Anteprima: Discorsi alla Nazione – riflessione sull’Italia che (non) va

Anteprima: Discorsi alla Nazione – riflessione sull’Italia che (non) va

Umiltà. Gioia. Dolore. Pentimento. Sogno. Va in scena, nel nuovo spettacolo di Ascanio Celestini, il (melo)dramma di una nazione che sa fare ma che non fa. Che pospone gli interventi che meriterebbero priorità e che invece pensa, forse confusa da un’epoca passata, non proprio delle più felici, al “commerciale” e alla “pubblicità” di se stessa, intesa come “l’anima del commercio”, ignorando le vere problematiche sociali ed umane.

Saltiamo a bordo, assieme all’autore e scrittore, nonché teatrante, nei 90 minuti della pièce, di un ottovolante fatto di metafore, racconti, umorismo e maschere, dell’Italia che è stata, dell’Italia del presente e di quella che (forse) sarà.

Tra ricordi, speranze, paure, accadimenti tragici e non, lo spettacolo scorre senza momenti lenti, questo anche per via della crudezza dei racconti narrati, che sanno catturare l’attenzione dello spettatore rendendolo consapevole, ma senza la pretesa di voler insegnare e far lezione.

Uno spettacolo, insomma, che apre la coscienza, che non giudica, ma che solo espone in maniera (a volte) leggera – ma mai frivola – la verità.

Poiché essa, per essere tale, non può essere soggettiva ma deve per forza esser riportata tramite l’oggettività di ciò che è davvero occorso.

Ascanio Celestini, l’ultimo vero “satiro” di un Belpaese confuso ed in balia di “voci di corridoio” perenni, sa essere Virgilio nell’inferno dantesco pieno di bugie, falsità, isterici doppi sensi, convulse verità e folli dispute su ciò che è vero e su ciò che non lo è.

Trama: In un metaforico paese che attraversa una surreale guerra civile, alcuni cittadini rivelano pensieri e violenze quotidiane, subite ed inflitte. In attesa che un tiranno li liberi dalla guerra e dalla democrazia.

Senso e controsenso. Figure retoriche usate con maestria. Il teatrante romano parla per metafore, schemi, strutture per poi cancellare tutto con un colpo di spugna, fornendo allo spettatore una verità spesso scomoda che ha sempre avuto di fronte ma che non sapeva cogliere. Almeno non completamente.

Un Dario Fo al vetriolo. Un Gaber che non canta ma che incanta.

In realtà Celestini è un maestro che non vuole insegnare, un critico che non giudica, un occhio vispo della / sulla società: vizi, virtù, pregi, difetti… L’artista riporta tutto quanto, incolonnando ogni singolo pezzo, ogni singolo fatto, tirando poi le somme di ciò che siamo.

“Sfacciatamente” (e sarcasticamente) resta solo l’idea che l’italiano non ha mai colpa di quanto accade nella sua penisola.

Forse perché, alla fine, come diceva un famoso Presidente della Repubblica del passato, “Gli italiani, sono sempre gli altri…”.

Al teatro Vittoria di Roma dal 26 sino al 30 Aprile. Spettacoli ore 21.

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