“La lupa” di Giovanni Verga al Quirino di Roma

“La lupa” di Giovanni Verga al Quirino di Roma
Giuseppe Zeno e Lina Sastri in una foto di scena

Inclusa nella raccolta “Vita dei Campi” e pubblicata nel 1880 presso Treves, casa editrice milanese attiva in quegli anni, “La lupa” è una novella di Giovanni Verga che ricopre una notevole importanza nella letteratura italiana in quanto espressione di un diverso polo d’interesse del Verga verista, la tematica della passione amorosa. Si è sempre detto che i punti di forza di questa novella di “Vita dei Campi” sono l’estrema brevità della forma narrativa e l’inconsueta audacia della protagonista, Gnà Pina, che presenta aspetti comportamentali che la pongono in contrapposizione con il modello femminile rurale siciliano dell’epoca, incarnato invece dal personaggio della figlia Maricchia. Il testo, estremamente semplice, fu oggetto di una riduzione teatrale negli stessi anni novanta dell’Ottocento e dal 17 novembre, con repliche fino al 29 novembre, tornerà sul palcoscenico del Teatro Quirino grazie all’adattamento di Micaela Miano.

«Da un punto di vista drammaturgico la figura della Lupa, che era già una figura femminile di rottura nella produzione verghiana, risuona oggi di grande attualità come ogni personaggio archetipo della letteratura. Gnà Pina ha un fascino e una forza che emergono con grande facilità dal testo, consentendo un lavoro di riscrittura stimolante e creativo» afferma in una nota di commento al testo la regista Micaela Miano. Al centro della scena troviamo uno dei personaggi meglio caratterizzati dal Verga, la Lupa, così chiamata dagli abitanti del villaggio perché non era mai sazia delle relazioni che aveva con gli uomini, inducendo le donne a provare timore in sua presenza in quanto attraeva anche solo grazie allo sguardo.

Verga fa del personaggio una descrizione sottile, volendo riprodurre l’ottica della mentalità popolare: «Era alta, magra; aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna e pure non era più giovane; era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano. Al villaggio la chiamavano la Lupa perché non era sazia giammai – di nulla. Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa Agrippina» scrive Verga. Le marcate caratteristiche fisiche della donna richiamano i tratti della strega nell’immaginario popolare, la natura della donna è descritta in poche ma efficaci immagini che lasciano trapelare la sensualità animalesca della donna che si pone in forte contraddizione con tutto ciò che agli occhi della mentalità popolare viene visto come giusto e non malvagio o peccaminoso. «È lei oggi, fuori dalla Sicilia di Verga, una figura distruggente, che non ha nessuna attenuante né psicologica né storico-sociale. La Lupa è radicalmente feroce. Il suo fascino è esercitato su tutti coloro che le stanno vicino senza pietà, come un maleficio che porta sofferenza, dipendenza e morte» aggiunge la regista.

In questa nuova versione teatrale de “La Lupa” di Verga, il ruolo di Gnà Pina è stato affidato ad una delle attrici migliori del panorama teatrale italiano, Lina Sastri, la cui presenza è stata così commentata Micaela Miano: «Solo grazie alla presenza di Lina Sastri, una delle poche attrici in grado di sostenere un ruolo così complesso, in cui l’interprete deve interrogare gli strati più profondi della sua anima, si è potuto realizzare il progetto de ‘La Lupa’». Suo compagno sulla scena l’attore di origini napoletane Giuseppe Zeno, noto agli spettatori del piccolo schermo per la sua assidua partecipazione ad alcune fiction di successo. Gnà Pina emerge dal racconto quale perfetta incarnazione di una sessualità animalesca, incontenibile; quella della “Lupa” è ‘immagine di una femminilità primitiva e istintiva, “demoniaca” per il suo potere di seduzione di cui l’uomo è insieme strumento e vittima tanto da sembrare intrappolato in questo maleficio. Il coinvolgimento emotivo della novella, che è quello che ci si aspetta anche dal testo teatrale adattato, è dato da alcuni accorgimenti stilistici: dalle battute di dialogo brevi e incisive alle ripetizioni ossessive che si incontrano in tutta la novella e che sono tipiche del linguaggio popolare. «Il linguaggio poetico, fatto di canto e giochi di parole, che Gnà Pina utilizza per sedurre Nanni o quello crudo, violento, subdolo per sottomettere la figlia hanno in questa versione il ritmo adamantino di un sortilegio verbale. La prosa è volutamente contemporanea nella scelta del lessico pur rimanendo ancorata all’impianto linguistico verghiano. In quest’ottica drammaturgica la messinscena  si gioca tutta su un’alternanza di luce e ombra, di sole e luna, che non è però dicotomia bene/male quanto piuttosto una scansione naturale della vita bestiale ruota intorno a La Lupa». La novella narra l’amore morboso ma è altresì contrassegnata da un’atmosfera di perenne violenza e drammaticità. Questa sensazione dipende dal duro aspetto fisico dei personaggi e dall’ambiente in cui vivono, ed è confermata dalle parole di Michela Miano. «In Verga la lotta è sempre per la sopravvivenza. Tutti i personaggi sono buttati in mezzo a una terra desertificata a sbranarsi gli uni con gli altri, agiscono come gli animali per esigenze primarie: mangiare, dormire, riprodursi. La Lupa impone le sue traiettorie, il suo territorio di caccia e condiziona gli spostamenti degli altri che ne subiscono la costante minaccia. Così ci sono due anelli concentrici: l’anello esterno quello della difesa dei ruoli, degli scontri feroci e anche il luogo della morte; e l’anello interno, il mondo notturno, la tana dove si allevano i cuccioli, si nascondono segreti e si consumano gli incesti. Il buco nero del maleficio».

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