni o di Rocco, il cane preso di nascosto, più il presente dell’uomo si svuota ed il suo futuro si incrina.

Quella ricca casa, dalla pesante porta di ferro rossa pronta a sigillare qualsiasi sussulto vitale, si profila, tra le luci e le ombre sapientemente orientate sul palco, come una prigione per chi la abita. I personaggi vivono solo apparentemente un’esistenza  condivisa. In realtà sono isolati, ciascuno nella propria fragilità.

Lei, Caro, è perennemente assente al punto da sembrare talvolta richiamata a recitare un ruolo. Leo, il figlio dai pantaloncini corti, dietro un infantile bisogno di suonare lo xilofono, si ritrova arbitro suo malgrado di adulti incapaci di governare il gioco della vita. Walter, ossessivo nel suo bisogno di dare e ricevere amore, sembra sempre un filo sopra le righe. Anche Gabriel, il padre biologico di Leo, arriva quasi come personaggio incompiuto che riesce però a produrre “ lo strappo”.

Il pubblico resta perplesso davanti a questa asimmetria, alla mancanza di un’armonia del gruppo recitante che talvolta sembra non convincente.

Forse, mi dico, è un bene che sia cosi. Vuol dire che non conosce la violenza sottile dell’amore tossico di Walter, quella che separa gli uni dagli altri, che crea dubbi su stessi, dipendenza, che svilisce, annienta, paralizza. Per questo Caro è immobile, assente, incapace di autonomia; mentre Leo vuole sempre uscire per comprare un pacco di biscotti o la carta igienica o i fiammiferi. Cerca scuse per scappare, per respirare.

Perchè la violenza psicologica si irradia da subito nelle loro vite; un arabesco infernale che avanza strisciante come un pitone in cerca “solo” di calore. Ma per trovarlo, si avvinghia al collo delle persone finendo per strangolarle. E non solo metaforicamente.

Walter è il pitone che trasforma i confini della sua casa in barriere invalicabili per madre e figlio, suoi ostaggi perchè sprovvisti di mezzi economici; in cambio gli chiede di rinunciare alla loro libertà e fingere affetto per lui; quello che lui stesso è incapace di dare e avere da quando è piccolo.

É il pitone che per cercare calore, soffoca e uccide. E forse diventa anche metafora di uno stato, l’Argentina, patria di Claudio Tolcachir, autore della pièce, e dei suoi anni bui pieni di desaparecidos.

Tanti i fili della tessitura di questa pièce da vedere, dal 17 al 29 ottobre 2017 al Piccolo Teatro Grassi di Milano. Claudio Tolcachir oltre che autore ne è anche regista. Accanto a Giulia Lazzarini, Sergio Romano, Pia Lanciotti, Josafat Vagni e Paolo Mazzarelli.

Venerdì 27 ottobre, al Chiostro Nina Vinchi, incontro con la compagnia di Emilia

Ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti disponibili con il pubblico.

Prenotazioni www.piccoloteatro.org – Info [email protected]

 

 

Dal 17 al 29 ottobre

Piccolo Teatro Grassi (Via Rovello, 2 – M1 Cordusio), dal 17 al 29 ottobre 2017

Emilia

scritto e diretto da Claudio Tolcachir

traduzione Cecilia Ligorio

con Giulia Lazzarini (Emilia)

e Sergio Romano (Walter), Pia Lanciotti (Carolina),

Josafat Vagni (Leo), Paolo Mazzarelli (Gabriel)

scene Paola Castrignanò,

costumi Gianluca Sbicca,

luci Luigi Biondi

produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30 (salvo mercoledì 25 ottobre, ore 15 pomeridiana per le scuole). Domenica, ore 16. Lunedì riposo.

Durata: 105 minuti senza intervallo

Prezzi: platea 33 euro, balconata 26 euro

Informazioni e prenotazioni 0242411889 – www.piccoloteatro.org

News, trailer, interviste ai protagonisti su www.piccoloteatro.tv

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