Due righe su Ronald Reagan: colpevole o innocente?

Due righe su Ronald Reagan: colpevole o innocente?

Lunedì 23 novembre 2015, al Teatro Carcano di Corso Porta Romana 63 a Milano, è andato in scena il processo a Ronald Reagan. Il format di Elisa Greco «Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia. Colpevole o Innocente?» è una bella occasione per immergersi in un’atmosfera che ci riporta indietro nel tempo, comodamente seduti in poltrona, per ritrovare personaggi  decisivi per il mondo contemporaneo, come Garibaldi, Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair, Artemisia Gentileschi, Erasmo da Rotterdam, Lucrezia Borgia, Francois Mitterrand, Helmut Kohl.
Al pubblico viene affidato il simpatico verdetto, dopo che sul palco si è lungo dibattuto, proprio come in un processo reale, che della finzione ha solamente la simpatia dei magistrati, avvocati, personaggi della società civile che a braccio si alternano.

Questa volta Ronald Reagan, i cui panni sono stati vestiti da Antonio Martino, politico e accademico italiano, già Ministro degli affari esteri e Ministro della difesa, l’ha spuntata con un verdetto favorevole. Ma, a parte il piacevolissimo spettacolo, rimane senza dubbio un’occasione per rispolverare avvenimenti e ricordi sbiaditi dal tempo, e trarne qualche spunto per pitturare un piccolo cammeo di chi, nel bene o nel male, ha costruito un pezzo di Storia.

Ronald Reagan è stato Presidente degli Stati Uniti per due mandati, dal 1981 al 1989. Una vita longeva, morto a novantatré anni nel 2004, arrivato alla politica facendo prima tappa a Hollywood, è ricordato come il fautore della «rivoluzione conservatrice», promuovendo le innovazioni in campo economico e fiscale, oltre a nuove strategie di politica estera. Inoltre, forse pochi sanno che fu il primo politico occidentale a sollevare un problema sino a quel momento rimasto marginale dalle agende dei politici, la lotta alla tossicomania, da lui ritenuto il più grande problema a livello nazionale. L’impegno della presidenza Reagan fu definito War on Drugs (Guerra alla Droga), proprio per l’estensione e la sistematicità degli interventi, con azioni sinergiche che coinvolgevano famiglia, comunità locali e Stato federale. La stessa First Lady Nancy Reagan si interessò in prima persona del programma National Family Patnership, avviato nel 1984 all’insegna del motto «Just Say No!» (Basta dire No!), che puntava ad una massiccia sensibilizzazione sul tema della tossicodipendenza attraverso programmi di educazione nelle scuole e nei posti di lavoro, con la capillare collaborazione della direzione del Movimento dei Genitori Antidroga, i servizi sociali e sanitari e le altre agenzie governative collegate. Nel 1986 Reagan firmerà inoltre una legge quadro conosciuta come The Anti-Drug Abuse Act, che in pochi anni diede ottimi risultati, abbattendo di oltre il 70% la dipendenza dalla droga sia tra gli adolescenti (12-17 anni) che tra i giovani (18-25), riducendo gli elevati costi sociali – crimini e decessi – connessi all’uso di sostanze tossiche.

Altro episodio relativo alla figura di Reagan, attualissimo e degno di memoria, è menzionato da lui stesso nella sua autobiografia An American Life (1990), quando parlando di un incidente accorso il 23 ottobre 1983, nel quale morirono 241 Marines, scrisse: «Forse non avevamo valutato appieno la profondità dell’odio e la complessità dei problemi che rendono il Medio Oriente una tale giungla. (…) Nelle settimane immediatamente successive all’attentato, ero convinto che l’ultima cosa che dovessimo fare era andarcene con la coda fra le gambe [turn tail and leave]. (…) E tuttavia l’irrazionalità della politica medio-orientale ci costrinse a ripensare la nostra politica. Se si potessero fare dei ripensamenti prima di far morire i nostri uomini, sarebbe meglio per tutti. Se quella politica fosse stata cambiata in tempo, verso una posizione più neutrale, oggi quei 241 Marines sarebbero vivi».
I 241 cittadini americani, quasi tutti Marines, persero la vita in seguito alla deflagrazione di due due autocarri imbottiti di esplosivo e guidati da kamikaze. In questo attentato terroristico, rivendicato da un gruppo Jihad Islamica, sospettato di essere collegato agli Hezbollah e dunque dell’Iran, vennero colpiti due edifici che ospitavano truppe americane e francesi della Forza Multinazionale in Libano.
Un duro colpo per le forze di peacekeeping intervenute in Libano in seguito all’invasione israeliana del 1982, in accordo con l’ONU. Operazione di pace, nella quale erano coinvolti anche soldati italiani, che si ritrovò immersa nella logorante e complicata guerra civile libanese.
Quando nel febbraio 1984 si dimise il governo libanese, mentre le truppe devastavano Beirut, Reagan, dopo mesi di interminabili dibattiti e tira e molla seguiti all’attentato, Reagan disse il suo sì per il ritiro dei Marines da terra. Una decisione che suonò come una sconfitta, dato che, solamente poche ore prima, il Presidente americano aveva dichiarato che la presenza statunitense era fondamentale ed imprescindibile per la stabilità del Libano, immune da pressioni: «Se veniamo via, ciò significa la fine del Libano». I pericoli del mandato non erano assolutamente un motivo per andarsene: «Se lo facciamo, mandiamo un segnale ai terroristi: che possono trarre vantaggio dall’uccidere gente innocente». Una ritirata abilmente descritta come una mossa strategica per ottimizzare le forze disponibili, con la sua ben nota enfasi oratoria: «Cedere alla violenza e al terrorismo può dare un sollievo temporaneo, ma è anche certo che porta a crisi future più pericolose e meno gestibili».
Parole che sembrano vergate oggigiorno, con il terrorismo a bussare alle nostre porte con le nocche macchiate dal sangue delle molte vittime innocenti, mietute da una guerra senza confini.na

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