Rent al Brancaccio: un tributo a Larson splendidamente riuscito

Rent al Brancaccio: un tributo a Larson splendidamente riuscito

Il 25 Gennaio 1996, al New York Theatre Workshop,  debuttava  ufficialmente  Rent, spettacolo che ha rivoluzionato l’intera storia del Musical. Spettacolo divenuto un successo a livello planetario;  successo che, tuttavia, l’autore Jonathan Larson non ha potuto godere, essendo morto il giorno stesso della prima a causa di un aneurisma. Il musical si ispira alla Bohème  di Giacomo Puccini, e tale adattamento affascinò a tal punto un famoso critico musicale del The New York Times, Anthony Tommasini, che in un’intervista a Larson, notò con grande stupore che esattamente cent’anni prima, il primo febbraio 1896, debuttava l’opera del grande compositore italiano. Come si diceva, Rent  ha mutato l’intera storia del musical, o quanto meno la storia del musical americano. Larson, infatti, è stato in grado di riportare in auge le atmosfere e lo stile musicale classico di Sondheim, riuscendo però a condensarlo magistralmente con le sue influenze più propriamente rock. Ed è per questo che Larson si è distinto nel sua eroica impresa di risollevare il musical americano, che tra gli anni settanta-ottanta del secolo scorso si era fortemente affievolito, quasi totalmente oscurato ed eclissato dallo scintillare di quel colosso totalmente europeo, un vero portento del teatro musicale, che prese la strana forma di un  duo: Andrew Lloyd Webber e Tim Rice.

Tornando allo spettacolo e alla sua fortuna, quest’ultimo rimase dodici anni in cartellone a Broadway, con circa 5.124 repliche totali. Nel 2005 ne venne tratto fuori anche un adattamento cinematografico, per la regia di Chris Columbus, dove venne chiamato di nuovo il cast originale, quello del 1996.

Così, il 2 Febbraio scorso, Rent approda al teatro Brancaccio, in data unica. E’ stato accolto da un pubblico vasto, con ospiti d’eccezione, come Christian De Sica, Marco Simeoli, Giampiero Ingrassia, per citarne solo alcuni, ma tra i quali sicuramente spicca Ted Neeley, storico interprete di Gesù in Jesus Christ Superstar.

Così si apre il sipario. Luci viola e suoni/rumori urbani, che ci fanno piombare dritti nella New York anni ’90, più precisamente nel “Lower East Side”, zona fortemente degradata della città. Siamo, così, catapultati nell’appartamento di Mark e Roger, protagonisti della storia, che si trovano alle prese con l’affitto. La prima canzone, “Rent”, è un’esplosione di note e colori, ,ma è soprattutto un’esplosione di corpi danzanti, di corpi cantanti. Ma un’esplosione tutto sommato controllata, statica. Scenografie minimali, non eccessive e sfarzose, e quindi per questo ottime in quanto lo spettacolo stesso deve dare un’idea di degrado generale, di urbanità postmoderna; a questo fine i ponteggi sono stati davvero ottimi, dal punto di vista scenografico, per poter incarnare al meglio quest’idea. Molto energiche ed esplosive le scene corali, con un’ensamble davvero trascinante e coinvolgente, soprattutto durante il pezzo “La vie Bohème” e “Will I”, canzone quest’ultima molto toccante, in quanto parla del tema centrale del musical, l’AIDS, e della difficoltà da parte dei personaggi affetti da questa malattia di poter ridefinire la propria vita e darle un senso. Molto intrigante la scelta registica delle mani, che in questa canzone vengono evidenziate: ogni è personaggio è nella sua monade solitaria, si guarda le mani per capire quanto e come sta cambiando a causa della sua malattia; o magari semplicemente per vedere il suo futuro. In questo caso anche le luci sono state molto giuste, fredde, proprio a sottolineare quella profonda solitudine dei personaggi; colori invece un po’ troppo caldi durante altre canzoni, come per esempio “ One Song Glory” o “I should tell you”.

Invece, parlando del cast, che dire? Enorme energia e personalità da parte di tutti i performers. Un’ensamble veramente eccezionale, che ha saputo davvero rendere autentica, nel suo concept originario, quest’opera. Sicuramente, tra i protagonisti, si sono distinti, per qualità attoriali e canore, Roberto Rossetti, che ha interpretato un Collins sui generis, un pochino cupo, malinconico, rispetto al Collins di altre produzioni, ma comunque eccezionale; e poi c’è Salvador Axel Torrisi, che con estrema versatilità ha saputo portare in scena un personaggio non propriamente facile, come è quello di Angel. Superba la maestria canora mostrata da Giovanna D’Angi, Joanne, e Natascia Fonzetti, Maureen, mentre grande presenza scenica e vocale hanno mostrato Matteo Volpotti, Mark, e Giuseppe Verzicco, Roger, e Arianna Galletti, Mimì. Davvero frizzante, esilarante, e sopra le righe, invece, l’interpretazione di Enrico Sortino nel ruolo di Benny. Che dire quindi? Un grandissimo spettacolo, energico, travolgente, comico, drammatico. Magari ancora acerbo in qualche punto, ma senza dubbio emozionante, al quale altro non si può dire che una parola: grazie.

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