“Siamo tutti in pericolo – Ultima intervista a Pier Paolo Pasolini” al Teatro Vascello

“Siamo tutti in pericolo – Ultima intervista a Pier Paolo Pasolini” al Teatro Vascello

BodyPart«Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti», questo diceva Pier Paolo Pasolini durante l’ultima intervista che non rilascerà mai, poche ore prima che il suo corpo senza vita fosse ritrovato all’Idroscalo di Ostia. Sono ormai passati quarant’anni da quella notte – fra l’1 e il 2 Novembre 1975 – e il Teatro Vascello di Roma decide di omaggiare la memoria di Pasolini con lo spettacolo Siamo tutti in pericolo, in scena dal 5 al 15 Marzo. Non a caso, il 5 Marzo è l’anniversario della nascita di Pasolini. In scena, per la regia di Daniele Salvo, Gianluigi Fogacci, che interpreta e presta la sua voce alle parole di Pasolini, e Raffaele Latagliata nei panni del giornalista Furio Colombo, a cui Pier Paolo rilascerà quell’ Ultima intervista evocata nel sottotitolo della rappresentazione. Appena entrato in sala, lo spettatore si sente immediatamente immerso nello spettacolo: mentre si prende posto, una voce impalpabile legge le Lettere Luterane. La scenografia è minimale, e del resto non avrebbe senso fare altrimenti, se lo spettacolo si concentra, come negli intenti del regista, sulle parole, sui pensieri di Pasolini. Il pavimento è coperto di pagine di giornale, gli arredi sono essenziali alla narrazione: qualche sedia, due panchine, un comodino, una scrivania e un letto. Sulla scrivania campeggia una vecchia macchina da scrivere, strumento attraverso quale Pasolini dà corpo ai suoi pensieri. Battendo su quei tasti prendono vita sotto i nostri occhi gli ultimi articoli scritti nel 1975 per “Il Mondo” e “Il Corriere della Sera”. Altro oggetto-simbolo è il letto, un letto che è anche una bara, su cui il corpo di Pasolini riposa, in un sonno prima breve e pieno di incubi, poi finalmente calmo ed eterno. Un letto in cui si concentrano tutti i più profondi desideri e le paure di Pasolini, il desiderio, la passione rappresentata da Michele Costabile, repressa da un’ideologia, quella fascista, ancora profondamente viva. Lo spettacolo comincia: Pasolini apre un libro e il suo volto è immediatamente illuminato dalle fiamme. Quest’immagine estremamente efficace può essere forse duplicemente interpretata. In un primo momento la sensazione dello spettatore è quella di paura e di pericolo, in effetti è innegabile che per l’intellettuale le parole, i pensieri, hanno avuto grande importanza nel determinare quella triste fine ancora oggi non del tutto chiaria nelle sue questioni più profonde. Il fuoco però è anche il simbolo di vita, come ricorda l’immagine della fenice, e forse il senso ultimo è proprio questo, Pasolini rinasce ogni volta che ne leggiamo o ne ascoltiamo le parole con consapevolezza, in questo modo la sua memoria perdura. Gli argomenti trattati negli articoli e nella sua ultima intervista sorprendono oggi per la loro attualità e preminenza, mostrandoci come fra la società moderna e l’Italia di 40-50 anni fa ci sono molti più punti in comune di quanto non sarebbe auspicabile. Nella lettera al Presidente della Repubblica, La sua intervista conferma che ci vuole il processo, comparsa sul Corriere della Sera il 9 Settembre 1975, Pasolini i potenti -«Maschere comiche vagamente imbrattate di sangue»- ma anche il popolo, quel mondo proletario che tano lo aveva affascinato per la spontaneità, per la schietta semplicità e che ora vede in preda ad una sorta di raptus. Il popolo è ingannato dalle istituzioni, è ingannato dalla scuola e la televisione – che Pasolini propone polemicamente di abolire – le quali offrono l’ immagine di un benessere borghese che è solo un miraggio. Pasolini denuncia la DC per la mancanza di ideologia e per l’incapacità di gestire il «nuovo modo di produzione». Negli articoli dei mesi successivi, Pasolini cerca di recuperare i valori e i bisogni davvero essenziali, cerca di farci distinguere i beni di prima necessità: le scuole, gli asili, gli ospizi, il verde nelle nostre città. A questi si contrappongono i beni che la moderna società di massa, il consumismo vuole proporre come indispensabili in un processo di presunta democratizzazione che cela gli interessi economici di una casta privilegiata. Lo scopo ultimo è quello di dare voce al popolo italiano, per troppo tempo tenuto all’oscuro di complotti trame segrete che tutt’oggi non sono del tutto venute a galla: quali sono i rapporti fra lo Stato e la mafia? Chi sono i veri mandanti delle stragi di Milano, Brescia e Bologna? Pasolini guarda preoccupato al clima di estrema violenza di quegli anni, si rende conto di essere sempre meno circondato da esseri umani e forse inizia a percepire un certo isolamento che deriva dalla eccezionalità delle sue convinzioni, che spesso vengono fraintese o forse non si vogliono capire fino in fondo. Improvvisamente fra il pubblico si sente chiamare «Pasolini!» e Raffaele Latagliata, nei panni del giornalista Furio Colombo, inizia la sua intervista – a tratti più simile ad un interrogatorio –  a Pasolini, mettendolo di fronte alle sue posizioni più difficili e ambigue, come interpretando i nostri possibili dubbi, le nostre riserve, cercando intelligentemente di “mettere in difficoltà” questa figura per molti versi scomoda, a tutti. In quest’ultimo confronto Pasolini appare quasi rassegnato nella consapevolezza che il suo pensiero venga e verrà per lungo tempo travisato, un’ombra di inquietudine si stende sulla sua figura. La morte, il pericolo, sono onnipresenti nelle parole del poeta, un pericolo che incombe non solo sul suo capo, ma su tutta la società italiana, che, al contrario di molti suoi contemporanei, egli riesce a guardare con estrema lucidità, e che affronta provocatoriamente a viso aperto, senza i falsi buonismi della morale borghese. Leggere oggi questi articoli per alcuni potrebbe essere  come leggere una profezia, potremmo pensare che Pasolini abbia avuto, fra gli altri, il grande merito di saper guardare avanti verso il futuro. In un certo senso sì, ma non del tutto. Quello che uno dei più grandi intellettuali della nostra storia è stato in grado di fare è di guardarsi intorno e alle spalle, e leggere a chiare lettere quello che stava succedendo ed era successo. Quello di cui davvero dovremmo stupirci è di come non siamo mai stati in grado di ascoltare la sua voce, sempre isolata nonostante i riconoscimenti oggi tributati alla sua figura, spesso solo formali. Pasolini stesso sceglie il titolo della sua ultima intervista, quello che viene ripreso anche per lo spettacolo, Siamo tutti in pericolo, come se dentro di sé sospettasse il pericolo incombente. In questi ultimi momenti vediamo un Pasolini dubbioso, incerto, o forse più consapevole che “nemo propheta in patria”, come se sapesse che le sue parole non sarebbero state ascoltate, che la sua figura sarebbe stata per lungo tempo fraintesa o ignorata, come in effetti è stato.  Ancora oggi sentiamo il bisogno di censurare questo grandissimo autore, mescolando impropriamente la cronaca con il pensiero. La riflessione che accompagna il lettore all’uscita del teatro è una sola: l’Italia, dagli anni sessanta-settanta ad oggi non è cambiata. Quando l’intervistatore domanda a Pasolini come sia possibile evitare il pericolo, egli chiede che gli vengano lasciate le domande, spera di poterci pensare ancora una notte. Una notte che gli sarebbe stata fatale ma che non ha permesso a noi di non ricordarlo, non per la sua fine, ma per la sua vita, perché tutti noi ci ricordiamo di essere uomini e donne, perché ritroviamo la nostra identità e perché finalmente, con lucidità, possiamo essere protagonisti del nostro tempo e chissà, magari in un futuro riusciremo a migliorarci come individui e come società.

Valeria Campisi

8 marzo 2015
 

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