“Piombo e Cocaina”, il mito del bel René al Teatro Abarico di Roma

“Piombo e Cocaina”, il mito del bel René al Teatro Abarico di Roma

Gli attori Riccardo Merlini ed Alessio Chiodini in una foto di scena
Gli attori Riccardo Merlini ed Alessio Chiodini in una foto di scena

«Eravamo ragazzini. Denti da latte, faccia pulita, così eravamo. Ma la cosa non stava bene a tutti. Io la vita l’ho sempre presa a morsi e quando vivi così, addentandola la vita, succede che i denti te li spezzi e la faccia te la sporchi». Esordisce in questo modo, sul palcoscenico del Teatro Abarico di Roma, un non più giovane Renato Vallanzasca, il bel René tristemente salito agli onori della cronaca italiana negli anni ’70. Spalleggiato dai componenti della stessa banda che aveva formato, la banda della Comasina, il Vallanzasca si macchiò di sette omicidi, e diversi altri reati gli furono contestati, ma riuscì più volte ad evadere. Noto è l’episodio dell’evasione dall’ospedale in cui si era fatto ricoverare in seguito a «un’iniezione di urina nel sangue, la mia, e una cura di uova marce». Lo spettacolo “Piombo e Cocaina”, diretto magistralmente da Pietro De Silva, scritto da Antonio Nobili e prodotto dall’Accademia di Arti Drammatiche “Teatro SenzaTempo”, focalizza l’attenzione degli spettatori su come avvengano la creazione e la distruzione di un mito. «Tutta questa frenesia servirà a fare di Vallanzasca un mito» si ripete a più riprese durante la rappresentazione, analizzando come la storia spesso faccia questo, sbagliando. «È strana la gente: vuole che le si crei un mito per poi vederlo cadere, più volte». Dallo scandalo delle mutande, del cui furto fu accusato mentre era in regime di semilibertà, alla ricostruzione a ritroso della sua vita attraverso il racconto dello stesso protagonista ad una giornalista incaricata di redigerne un pezzo e interpretata dall’elegante Margherita Caravello. Alessio Chiodini, chiamato ad incarnare la figura del Vallanzasca, veste i panni di un personaggio che sembra esser stato costruito sulla sua persona, tale la sua bravura e il suo coinvolgimento: sicuro sul palcoscenico, la sua interpretazione è impeccabile, a tratti divertente, quando spiega la faccenda delle mutande rubate, «di una taglia decisamente più grande rispetto a quella del mio assistito» ribatte il legale, a tratti toccante quando intima al migliore amico Massimo Loi (interpretato da un sorprendente Riccardo Merlini), del cui omicidio sarà responsabile più tardi, di portare rispetto alla propria madre. Rispetto che deriva da un “codice morale” che tutte le organizzazioni criminali adottano e che, pur contrapponendosi alle leggi dello Stato, viene spesso percepito come giusto dalla gente comune ottenendo talvolta anche sostegno. Un codice morale che comporta, per esempio, il rispetto dei sequestrati, di cui lo stesso Vallanzasca pretendeva di tranquillizzare le madri, «perché i figli portano le croci e le madri li piangono», e che si racconta potessero godere di ogni comfort. «Avevo messo su un’industria di sequestri-lampo che per i banditi di allora era una bestemmia. La prima regola era il rispetto dei sequestrati: con me venivano a farsi le ferie». Affermazioni, queste del Vallanzasca, che spiegano il motivo per il quale si fosse creato il mito del “ladro gentiluomo” il cui fascino ebbe un importante ascendente sulle donne che erano solite scrivergli moltissime lettere. PiomboECocaina Un uomo prima che un mito. Di Vallanzasca hanno scritto in tanti, e tanti hanno amato metterne la storia su pellicola, ma lo spettacolo “Piombo e Cocaina” non è la solita raccolta di testimonianze rinvenute in archivi giornalistici. “Piombo e Cocaina” analizza la complessità della psicologia umana e Nobili, da grande conoscitore dell’animo umano, regala alla narrazione un inatteso taglio introspettivo che coinvolge e appassiona lo spettatore astenendosi dall’esprimere giudizi in merito alla colpevolezza del Vallanzasca. Come il migliore dei narratori onniscienti, che dall’esterno osserva e descrive i personaggi per come appaiono, potendo anche entrare nella loro mente per svelarne la psicologia, Nobili si pone in alto e non toglie la parola ad alcuna delle parti coinvolte: con la delicatezza che gli è propria, e che è per noi ormai una conferma all’ennesima rappresentazione, il maestro restituisce dignità alle vittime, consentendone il ricordo, e lascia liberi di raccontarsi i carnefici, forse anch’essi vittime di loro stessi. A chiudere lo spettacolo, prima che si levi un lungo e caloroso applauso, un ulteriore tocco di delicatezza di Nobili. «Pensa che andremo avanti con questa storia del mito e che quegli occhi di ghiaccio continueranno ancora ad incantare?» viene chiesto al commissario Achille Serra (Andrea Guerini), responsabile dell’arresto del bel René. Risposta: «Io penso agli occhi delle vedove e tanto mi basta».

De Silva ci fa dono di una regia bella e preziosa che si pone a metà tra due grandi realtà a confronto, cinema e teatro. L’irripetibilità di un momento, di cui si fa portatore uno spettacolo teatrale, e che fa in modo che si crei un profondo passaggio emozionale tra pubblico e attore sul palcoscenico, si fonde alla meticolosità con cui viene curato il calzante susseguirsi delle scene. Il risultato? Un perfetto ibrido, uno spettacolo teatrale cinematografico da non perdere.

Eleonora La Rocca

23 febbraio 2015

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