«Minchia signor Tenente», Sicilia “isola bella” o “isola di m..da”?

«Minchia signor Tenente», Sicilia “isola bella” o “isola di m..da”?

«Minchia signor Tenente» è una commedia a tutti gli effetti, perché si ride, una prosa leggera tra le quattro mura di un ufficio in una stazione dei Carabinieri, in un piccolo paesino della Sicilia, «isola, isola bella». Eppure l’ilarità che si scatena, fatta di tranquilla quotidianità mescolata ad un sano ed irresistibile umorismo, è collocata in un anno cruciale per la lotta alla mafia, il 1992, che ha visto il sacrificio di due magistrati in prima linea da sempre, umanamente ancor prima che lavorativamente. Immagini indelebili, lontane nel tempo ma così vicine nella memoria del cuore, con il boato degli esplosivi ad annientare non solo la vita di Falcone e Borsellino, ma anche l’esistenza di quanti li accompagnavano, ridotta a polvere e macerie.
«Minchia signor Tenente» – di Antonio Grosso, regia di Nicola Pistoia, con Antonio Grosso, Gaspare Di Stefano, Alessandra Falanga, Francesco Nannarelli , Antonello Pascale, Francesco Stella, Ariele Vincenti e con Natale Russo – fa la sua parte, «per non dimenticare» un cancro invasivo e silenzioso, che si fa sentire solo quando minacciato e sta per essere trafitto. Da spettatore si respira l’aria della routine d’ufficio, e l’ombra della mafia è come un rumore di sottofondo, che diventa fragore e si manifesta nella sua potenza distruttrice solamente alla fine.
Le “piccole” storie private dei protagonisti, rivelano quanto la mafia mangi i suoi stessi figli, trasformandoli in inconsapevoli eroi, dato che proprio il Sud Italia non solo è teatro degli innumerevoli eccidi mafiosi, ma è anche culla di moltissimi Carabinieri, terra d’origine di una gran parte dell’Arma.

È di questi giorni l’intervento di Roberto Vecchioni nell’aula Magna della Facoltà di Ingegneria a Palermo, in merito al tema «Mercanti di luce. Narrare la bellezza tra padri e figli». Le parole del professore e cantautore milanese stridono come le unghie sulla lavagna, e non fanno sconti a questa terra di sole e di sangue: «Arrivo dall’aeroporto, entro in città e praticamente ci sono 400 persone su 200 senza casco e in tutti i posti ci sono tre file di macchine in mezzo alla strada e si passa con fatica. Questo significa che tu non hai capito cos’è il senso dell’esistenza con gli altri. Non lo sai, non lo conosci. Cara Sicilia, è inutile che ti mascheri dietro al fatto che hai il mare più bello del mondo. Non basta, sei un’isola di m..da. Credete che sia qua soltanto per sviolinare? No, assolutamente. Non amo la Sicilia che rovina la sua intelligenza e la sua cultura, che quando vado a vedere Selinunte, Segesta non c’è’ nessuno. Non amo questa Sicilia che si butta via. Dovrei dire che siete la culla della Magna Grecia? Ma la storia antica, la poesia antica, la filosofia antica hanno insegnato a tutto il mondo cos’è l’originalità della vita, la bellezza, la verità, la non paura degli altri. In Sicilia questo non c’è. Io non amo la Sicilia che non si difende, che rovina le sue coste, che rovina la sua intelligenza la sua cultura. Non la amo per una ragione fondamentale: i siciliani sono la razza più intelligente al mondo ma si buttano via così. Non lo sopporto che la Sicilia non sia all’altezza di se stessa».

Parole dure, quasi impietose, che però svelano la rabbia che scaturisce dalla non accettazione. Quella stessa non accettazione che fa muovere e lottare. Medesimo messaggio di «Minchia signor Tenente», che al suo debutto al Martinitt ha visto, tra i tanti ospiti in sala impegnati nella lotta alle mafie, Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e fondatore del movimento Agende Rosse, che di suo pugno invita tutti ad andare a vedere «questo bellissimo spettacolo di Antonio Grosso, da oggi al 13 dicembre, al Teatro dei Marinitt, in Via Pitteri. E’ davvero troppo bello, fa ridere e piangere insieme, proprio come la vita, e forse i ragazzi morti insieme a Paolo scherzavano e ridevano proprio come questi ragazzi in divisa da carabiniere prima di partire dalla stanza dove si riunivano, alla caserma Lungaro di Palermo, prima di partire per la loro ultima scorta. Questo prossimo anno, per il 19 luglio, voglio assolutamente riuscire a portare questo spettacolo a Palermo, al teatro Biondo, al teatro Santa Cecilia o allo Spasimo, e come ho fatto l’altra sera, due giorni prima della duecentesima recita che avrà luogo questa sera, voglio leggere ai palermitani, nella mia Palermo, queste righe che ho scritto per Antonio Grosso, per la nostra Agende Rossa che, alla fine di ogni recita, Antonio solleva in alto leggendola:

“Questa agenda è rossa del sangue di cinque ragazzi che non avevano altro che il loro corpo per proteggere il loro giudice.
Questa agenda è rossa del sangue di cinque ragazzi che si lasciarono alle spalle i loro sogni per proteggere il sogno del loro giudice.
Questa agenda è rossa del sangue dei martiri di via dei Georgofili e di via Palestro.
In questa agenda è racchiuso il sogno di un uomo, un giudice, che per realizzare il suo sogno non esitò a sacrificare la sua vita.
In questa agenda è racchiuso lo sdegno per una scellerata trattativa tra pezzi dello Stato e gli assassini di una altro giudice, Giovanni, fratello di Paolo, fatto saltare in aria su un’autostrada, a Capaci.
In questa agenda è racchiuso lo sdegno per i traditori dello Stato, venduti ai nemici dello Stato.
Questa agenda nasce da una speranza perduta, la speranza che la morte di Paolo fosse bastata a realizzare il suo sogno, avesse spinto la gente a ribellarsi, a lottare tutti insieme contro quel cancro, la mafia, che stava per entrare in metastasi e corrodere l’intero organismo del nostro paese.
Questa agenda nasce da dieci anni di silenzio, il silenzio, lungo dieci anni, di un fratello che, senza quella speranza aveva perso la forza di lottare e avena infranto la promessa, fatta a sua madre, di non fare morire il sogno di Paolo.
Questa agenda nasce da un lungo cammino percorso insieme a Paolo sulla strada dei pellegrini di Santiago.
Questa agenda nasce dalla rabbia, la rabbia di un fratello che non si rassegnava a vedere morire quel sogno, il sogno di un fresco profumo di libertà che riuscisse a dissolvere il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità, della complicità.
Questa agenda nasce da un braccio levato in alto a sostenerla e ad accompagnare un grido che incitava alla RESISTENZA, alla lotta per la VERITA’ e per la GIUSTIZIA.
Questa agenda nasce da 10, da 100, da 1000 braccia che cominciavano a levarsi anche loro in alto e mille cuori che cominciavano a gridare lo stesso grido.
Questa agenda è un’arma levata in alto per impedire agli avvoltoi di tornare con i loro simboli di morte sul luogo della strage.
Questa agenda nasce dalla ribellione contro chi aveva ucciso il giudice Paolo e aveva cercato di spegnere il suo sogno, quel sogno che era soltanto un sogno d’amore.
Questa agenda nasce da una speranza ritrovata, una speranza rinata dalla rabbia ma che soltanto nell’amore poteva ritrovare la forza per continuare a vivere.
Quell’amore che poteva fare scrivere a Paolo, nell’ultimo giorno della sua vita: “Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di combattere di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.
Questa, soltanto questa, era la speranza di Paolo e solo questa speranza, la sua fiducia nei giovani e il suo amore gli hanno permesso di andare serenamente incontro alla morte.
E sono questa speranza, e questo amore, che abbiamo racchiuso in questa AGENDA ROSSA.”

Info e prenotazioni:
TEATRO/CINEMA MARTINITT
Via Pitteri 58, Milano – Tel. 02 36.58.00.10  – Parcheggio gratuito.
Orario spettacoli giovedì-sabato ore 21, domenica ore 18. Il sabato anche alle 17.30.
Biglietteria: lunedì 17.30-20, dal martedì al sabato 10-20, domenica 14-20.
Ingresso: 20 euro, ridotto 16 euro. Abbonamenti a partire da 80 euro per 12 spettacoli.

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