“Le Supplici” di Eschilo, classico e attualità al Teatro Antico di Taormina

“Le Supplici” di Eschilo, classico e attualità al Teatro Antico di Taormina

Mercoledì 16 agosto il Teatro Antico di Taormina presta il suo singolare e suggestivo spazio scenico alla rappresentazione di uno dei più grandi capolavori della tragedia greca, rivisitata dagli attori e registi Moni Ovadia e Mario Incudine: “Le Supplici” di Eschilo. Il calmo azzurro dello Ionio e l’inquieta imponenza dell’Etna si ergono a meraviglioso sfondo di un’opera musicale e corale caratterizzata da un allestimento formato da quattro musicisti e da venti attori-cantanti, tra cui spicca la componente femminile rappresentata dalle giovani attrici formate nell’Accademia dell’Inda di Siracusa, tutte avvolte da burka e vestite con abiti tribali variopinti.

La tragedia, cantata e raccontata in siciliano e greco moderno, si spinge fino a sfiorare i contorni del musical e dell’opera popolare, per poi fuoriuscire dai canoni classici e addentrarsi nei meandri spigolosi di temi socio-politici quali la violenza sulle donne e l’immigrazione, che del presente periodo storico rappresentano l’attualità. La storia delle figlie di Danao, in fuga dall’Egitto per sottrarsi a un matrimonio forzato e accolte nella città di Argo, non senza qualche iniziale titubanza, dal re Pelasgo, sono la trasposizione in chiave classica di problemi correnti. Come un vulcano che sputa fuori ciò che inghiotte, Moni Ovadia e Mario Incudine lasciano alla tragedia eschilea restituire con vigore la complessità delle questioni moderne, solo per l’occasione prestate al classico, per ottenere l’effetto di puntellare con elementi di straordinaria modernità un’opera di quasi duemilacinquecento anni, senza con ciò andare ad intaccarne l’originaria bellezza. L’innata sonorità di due lingue, quella siciliana e quella greca, fa da armonioso e melodioso veicolo alla narrazione di un testo che trova nella privilegiata etichetta di “capolavoro” l’unica attribuzione possibile; i frammenti di greco che interrompono il fiume (o, per meglio dire, u ciumi) di versi in siciliano riescono, di fatti, nell’intento di condurre spettacolo e pubblico ad una sostanziale affinità con uno scenario, quello taorminese, unico al mondo.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook