Dal romanzo “Nordest”, al Teatro Outoff di Milano, “Figli di chi”

Dal romanzo “Nordest”, al Teatro Outoff di Milano, “Figli di chi”

Figli di chi“Ma quanto ci piace il Noir?”

Così esordisce il professor Andrea Bienati, docente di Sociologia, in un breve preludio atto a richiamare l’attenzione degli spettatori sull’imminente spettacolo a cui assisteranno. E non è che non abbia ragione! È vero che le narrazioni drammatiche ci appassionano, tanto da imitarle, a volte. Questo può sembrare un discorso antitetico a tratti, infatti sorge spontanea la domanda su come sia possibile una passione per l’orrido che sposi la volontà di incarnarlo, perché – e diciamocelo – gli eventi spiacevoli sono “divertenti” a patto che non capitino a noi, impeccabili nella nostra ipocrisia. Quello che ci sfugge è che siamo da sempre immersi in una società, in cui ciascuno è l’altro e nessuno è se stesso, che ci bombarda con le maschere della cultura del marketing, della pubblicità, delle stupide soap, e della cronaca nera, per cui non sembra impossibile finire per diventare sul serio ciò che ci eravamo limitati a considerare per poter dire: “no, ma io sono meglio”. È così che finiamo per imitare la caricatura di noi stessi. E forse è questo atteggiamento che lo spettacolo “Figli di chi”, messo in scena dalla compagnia Lumen al al Teatro Outoff di Milano e tratto dal romanzo “Nordest” di Carlotto e Videtta, vuole mettere in discussione, quella nostra dis-amorevole disposizione d’animo che con candore ci induce a non prenderci alcuna responsabilità circa le nostre esistenze alla deriva. Cosa vogliamo farci.. ci penserà la TV!

Questo è il resoconto di tre storie, o forse è una storia soltanto: quella di Giovanna, Adalberto e Filippo. Come si legge sulla locandina dello spettacolo, “tre di noi alle prese col tentativo di riconoscersi adulti, […] col tentativo di una personale rivoluzione per non rimanere affogati e sommersi”: Giovanna Barovier, giovane avvocato e vittima di quello che sembra essere stato un omicidio, indubbiamente una figura travolgente, che rovinosamente fugge dalla staticità di una madre disillusa, rivolgendosi al passato per riscattare la figura del padre;

Adalberto Beggiolin, giornalista in cerca dell’ “articolo della sua vita” e figlio di genitori meridionali, emigrati al Nord per inseguire la fortuna, anela anch’egli il successo, ma, in verità, l’unica cosa di cui ha bisogno, come tutti, è proprio quella che sembra rifuggire: la felicità;

Filippo Calchi Renier, giovane ereditiero ed ex fidanzato di Giovanna, alla disperata, e forse inconsapevole, ricerca di una figura femminile a cui aggrapparsi, morbosamente ancora attaccato al ricordo della sua Giovanna e tormentato dalla disapprovazione della madre, di cui comunque avverte la mancanza.

Formalmente parlando, la scenografia si mostra sobria, ma efficace. L’attenzione perlomeno non viene traviata dagli eccessivi oggetti di scena e ci si può concentrare sui fatti, e quelli sì che ne necessitano di attenzione. Regia sapiente, che si è saputa cimentare benissimo con un intreccio così complicato. E, ultimi, ma assolutamente non per ultimi, gli attori, drammatici e sinergici, che ben sono riusciti ad interloquire sulla scena, pur senza incontrarsi mai per davvero. Unica piccola pecca: accento meridionale volutamente enfatizzato, e per un meridionale può sorbire un effetto pacchiano più che comico.

Consigliato a chiunque abbia voglia, fino al 22 marzo, di passare una serata intima, per una volta con se stesso.

di Antonio Pandolfi

19 marzo 2015

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