“Terra Santa” di Mohamed Kacimi, una profonda e coinvolgente rappresentazione della cruda realtà

L’incurante travisamento della morte e del suo significato, la fanatica ricerca di cambiamento, di una vita diversa e l’indolente rassegnazione di chi per anni ha combattuto per ottenerla, invano. “Terra Santa” di Mohamed Kacimi, in scena dal 6 al 14 ottobre al Teatro Libero di Milano, rappresenta tutto questo. Temi carichi di significati reconditi, che ognuno può estrapolare dal contesto e farne oggetto di elaborazioni mentali profonde.

Corrado Accordino è il regista di una delle più coinvolgenti rappresentazioni drammatiche degli ultimi tempi. L’apparente complessità morale e intellettuale dei temi trattati è resa facile da assorbire dall’abilità sopraffina degli attori in scena. Alberto Astorri e Claudia Negrin sono calati nel ruolo di Yad e Amin, due genitori di una non definita città del Medio Oriente, sotto assedio dei soldati stranieri che combattono una guerra definita “santa” solamente da loro. Yad e Amin, dopo aver perso due figli a causa della guerra, vivono una rassegnata esistenza all’interno della loro mesta dimora insieme al figlio Alia (Francesco Meola), studente modello e fanatico religioso infatuato di Imen (Silvia Pernarella), vicina di casa che, dopo la scomparsa della madre, vive da sola con il suo gatto Gesù. La vita di questi personaggi è costantemente segnata da lacrime, disperazione e bombardamenti, che scandiscono le ore con l’infallibile precisione di un orologio a pendolo. Le violenze ad opera dei soldati nemici sono fedelmente sintetizzati nella figura severa e irrispettosa del soldato Ian, interpretato da Michele Bottini.

La tragica situazione in cui i protagonisti si trovano è respinta con forza solamente dal giovane Alia, voglioso di strappare la propria terra dalle mani di chi, sotto il vessillo di portatore di pace, annienta indiscriminatamente la vita degli innocenti, adulti e bambini. I sentimenti che muovo Alia, però, sono quelli propri degli estremisti islamici, per i quali l’onore è il bene superiore, da proteggere sempre e comunque, anche a costo di sacrificare la vita di un neonato. I genitori di Alia,Yad e Amin, vivono invece una situazione opposta a quella del figlio, di immutabile rassegnazione davanti ai soprusi e alla morte; ogni loro gesto è dettato dalla pura e semplice necessità di continuare a vivere, o meglio, esistere. Emblematico è il commento di Kacimi: “Questa non è una pièce sulla guerra, ma sulla vita nonostante la guerra, sul surplus di vita che la guerra produce”.  

Il ritmo della narrazione, veloce e incalzante ma volutamente spezzato dalle lenti apparizioni del soldato Ian, è uno dei punti di forza dello spettacolo. Bombardamenti improvvisi, raptus di ira e colpi di pistola a distanza ravvicinata mantengono costantemente alta l’attenzione e la tensione del pubblico. La drammaticità della storia è inoltre piacevolmente alleggerita dalla malinconica ironia di Alberto Astorri. L’attore riesce ad alternare momenti di ebbrezza vitale (e non solo) a momenti di estrema freddezza e lucidità, cercando di cogliere, per quanto possibile, la bellezza delle piccole cose, di quello che resta loro, di un liquore come di una bustina di pistacchi, restando poi però insensibile davanti allo sterminio dei propri vicini di casa. Il dolore e la morte sono cose normali, che fanno parte dell’esistenza dell’uomo, ma bisogna comunque continuare a vivere, ad andare avanti: è questo il messaggio che Yad vuole far passare.

In conclusione, non si può che dare un giudizio estremamente positivo di uno spettacolo che ha saputo mantenere costantemente viva l’attenzione del pubblico presente e la fiamma del suo interesse nella storia, nonostante la profonda sensibilità dei temi trattati.

Giuseppe Ferrara
15 ottobre 2012

 

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