Il nome della rosa che riveste un palcoscenico

Il nome della rosa che riveste un palcoscenico
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Ci sono storie che non muoiono mai: passano anni, molti e molti anni, ma queste novelle risultano essere imperiture non solo fisicamente sulla carta, ma anche e principalmente nei cuori dei loro lettori. Non bastano le parole per esprimere le emozioni che una persona prova quando legge e rilegge plurime volte il suo romanzo preferito, qualsiasi esso sia e senza sindacare sulla tipologia. Quando poi quel libro diventa un film (pur sempre mantenendo fede alla narrazione originaria) o uno spettacolo di teatro, ecco che l’arte si riempie di mille sfaccettature.

Così succede per il romanzo storico/gotico di Umberto Eco “Il Nome della rosa”, che arriva al teatro Carignano di Torino, in scena dal 23 maggio all’11 giugno 2017. Sono passati ben 37 anni dalla sua prima pubblicazione con la casa editrice Bompiani e pochi meno dall’uscita del film, con un magnifico Sean Connery che vestiva i panni del protagonista Guglielmo da Baskerville, e se ne sentiva assai la mancanza.

Soprattutto necessitava di una rinfrescata, come quando prendi le coperte e le sbatti forte dal balcone pur facendole restare tali, solo rinnovate e quasi nuove: così il regista Leo Muscato ha preso il testo originale, lo ha riadattato e trasposto come opera teatrale, come meglio non si poteva. Il rischio di far diventare un romanzo assolutamente intrigante, ma complicato e intricato nella sua trama, in uno spettacolo troppo lungo e pesante c’era ed era ben definito: al contrario, il rischio è stato ampiamente evitato e il risultato sono due ore e mezza di spettacolo che quasi non si sentono, se non fosse per lo stacco tra il primo tempo e il secondo.

Per tutta l’intera durata, la scena si alterna tra il palcoscenico e il proscenio, dove uno dei due protagonisti, il giovane Adso ormai un po’ anziano, racconta lo sviluppo della storia, apparendo e scomparendo quando l’azione scende in campo. Un modo intelligente per alternare una narrazione puramente basata su dei dialoghi tra i vari personaggi e un’altra diversa, dove il vecchio Adso si interfaccia direttamente con il pubblico, come se davvero stese tenendo in mano il manoscritto e ne stesse leggendo le pagine ad alta voce.

La disposizione degli elementi sul palcoscenico rimane sempre la medesima, ma grazie ad un potente gioco di luci e immagini riflesse, man mano che la storia va avanti sembra di entrare in luoghi sempre diversi: la terribile biblioteca, il dormitorio, le celle, la chiesa, il granaio, la cucina e lo studio dello speziale. Tutti luoghi in teoria differenti e così appaiono ai nostri occhi di spettatori, ma nella realtà sono le luci proiettate che ci creano questa illusione perfetta e che tanto più ci meraviglia e ci dona stupore.

Una scelta poi di un cast assolutamente perfetto, dai due protagonisti resi ancora più simili a quelli descritti nel libro fin ad arrivare al personaggio di Salvatore, che con il suo modo di parlare incomprensibile in quanto mischia parole di francese, inglese, spagnolo e latino, ci fa ridere all’interno di una storia drammatica; per non parlare poi del personaggio Bernardo Gui, l’inquisitore che renderà tutto più complicato all’interno del già difficile risolvimento della storia, reso tanto bene quanto detestabile (il personaggio, non l’attore) da risultare quasi costruito sull’attore.

Un modo originale, rischioso, coraggioso, illuminante di riportare sul panorama culturale un romanzo, una storia che probabilmente tutti amiamo in un qualche modo e che non morirà mai.

Rebecca Cauda

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