“L’Ispettore Generale”, Gogol al Teatro Bellini di Napoli, nell’adattamento di Damiano Micheletto

“L’Ispettore Generale”, Gogol al Teatro Bellini di Napoli, nell’adattamento di Damiano Micheletto

L'Ispettore-Generale“In una piccola cittadina, dell’immenso territorio della Russia zarista, governata da notabili corroti e maneggioni, all’improvviso si diffonde la notizia dell’arrivo di un ispettore generale, mandato da San Pietroburgo, appositamente per controllare i conti. E’subito panico tra i disonesti burocrati del paese, che si precipitano a tentare di corrompere il revisore con mazzette e lusinghe”.

Andato in scena al Teatro Bellini di Napoli, nell’adattamento drammaturgico di Damiano Micheletto, “L’Ispettore Generale”, di Nikolaj Vasil’evic Gogol, descrive tra satira ed ironia, un piccolo angolo di una Russia ormai svanita, caratterizzata dalle “gesta” poco ammirabili, dei propri amministratori. Dal Sindaco al Ispettore scolastico, tutti sono terrorizzati dall’arrivo in paese del misterioso ispettore generale, dando vita ad una serie di equivoci.

Classico della letteratura russa, l’opera di Gogol, arriva al Teatro Bellini di Napoli, con la regia dello stesso Damiano Micheletto, abilissimo a alla messa in scena, quell’autenciticità di fondo, propria dell’opera di Gogol, un passato misto a presente, che avvicina senza lasciare speranze le due epoche, come prova evidente dell’assoluta vicinanza del nostro quotidiano ad una certa società, smarrita ormai negli anni. Alessandro Albertin, Luca Altavilla, Alberto Fasoli, Emanuele Fortunati, Michele Maccagno, Fabrizio Matteini, Eleonora Panizzo, Silvia Paoli, Pietro Pilla, Giacomo Rossetto e Stefano Scandaletti, vestono i panni del sindaco Anton Antonovic l’ispettore Luka Lukic e compagni. In una magistrale prova artistica con assoluti picchi in numerosi punti dello spettacolo, tra questi, senza dubbio il momento in cui l’allegra combriccola di disonesti amministratori, è intenta a far ubriacare il presunto ispettore generale.

Curate ed imponenti le scene di Paolo Fantin, impeccable nella cura di ogni particolare e nella concezione di una scenografia in parte mobile, capace di ricavare più di un’ambientazione dalla stessa porzione di scena. “Sfera pubblica e sfera privata si mescolano – racconta Damiano Micheletto – si contaminano, si confondono. Non ci sono regole, non ci sono leggi – continua- la violenza è dietro l’angolo, mascherata spesso da bonarietà. Un’umanità gretta e sporca – conclude – compressa nella paura per quattro atti e pronta ad esplodere nel finale in una catartica liberazione, raccontata come un’aspirazione al lusso, al divertimento facile, ad un altrove forse ancora più gretto e meschino della loro realtà”.

Paolo Marsico
9 dicembre 2014

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook