Teatro Duse, splendida rivisitazione del “Sogno di una notte di mezza estate”

Teatro Duse, splendida rivisitazione del “Sogno di una notte di mezza estate”

Dal 12 al 29 marzo il regista Luciano Bottaro porta in scena una strepitosa rappresentazione tratta dal capolavoro shakespeariano

È un giovedì sera di metà marzo in una Roma che si ritira stanca ma che profuma già di primavera. Passeggiando su via Taranto, nel cuore del quartiere San Giovanni e nei pressi di una graziosa Villa Fiorelli, si inciampa in un elegante gioiellino architettonico, il Teatro Duse. Il teatro prende il nome da quella Eleonora Duse che stregò il cuore di D’Annunzio e, dopo essersi prestato negli anni ’30 a spazio destinato ad incontri culturali, fu ristrutturato nel 1970 per accogliere quello che oggi è un teatro in miniatura, “una bomboniera in stile classico” in grado di ospitare una cinquantina di spettatori. Sulle note delicatamente scandite al pianoforte di “What a wonderful world” di Louis Armstrong calano le luci in sala e si apre il sipario.

Ad essere portato in scena, per la regia di un abile e attento Luciano Bottaro, è il “Sogno di una notte di mezz’autunno” tratto da una sapiente rilettura del capolavoro di Shakespeare attraverso l’occhio degli addetti ai lavori (macchinisti, scenografi, costumisti). «Dopo aver analizzato e raccontato le opere shakespeariane lo scorso anno al Duse con Shakespeare Forever Complete, quest’anno ci ho riprovato e mi sono calato nei panni di un disperato regista che cerca di mettere in scena il Sogno di una notte di mezz’estate. Stavolta, però, lo spettacolo ha a che fare con l’analisi del testo e l’analisi dei personaggi di questa divertente pièce teatrale che indaga il processo che ogni attore compie su se stesso. Tutto questo ovviamente in modo leggero, scanzonato e simbolico».

“Se le nostre parvenze offesi v’hanno,

immaginate, e poco sarà il danno,

che quanto vi comparve qui davanti

fu inganno, e che sognaste tutti quanti.

E il pigro e ingenuo spunto

che in sogno abbiamo assunto

perdonateci, e noi sapremo fare

del nostro meglio per riparare.

È parola di Puck, di uomo onesto,

se a noi felici capiti anche questo,

di sfuggire alla lingua del serpente,

rimedieremo, dico, immantinente.

Finito è lo spettacolo e l’incanto.

Ora, o signori, addio;

ma siete umani:                         

salutate col batter delle mani

questa nostra fatica e il Dio del canto.”

È Puck, lo spiritello ingannatore della tradizione inglese, famoso per attirare le persone di notte nei boschi con luci e suoni incantatori. E sono proprio i fitti boschi, da sempre luogo di equivoci e malintesi, i folletti dispettosi e le altre creature magiche, gli ingredienti fondamentali di una commedia ricca di poesia e in cui sono racchiuse due delle tematiche più care agli uomini: l’amore e il sogno.

“I sogni sono come un microscopio attraverso il quale osserviamo gli avvenimenti nascosti della nostra anima” scriveva il sociologo tedesco Erich Fromm. E Shakespeare ci indica il sogno come luogo in cui si stabilisce una connessione con la nostra anima, che ci parla e ci suggerisce il percorso da seguire. Ecco che, secondo il drammaturgo inglese, il sogno riporta ad un luogo che di per sé potrebbe sembrare immateriale, ma che diviene il luogo della materia, quello in cui elaboriamo le alchimie interiori, umane. La realtà, quindi, non si mostra nella conoscenza delle cose empiriche ma, come affermò Platone nel mito della caverna, si trova nelle idee delle cose stesse, di cui distinguiamo da svegli solo le ombre.

Le visioni, il notturno e le atmosfere oniriche permeano l’intera rappresentazione e consentono, anche attraverso un turbine di proiezioni e parallelismi, di fare un salto nel fantastico, da un lato, e di condurre una delicata incursione nella mente umana, dall’altro.

La trama della vicenda è conosciuta ai più: il “Sogno” racconta delle imminenti nozze tra Teseo, Duca d’Atene, e Ippolita, regina delle Amazzoni, da lui rapita e divenuta suo bottino di guerra. A comparire, dinanzi al Duca, sono il nobile Egeo, sua figlia Ermia, e i giovani Demetrio e Lisandro. Ermia e Lisandro si amano ma, come vuole l’antica legge di Atene, Ermia deve accettare la decisione presa da suo padre di darla in sposa a Demetrio; l’alternativa è il velo monacale. Ermia e Lisandro decidono di fuggire dalla città e darsi appuntamento nel bosco ma Elena, amica di Ermia, pur di ingraziarsi Demetrio, di cui è sempre stata innamorata, lo avverte di quello che sta avvenendo; perciò anche Demetrio si inoltra nel bosco alla ricerca di Ermia, il suo unico grande amore. È da questo momento che si realizza un gioco fatto di equivoci, allusioni e colpi di scena in cui prende forma uno scenario fantastico. Un gioco divertente, a tratti crudele, che mostra come la vita degli uomini sia soggetta a mutamenti, spesso inspiegabili, come mutevole è la legge della natura. Già dalla trama si può percepire come il “Sogno” si configuri quale vero e proprio teorema sull’amore, ma anche sul controsenso che governa la vita degli uomini che si rincorrono e si affannano per amarsi ma sono vittime di una serie di eventi casuali di cui non sono padroni. Bottaro riesce a rendere alla perfezione la contrapposizione tra l’amore ideale, ossia quello platonico incarnato dalle figure di Oberon e Titania e dall’insieme di fate e folletti tratti dalla mitologia celtica, e l’amore reale rappresentato dalle coppie Teseo-Ippolita, Ermia-Lisandro ed Elena-Demetrio. Un terzo livello d’amore si ritrova nella rappresentazione che ne fanno nella “Tragedia di Piramo e Tisbe”. Il commiato al pubblico è affidato ai sopracitati versi di Puck in cui il folletto insiste sul fatto che si sia trattato di una vicenda onirica, di una storia che ha solo dell’irreale; ma, se lo afferma a parole, d’altro canto lascia intuire che quello che dice non sia vero, alludendo per questo alla sua stessa natura truffaldina e menzognera.

Potrebbe essere una delle tante rappresentazioni già viste ma “Sogno di una notte di mezzo autunno”, grazie ad una essenziale ma curata scenografia e ad un selezionato cast di attori, si pone ben oltre la semplice rivisitazione, divertendo il pubblico e collocando lo spettatore in una “reale” atmosfera di sogno.

Eleonora La Rocca

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