L’Otello di Luigi Lo Cascio: un commento

L’Otello di Luigi Lo Cascio: un commento

 OtelloROMA — Ancora fino al 29 marzo sarà in scena al Teatro Quirino di Roma “Otello”, spettacolo liberamente ispirato alla famosa tragedia di Shakespeare. Più che una rilettura dell’originale, una riscrittura. È vero infatti che nella rappresentazione si potranno ritrovare ampie sezioni tratte dall’Otello, ma il modo della loro giustapposizione le trasforma già in qualcosa di differente. È del resto consigliabile avere in mente il testo originale per penetrare in uno spettacolo che dà quasi per presupposta la conoscenza della trama originaria. È consigliabile anche per decifrare il fitto contrappunto tra testo shakespeariano e la rielaborazione di Lo Cascio: questi due momenti si trovano ad essere sostanzialmente correlati, spesso accostati, a volte sovrapposti.
Il legame tra esposizione dell’originale e interpretazione sono, del resto, da ricondurre al tema della memoria e della narrazione. Non va infatti scordato che la storia che ci viene presentata è il racconto di un soldato, impersonato da Giovanni Calcagno, che ha assistito egli stesso agli avvenimenti della tragedia: è nella “sua versione”, ci dice Lo Cascio, che “la storia di Otello è la storia di un uomo”. Far riferimento al principio dell’autopsia in relazione ad un dramma in cui il provare, il dare dimostrazione, il vedere con i propri occhi sono tutte azioni controverse e scivolose non può che mostrarsi esso stesso ambiguo. Quanto può essere obiettiva questa testimonianza, pure oculare? Quanto può rimanere pura nella trama di inganni dell’Otello? Quanto è dettata essa stessa da sentimenti privati, magari poco onesti? Eppure l’Otello di Lo Cascio non sembra avere di queste preoccupazioni. L’introduzione della prospettiva del soldato narratore/testimone delle vicende permette di aggirare il problema della veridicità attraverso la posizione di una verità. Una prospettiva consuma così il prospettivismo. Riflesso di ciò è anche il retrocedere della figura di Iago a favore della storia d’amore tra Desdemona e il suo signore.
Una delle più evidenti introduzioni della versione di Lo Cascio è indubbiamente l’uso del siciliano, idioma “ufficiale” dello spettacolo. Si scopre così una lingua capace tanto di espressioni liriche e poetiche quanto di insulti veementi; un siciliano che, nell’uso sapiente fàttone, si mostra tutt’altro che estraneo ai versi shakespeariani. Si raccomanda allo spettatore una certa familiarità con questo dialetto, ma non necessariamente una sua conoscenza puntuale.
Ciò anche perché la rappresentazione sembra fare esperienza di una sua peculiare forma di “horror vacui”. Le pause, i silenzi sono infatti rari; la recitazione è per lo più veloce, incalzante, fino ad inarcarsi in virtuosismi. È la parola l’elemento che occupa veramente la scena, lasciando pochi spazi vuoti. Poche sono anche le azioni e gli atti effettivamente rappresentati: questi ci vengono maggiormente raccontati. Simbolica è per lo più la scena, come gli effetti grafici proiettati. Intimo e raccolto l’uso delle luci. Per questo è merito degli attori quello di riempire questo spazio astratto fino a gestire quasi due ore di rappresentazione senza intervallo in modo da catturare l’attenzione del pubblico. Di interesse è infine il binomio proposto tra Otello e Desdemona, il primo (Vincenzo Pirrotta) già dall’inizio espressione di una prorompente emotività fisica, la seconda (Valentina Cenni) di moderazione e misura.

Daniele Di Giovenale
Twitter: @DanieleDDG
18 marzo 2015

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